La settima funzione del linguaggio

A un certo punto Simon se la sta vedendo brutta: in una piccola, e immancabilmente buia, calle veneziana è circondato da tipi loschi che vorrebbero farlo fuori. Indietreggia terrorizzato, ma riflette: se sono il protagonista di un romanzo non posso morire adesso: di solito, quando viene ucciso il personaggio principale, accade alla fine della storia. E qui siamo ancora a pagina 363 delle 454 complessive di cui consta il romanzo in questione. Ha insomma di che stare – ahimè relativamente – tranquillo. Così la vicenda va avanti.

 

Simon Herzog – dottorando in semiotica a Paris-Vincennes (covo assai délabré dei deleuziani desideranti dalla canna facile) – è il protagonista della Settima funzione del linguaggio, il best seller di Laurent Binet uscito alcuni anni fa in Francia in occasione del centenario della nascita di Barthes, e tradotto adesso in italiano da Anna Maria Lorusso per La Nave di Teseo (€ 20, numero di pagine già detto). A esser precisi ne è il coprotagonista, poiché interviene nella storia come aiutante del commissario Jacques Bayard, della sureté francese, incaricato nientepopodimeno che da Valéry Giscard d’Estaing (allora presidente della Repubblica) di indagare sullo strano caso dell’incidente accaduto a Roland Barthes, investito da un camioncino di una lavanderia mentre attraversava rue des Écoles per recarsi nel suo ufficio del Collège de France – provenendo, ed è questo il punto, da una cena con François Mitterrand (sfidante di Giscard poiché candidato alle imminenti elezioni presidenziali). Siamo nel febbraio del 1980, in piena euforia strutturalista e post-strutturalista (mai capita la reale differenza), dove illustri filosofi, scrittori e studiosi di variegata natura come Michel Foucault e Louis Althusser (acerrimi nemici), Philippe Soller e Julia Kristeva (ambigui coniugi), Gilles Deleuze e Félix Guattari (etichettati come D&G nella griffe d’una t-shirt americana), Jacques Derrida e Hélène Cixous (capi indiscussi dell’andazzo decostruzionista), Umberto Eco e Franco Berardi ‘Bifo’ (espansione bolognese della cosiddetta French theory), John Searle e Jonathan Culler (analoga estensione statunitense), ma ancora Bernard Henri-Lévi (detto BHL), Michelangelo Antonioni e Monica Vitti, Jean-François Lyotard (fresco di postmoderno), Paul de Man, Richard Rorty e tanti altri (fra cui anche politici come Jacques Lang o Laurent Fabius) animano (a dir poco) il dibattito intellettuale di quello straordinario, ed estremamente ambiguo, periodo culturale. Il libro è una specie di versione francese dei romanzi accademici di David Lodge come Scambi o Il professore va al congresso (e lo testimonia la presenza, fra i partecipanti di un seminario a Cornell University, di Morris Zapp, figura fittizia inventata da Lodge), ma con molta più azione, molto più sesso, moltissimo più sangue, tutt’altro tipo di ironia.

 

Il punto di partenza di questo intricato metaromanzo è il fatto che la storia di Barthes e del camioncino non convince nessuno. Né tantomeno persuade il fatto che un incidente di quel tipo, per nulla invasivo, abbia potuto portare di lì a una ventina di giorni alla morte dell’autore dei Miti d’oggi, per quanto di deboli polmoni per via di una lunga tisi giovanile. Ci dev’essere sotto qualcosa: da cui la scatenata inventiva di Binet, che mirabilmente intreccia, pur con qualche incongruenza logica, personaggi, eventi e situazioni storicamente veritieri con altrettanti del tutto fittizi, in un pot pourri spesso esilarante dai toni fra il poliziesco classico, il romanzo filosofico, l’hard-boiled, la spy-story e il demenziale puro. 

Sembra che a Barthes, al momento dell’incidente, abbiano sottratto dalla tasca un foglietto d’appunti molto preziosi, ricercati da agenti e spie di mezzo mondo, relativi a una fantomatica settima funzione del linguaggio: settima perché oltre le celebri sei descritte da Roman Jakobson in un celebre saggio degli anni 50. Questa funzione del linguaggio, da quel che si comprende in un breve cenno presente in quel saggio, sarebbe ‘magica e incantatoria’, ossia relativa a una capacità persuasiva, o meglio performativa, assoluta, tale per cui se uno dice, poniamo, “e sia la luce”, la luce effettivamente arriva. Una capacità comunicativa degna insomma degli dèi (da cui l’esempio), la cui padronanza renderebbe chiunque invincibile sul piano dialettico e, perciò, politico. Motivo per cui tutti la cercano e tutti la vogliono, dagli intellettuali di mezzo mondo che si sfidano a colpi di sofismi in un fantomatico Logos club, agli uomini politici, soprattutto, che confidano su questa immensa competenza retorica per poter meglio gestire il loro potere. Le elezioni presidenziali, s’è visto, sono alle porte, e sia Giscard sia Mitterrand vinceranno le elezioni solo se potranno disporre di questa competenza comunicativa sommamente efficace. La lotta è senza esclusione di colpi: e l’ascia riprodotta in copertina ne dà bene l’idea.

 

 

Così, il commissario Bayard e il dottorando Simon vanno alla disperata ricerca di chi possa saperne o capirne qualcosa di tale questione al tempo stesso teorica e diabolica, incontrando praticamente tutti i maggiori intellettuali del tempo fra Parigi e Bologna Ithaca e Venezia. Da qui una lunga galleria di stereotipi concettuali, idee sballate, parole in libertà, tic e ossessioni di quella che nel bene come nel male è stata sicuramente la stagione più intensa e brillante della cultura novecentesca europea, l’ultima forse prima dell’invasione tecnocratica e naturalista americana in cui ancora ci dibattiamo. Fra le scene più spassose: una scopata sul tavolo anatomico dell’Archiginnasio bolognese descritta in termini rigorosamente deleuziani (concatenamenti d’enunciazione, macchine desideranti, immagini-movimento…), una serata a casa Sollers dove lui parla solo con i puntini di sospensione, Foucault arrapato in aereo, Kristeva spia doppiogiochista. Una bomba che scoppia alla stazione di Bologna, il 2 agosto 1980, dà una scossa niente male a questa sorta di delirio collettivo, e se Eco si salva prendendo un treno pochi minuti prima (va a scrivere il Nome della rosa?), molti altri restano storditi per un bel po’: e iniziano a distinguere il grano dal loglio. La French theory, insomma, non è tutta rose e fiori, ma soprattutto non è tutta uguale, né tantomeno si può ridurre a una serie di matti che mal nascondono la voglia di sesso droga e rock’n roll dietro fumoserie concettuali fini a se stesse. L’idea è quella di riderci su, certo, non senza inquadrarla in un contesto storico tutt’altro che facile, e soprattutto mettendola all’opera in una scrittura romanzesca che pensa se stessa al momento del suo farsi. La settima funzione, forse, è più letteraria che politica, a patto di non prenderla troppo sul serio, verificandone sul campo il senso e il valore. Non a caso abbiamo parlato di metaromanzo.

 

Il lettore un minimo addentro nella materia, per esempio, non può non chiedersi, a un certo punto, perché Bayard e Simon, piuttosto che braccare tanti intellettuali sulla pista della settima funzione, non vadano alla fonte e interroghino direttamente il suo autore, ossia Jakobson, che nel 1980 era vivo e vegeto, docente attivissimo al MIT di Boston. La risposta è semplice: forse lo credevano già morto, o forse non gli è passato per la mente. Fatto sta che la cosa viene loro rimproverata dallo studioso stesso, nel libro, che nel corso del seminario di Cornell già ricordato presenta una relazione dal titolo “Stayin’ Alive, strutturalisticamente parlando”. La funzione metalinguistica (quarta) e quella poetica (sesta), avrebbe detto lo Jakobson che conosciamo, possono mescolarsi fra loro e dar luogo a performance inedite, se non magiche, comunque assai efficaci. A sua volta Barthes, forse il personaggio meno sviluppato del romanzo di Binet, avrebbe parlato di piacere del testo ed effetti di reale. Come dire che, in soldoni, la settima funzione del linguaggio è già fra noi. La conosciamo e la pratichiamo tutti, sempre, senza sosta. Ma quella fortunosamente post-babelica, dunque imperfetta, frantumata, troppo umana. Sublime come la bocca del vulcano che chiude il libro: le colonne di zolfo che escono dalle viscere della terra appestano l’aria, ma il cielo non è mai uniforme. È semmai un testo interrogato dall’augure che lo indica col bastone: come dire l’umana voglia di conoscenza.

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