La tirannica liberazione

Appartengo alla generazione di chi è nato dopo, ma non abbastanza. Nati troppo tardi per vivere le travolgenti accelerazioni storiche del Novecento, ma non abbastanza tardi da non percepirne i riverberi; non al riparo dagli echi struggenti della memoria, dalla nostalgia per tutto ciò che non abbiamo vissuto. 

Per noi nati dopo, il ’68 è uno dei nuclei pulsanti di questa nostalgia. Racchiude una sintesi di tutto quanto di “novecentesco” ci è stato precluso: l’ipotesi rivoluzionaria, la contestazione generalizzata, la possibilità di rovesciare il sistema e di ricostruirlo dalle fondamenta, a immagine della nostra fantasia. La liberazione assoluta, agita tanto a livello delle strutture sociali, quanto a livello dei rapporti personali, dalla costruzione di nuovi spazi di convivenza fino al modo di vivere e percepire l’intimità, l’amore, il sesso. 

 

Con il ’68, l’assalto al cielo era stato sferrato una volta per tutte. Non importa che lo si considerasse riuscito, nella misura in cui ha cambiato l’immaginario collettivo e la microfisica stessa delle relazioni di potere; o completamente fallito, con l’estinzione della prospettiva rivoluzionaria, il riflusso e il trionfo dell’ordine capitalistico. Paradossalmente, entrambe le opposte interpretazioni davano come risultato l’irripetibilità del momento: tutto era stato già fatto, e a noi non restava che convivere con questo ingombrante fantasma. Non si poteva rifare il ’68, ma non si poteva nemmeno fare niente di troppo diverso, perché la potenza di quel mito continuava a ipnotizzarci, a tenere in ostaggio le pratiche politiche, i linguaggi, gli immaginari. Non solo la lingua dei volantini e la retorica dei rappresentanti d’istituto, ma perfino la musica da ascoltare, o il modo di fumare, di bere e di fare l’amore sembravano provenire dall’onda lunga del ’68. La nostra educazione sentimentale e politica è maturata all’ombra della costellazione di esperienze che emanavano dal ’68: dalle scuole superiori all’università, dai collettivi studenteschi ai centri sociali, le assemblee, le occupazioni, le parole d’ordine restavano fortemente ancorate a quel modello, erano variazioni sul tema della Grande Contestazione; erano, sempre di più col passare degli anni, la ripetizione di una ritualità della quale si continuava a percepire la potenza simbolica e affettiva, nonostante il logorarsi dei significati e la perdita vertiginosa di efficacia. 

 

Nel 2001, con la grande mobilitazione verso il G8 di Genova, ci sembrava davvero di fare qualcosa di diverso, di inventare un modo inedito di fare politica, individuando temi, linguaggi e strategie d’azione nuovi. Complice la brutale repressione di quell’esperienza però, quel movimento si è involuto, lasciandoci la sensazione di non aver partecipato all’inizio di una nuova storia, ma forse all’ultimo atto, violento e sanguinoso, della storia cominciata nel ’68. 

Nel 2008, a Roma, aggirandomi per la Sapienza occupata dopo l’imponente mobilitazione dell’Onda contro le riforme berlusconiane, mi sono sorpreso a confrontare le immagini che vedevo, e le parole che ascoltavo, con quelle apprese dal mito. E l’entusiasmo che provavo veniva anche dall’avvertimento di una somiglianza: lo stavamo facendo anche noi? Era quello il nostro ’68, la contestazione che avremmo raccontato, e che i giornali avrebbero commemorato cinquant’anni dopo? Probabilmente no, e uno dei motivi è proprio che anche quella, nonostante le specificità contingenti, era una sorta di rievocazione storica, una riproposizione che non riusciva a uscire dal cono d’ombra di ciò che era stato già fatto. 

 

Nel frattempo, chi nel ’68 c’era, e lo aveva fatto (o aveva partecipato negli anni successivi alle sue immediate conseguenze), cominciava a decostruirne con un certo cinismo il mito e la forza propulsiva. Ancora, con due opposti ma convergenti atteggiamenti: da un lato c’era chi ci rimproverava perché avevamo lasciato il discorso sospeso, perché noi non ce l’avremmo fatta a fare lo stesso, perché di quella generazione di rivoluzionari si era perso lo stampino, e noi ci eravamo rammolliti e moderati. I reduci ci mostravano la loro irriducibilità come un trofeo castrante: dovreste fare come abbiamo fatto noi, ma non riuscirete mai a fare come noi. Dall’altro lato c’era chi ci diceva invece che il ’68 non era poi stato un gran che, e anzi era stato l’inizio della fine, la consacrazione dell’individualismo edonista, il motore di uno sfrenamento del desiderio che aveva aperto la strada al consumismo e al trionfo delle ideologie liberiste. Così in una serie di prese di posizione diverse tra loro ma sostanzialmente in accordo nell’individuare nel ’68 la radice degli smottamenti del presente: dallo psicoanalista Massimo Recalcati, a Mario Perniola con il suo Berlusconi e il ’68 realizzato, a Valerio Magrelli con Il ’68 realizzato da Mediaset. Tutte analisi che contenevano elementi di intelligenza di quel periodo storico, ma che per la generazione del dopo non facevano che confermare la sensazione paralizzante. Non solo una delle nostre mitologie politiche fondamentali era ispirata a una matrice irripetibile, ma questa matrice conteneva anche il germe velenoso di tutto quanto di peggio noi, nel nostro affacciarci alla vita politica, stavamo subendo. 

 

Insomma, il ’68 negli anni ci si andava configurando come un evento insieme fondativo e minaccioso. Una narrazione che conteneva tutte le storie, ma ci impediva di scriverne altre. Il mito della liberazione incorporato nel ’68 si rivelava tirannico soprattutto per una delle sue eredità politiche più tenaci, quella del radicalismo oltranzista, che non di rado confinava col ribellismo. Per quanto in modo controverso e non univoco, uno degli esiti del ’68, almeno nel nostro immaginario del dopo, era stata la lotta armata, l’idea di concretizzare le ipotesi rivoluzionarie attraverso il ricorso alla violenza politica che si è manifestata nel corso del decennio successivo. Al di là delle interpretazioni di quelle complesse e contraddittorie esperienze, questo risultato per noi che guardavamo da dopo ci proponeva un ulteriore modello irraggiungibile, lasciandoci però intatta l’idea che quello rivoluzionario era l’orizzonte da persegurie, seppure inteso in senso lato, vago e sfuggente. La riproposizione della violenza politica, del resto, dati i rapporti di forza che ci trovavamo a vivere, ci sembrava letteralmente impensabile. Ma ciò nonostante, anche senza violenza, continuavamo a percepire confusamente la rivoluzione e l’integralismo politico come le uniche opzioni praticabili. L’energia contestataria del ’68 si è cristallizzata in un massimalismo politico che accettava come solo risultato possibile il rivolgimento del sistema, e rifiutava l’idea di un suo miglioramento parziale. Proprio mentre le possibilità concrete di cambiare il sistema alla radice diventavano sempre più impraticabili, noi continuavamo a volere tutto, e a pensare che qualcosa non fosse mai abbastanza. Fedeli a questa ostinazione, abbiamo ottenuto meno di niente. Nella coscienza politica di una larghissima maggioranza della mia generazione, tutto ciò che era leggermente più blando della contestazione integrale e della rivoluzione virtuale era un tradimento e un inaccettabile compromesso. Tutto ciò che apparteneva al sistema andava contestato radicalmente e, soprattutto, unitariamente, mettendo in secondo piano le differenze e le sfumature, rifiutando in blocco una classe dirigente che appariva irrimediabilmente compromessa. 

 

Su questo aspetto credo che l’influenza dei padri (e delle madri, ma significativamente in misura minore), di chi il ’68 lo ha fatto, sia stata particolarmente controversa, e abbia instillato in molti dei figli e delle figlie un bacillo di irresponsabilità, a causa del quale la contestazione, col passare del tempo e il mutare dei contesti, si è trasformata in astratto ribellismo. 

Quei padri (è una generalizzazione, ma credo sia fedele alla tendenza dominante), con poche eccezioni hanno costituito una classe dirigente culturale virtualmente rivoluzionaria, nei proclami e nelle prese di posizione, che si è dissociata e si è spesso opposta alle altre componenti della classe dirigente. 

Il rifiuto assoluto e monolitico della classe dirigente politico-economica ha portato a un logoramento e a una delegittimazione pervasiva di tutte le sue espressioni, in nome di un’opzione rivoluzionaria che nei fatti diventava sempre più anacronistica e irrealizzabile. La rivoluzione anzi si trasformava in un alibi dislocato nel tempo e nello spazio, una continua dilazione dell’intervento, una velleitaria fuga in avanti che spesso si risolveva nell’immobilismo e nella resistenza al cambiamento. 

 

I padri, da dentro una nicchia abbastanza salda e confortevole dell’establishment, criticavano l’establishment, lo dichiaravano irriformabile e indicavano un sempre più nebuloso orizzonte di rivolgimento. Nel frattempo, l’establishment, anche nelle sue componenti migliori, peggiorava a vista d’occhio (non solo a causa di questa delegittimazione ovviamente), s’impantanava, diventava sempre più miope e incapace di elaborare una visione e un pensiero critico sul presente. Noi intanto, la generazione del dopo, restavamo fuori: senza la rivoluzione che pure continuavamo ad auspicare, senza il paracadute e le sicurezze di chi la rivoluzione la predicava da dentro, e senza riforme (ah! la parola proibita!) che ci garantissero miglioramenti progressivi e argini concreti alla crisi che ci ha lasciato fuori dal mondo del lavoro, fuori da ogni possibilità di incidere sul futuro del nostro paese, e poi sempre di più, letteralmente, fuori dal paese medesimo. E soprattutto, prigionieri del mito della Grande Contestazione, senza la forza di elaborare una critica dei padri culturali, di individuare le loro contraddizioni non tanto per ucciderli, ma per provare a costruire un discorso critico nostro, originale, all’altezza della complessità dei tempi e delle loro vertiginose mutazioni. 

 

Ho esitato molto a scrivere queste parole, perché erano di difficile elaborazione, e perché so già che si esporranno alle critiche, anche giustificate, di moltissimi amici e amiche, compagni e compagne di strada che potrebbero leggerci la solita – ormai per niente originale o “provocatoria” – liquidazione reazionaria dell’esperienza del ’68 e dell’antagonismo politico in generale. Pensavo però che fosse importante provarci proprio per impostare in pubblico, offrendola alla discussione, una critica più articolata, che non risultasse semplicisticamente liquidatoria. Per dirla in termini banali ma chiari: sono convinto che le esperienze del ’68 abbiano cambiato il mondo in meglio. Soprattutto, sono convinto che abbiano giocato un ruolo fondamentale nell’educazione politica ed emotiva delle generazioni successive – a cominciare da quella del ’77, che ha elaborato l’idea di autonomia come alternativa suggestiva e spesso immediatamente efficace alla presa del potere – inclusa la mia, indicando la sovversione come possibilità sempre attuabile, la contestazione dell’esistente come un gesto vitale, la reazione all’ingiustizia come una necessità e un dovere. E credo che non si debba rinunciare a nessuna di queste eredità. 

 

Allo stesso tempo, credo sia necessario riflettere su quali elementi della Grande Contestazione si sono sclerotizzati, e sono diventati automatici, ripetitivi, e perfino funzionali alla conservazione del sistema. Come appare evidente se si considera la sostanza politica dei tantissimi movimenti anti-sistema che si stanno affermando in Italia e in Europa, e che praticano la contestazione integrale e senza differenze dell’establishment in nome di una sovversione che ha pochissimo di rivoluzionario, e molto di regressivo. 

La contestazione integrale e indifferenziata è diventata maggioritaria nel senso comune. È sempre più facile sentire discorsi che danno la colpa di tutti i problemi al “sistema”, senza distinzioni e con una negazione radicale della complessità. O sentir dire in una qualunque conversazione da bar che “ci vorrebbe una rivoluzione”. È chiaro che si tratta di una deformazione del discorso contestatario, e che questo anarco-ribellismo conformista in Italia ha radici che non si possono ridurre a, o confondere con, l’eredità del ’68. Tuttavia credo che chi è cresciuto con il mito contestario e radicale che il ’68 ha irradiato debba porsi il problema di questa macroscopica evidenza: la contestazione è il nuovo conformismo. E il ribellismo sordo a qualunque ipotesi di composizione e di elaborazione della complessità lavora alla conservazione e al disfacimento, più che alla trasformazione rivoluzionaria. 

Non si tratta di fare l’elogio della moderazione, o della realpolitik contrapposta all’idealismo utopico. Né si tratta di abdicare a un pensiero radicale di trasformazione dell’esistente, del quale si sente un disperato bisogno. Si tratta forse, però, di fare i conti con quello che la nostalgia del ’68 ci ha lasciato come eredità tossica, ovvero il nostro continuo dissociarci, in nome della decostruzione e dell’intransigenza, dai luoghi di effettiva elaborazione dell’azione politica e culturale. E portare forse finalmente lì, nei luoghi della costruzione, nelle articolazioni del sistema – che non è il migliore possibile, ma l’unico entro il quale si possa agire – l’efficacia del pensiero radicale, sganciato dal ribellismo e dall’attesa messianica – che si risolve in inconcludenza – della rivoluzione. Forse il nostro ’68 è questo: liberarci dal modello tirannico della liberazione assoluta, smettere di percepirci come arrivati dopo, e costruire una critica del presente che sia a immagine della nostra fantasia. 

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