L’Aleph di Armando Punzo

Un fruscio di lunghe canne. Uomini in colorati costumi sacerdotali. O forse gli abitanti dell’aria viaggiatori che partono in cerca del misterioso Simurgh, nel Verbo degli uccelli di Farid ad-din Attar. Per entrare nello spettacolo, dopo aver varcato i controlli alle porte del carcere di Volterra, devi passare sotto quei bambù fruscianti, che accarezzano e smuovono l’aria.

 

Le parole lievi, il nuovo spettacolo di Armando Punzo e dei suoi detenuti attori della Compagnia della Fortezza, andato in scena dal 25 al 29 luglio in quel meraviglioso teatro penitenziario di Volterra che si accende solo d’estate dal 1989, forse non è ancora uno spettacolo. Ma può anche darsi che sia già un’opera compiuta e tale sembra a chi ne fa esperienza. In ogni caso avrà un seguito l’anno prossimo, come usa fare l’artefice napoletano trasferito sotto i cieli toscani. Lavora tutto un anno con i detenuti, con tanti detenuti, ogni giorno, varie ore il giorno, cercando di annullare nelle loro teste l’idea di sbarre, di prigione, di pena quotidiana, e arriva, alla fine del primo anno, a uno studio, a un insieme di materiali più o meno collegati. Si tratta di un’imbastitura, che si compie il giorno della prova generale o addirittura quello della prima rappresentazione, per poi prendere slancio nelle tre-quattro repliche successive e distendersi in uno spettacolo compiuto l’anno successivo. Ma già alla prima messa in immagini rifulgono tesori assoluti, sempre in emergenza, oltre che per le condizioni difficili in cui si lavora in carcere, volutamente in emergenza, per dare vita non artificiale e convenzionale, per cercare prospettiva, molteplicità di piani, abisso, utopia a quello che si prova, si esperisce, si crea, si mostra.

 

Ph: Stefano Vaja 


È stato così, anche questa volta. Ho assistito all’anti-generale, alla prova generale e alla prima rappresentazione. Nel lavoro, ispirato a tutte le opere di Borges, come nuova tappa dopo un viaggio in tutto Shakespeare (lo spiegherò dopo), domenica 23, giorno dell’anti-generale, si vedevano frammenti interessanti o già smaglianti, testi, immagini, tutti collegati in un disegno ancora ipotetico. Il giorno dopo ancora le incertezze e i vuoti erano tanti. Alla prima per il pubblico lo spettacolo è apparso, improvviso, ancora come indagine su un mondo più che come mondo perfettamente delineato, ma già sufficiente a se stesso, travolgente, emozionate. Come è avvenuto gli altri anni, tutto è diventato sempre più fluido nei giorni successivi, mantenendo, in modo discreto, l’aspetto di work in progress, con immagini, testi, suggestioni chiamati dall’artefice in scena, esplicitamente, al microfono, di opera ancora in assestamento, verso un disegno che si compirà con tutti i suoi nessi solo l’anno prossimo.

 

 

L’anno passato con Dopo la tempesta il protagonista (interpretato dallo stesso Punzo), un mago teatrante uomo in crisi, seguendo un bambino partiva verso orizzonti misteriosi, indefiniti, rischiosi, abbandonando i tipi umani conosciuti, incancreniti nei vizi, negli amori, nei delitti, negli odi, nei comportamenti conosciuti dei personaggi del corpus shakespeariano, una specie di atlante dell’umanità come è stata e come ancora è. In cerca di un nuovo mondo.

 

Quest’anno siamo oltre la soglia. In un luogo dove inizialmente i passi, su tre grandi spazi rettangolari bianchi, sono molleggiati, come con poca resistenza, poca gravità, e poi si scoprono tre vasche d’acqua che richiamano il mare, i fiumi, l’elemento fluido, dove tutto può sfumare, annegare, riflettersi, galleggiare, raddoppiarsi, affogare. Così i tipi dello spettacolo sono accelerazioni o prospezioni dell’umano verso luoghi sconosciuti. Siamo tra i sentieri che si biforcano di Borges, per vie parallele, sovrapposte, divergenti, convergenti. Siamo nell’uno che contiene tutto dell’Aleph, punto, sfera, di tutti i punti del mondo. Siamo in un viaggio oltre l’umano, iniziato da molti anni e da parecchi spettacoli da Punzo, oltre i ruoli che ti inchiodano per sempre a essere ricco, povero, criminale, perbene, in una ricerca dell’uomo attraverso l’attore, uomo per sostituzione, per accelerazione, per condensamento e proiezione, “a ritrovare il volto che aveva prima che il mondo fosse creato”, come scrive il citato William Butler Yeats.

 

Ph: Stefano Vaja. 


Siamo arrivati nel cortile centrale del carcere, passando attraverso i libri di una biblioteca di Babele, spostati apparentemente senza un senso da un posto all’altro delle alte pile, dei mucchi, dal bambino e da grigie bibliotecarie, con un Dedalo col cranio e il torso disegnato di labirinti che con una canna traccia spazi immaginari, immaginabili, nell’aria e per terra. Siamo davanti a tre piscine inizialmente coperte con plastiche bianche, percorse, bordeggiate, attraversate tra suoni lunari, sospesi, ripetuti, arabeggianti, minimalisti o melodiosi, con incalzanti accelerazioni di percussioni (il disegno delle musiche è di Andrea Salvadori, le scene di Alessandro Marzetti e Punzo, i fantasiosi, straordinari costumi di Emanuela Dall’Aglio; movimenti scenici di Pascale Piscina, aiuto regia Laura Cleri, con il contributo di numerosi altri collaboratori e l’organizzazione di Cinzia De Felice). Appaiono donne in scuro, principesse di Mille e una notte avvolte nei veli, uomini in bianco, o in nero dal volto arrossato, insanguinato, uomini in grigio con valigia, viaggiatori, uomini in marsina e tuba, un Re di giunchi e i suoi schiavi, uomini con una lucerna e il riflesso giallo della sua luce proiettato, disegnato su metà del volto e del busto. Appaiono neri carismatici sacerdoti che scandiscono in inglese la Genesi, l’origine, uomini con le mani bloccate al busto, con i volti cancellati, o con gli occhi bendati, figure queste ultime che con remi come fantasmi orientali navigano su un fiume. Appare un portatore di albero scosso dal vento e un altro, barbuto, che esibisce tra le mani un nido legnoso e si stende come corpo offerto in sacrificio sulle acque. Dappertutto sfere, qualche cubo, qualche piramide. Li muove, li osserva, li manovra un giovane malinconico muratore dallo sguardo pensoso e dal cappello di carta da Arlecchino. Un volto indio, su un corpo magro, nervoso, scattante, con i piedi, le tasche, i risvolti del collo e le braccia imbottite di fogli di libri, salta, ride, singhiozza, ritma parole sul passato, sul futuro, sullo sguardo in se stessi.

 

Ph: Stefano Vaja 


 Ascoltiamo testi che sospendono, sdoppiano, inventano la realtà. Invitano a cercare il tutto che ci manca, il dettaglio necessario, l’immagine instabile, virtuale, che promette di far vedere a rovescio le cose, usuali. Con grazia tremolante le canne dell’armata sacerdotale, dei variopinti esseri che forse incarnano gli uccelli verso il Simurgh, fendono l’aria, scacciano i fantasmi e rompono le immagini stesse. Entriamo nel respiro del vento, nell’occhio del bambino, nella dolcezza della voce che culla e allontana dai continenti conosciuti, mentre promette mondi nuovi.

Un intervento dissolve l’altro, o vi si sovrappone. L’armata delle canne di bambù irrompe, correndo in stormo, esplodendo in movimenti indeterminati come quelli delle particelle dell’atomo, in cerca, in marcia, in sosta, in ascolto. E noi stessi spettatori siamo invitati a viaggiare, ad alzarci dai posti tranquilli all’ombra, a guardare nelle acque, a scrutare da vicino questi attori che non ci mettono – con parole, con lamenti, con denunce – di fronte alla loro condizione di carcerati: semplicemente si offrono con la loro diversità al nostro sguardo, riportandoci a scrutare i sentieri che si biforcano dei nostri pregiudizi.

 

Punzo cerca un altro uomo, non incollato alla sua immutabile storia comunitaria e personale, ai suoi errori, alle sue debolezze. Ipotizza un essere a suo modo eroico, perché sempre “scontento di sé, insoddisfatto ed estremamente curioso, che smargina, si proietta in avanti, vuole immaginarsi diverso, muoversi su strade al confine, giocare con il caso, rischiare” (dalla bella intervista a cura di Rossella Menna su un foglio distribuito prima dello spettacolo).

 

Ph: Stefano Vaja. 


Arriva una testa di Minotauro, a un certo punto, abbandonata su un cubo, a navigare nell’acqua. Il bambino la guarda. Gira, gira una figura alla fine, come un sufi, gira una canna con lui, girano altre cose, girano le parole, a fare il vuoto, verso il mare all’alba, alla sera, verso gli occhi infiniti che si fissano in ciò che gira come in uno specchio, nell’Aleph che è tutta la terra il cosmo e le cose rifatti di nuovo, nuovi. Le sfere, di polistirolo, sono mosse dal vento, tra gli spettatori. Un ballo finale. Lento, leggero. Punzo prende per le mani un suo alter ego vestito di nero con i piedi nell’acqua, mentre un bussolotto ci racconta, ancora, che l’essere umano è esposto alla sorte. A un caso, a un destino che vale la pena soffrire, sfidare.

 

Questo itinerario verso l’altro, un altro mondo, un altrove, è come una scala mistica, che sale per gradi, attardando certe volte il cammino con intralci che procurano discese, per riconquistare nuovamente la vetta successiva. Un itinerario verso una beatitudine che forse si può raggiungere per un momento solo, che forse sfugge, più che un itinerario della mente in dio una sfida, oltracotante, a disegnare una nuova umanità. Per questo il progetto in cui è collocato lo spettacolo si chiama Hybris, sfida, coraggio, sogno, amore – dice Punzo – non arroganza. Necessità di disegnare un mondo più umano. Per questo alla fine di ogni spettacolo si discute con filosofi, filologi, giuristi, preti, economisti, sociologi, genetisti: sul reale oltre la realtà, sul cattivo uso della tradizione, sulle questioni di vita e di morte tra economia e biodiritto, su chi è fuori dai giochi, sull’equivoco della natura (a cura di Armando Punzo e Rossella Menna, con la consulenza scientifica di Federico Condello, qui il programma).

 

Per questo dopo ancora ci si sposta nel mastio dell’antica fortezza medicea per una “Cena galeotta”, preparata dai detenuti, squisita, e si finisce a cantare, tutti insieme, liberi e reclusi, su una percussione ossessiva nella notte, tra le videoproiezioni di brani della Compagnia della Fortezza di Lavinia Baroni e Stefano Vaja, sound Andrea Salvadori. Per questo, alla fine si sale sulla torre più alta e si vedono tutta la città e tutta la vallata, dalla Val d'Elsa al mare, sotto uno spicchio di luna e sotto le stelle. Non controlli quelle case, quelle terre, quelle strade, come facevano le antiche scolte: questa volta le senti. Dall’alto diventi leggero, come la notte d’estate (come Le parole lievi).

 

Ph: Stefano Vaja. 


Di fronte a quello che abbiamo visto, crediamo che bene abbia fatto l’artista a concentrarsi sul suo lavoro e ad abbandonare un festival, VolterraTeatro, ridotto al lumicino economicamente (40mila euro), assegnato sempre più in ritardo dal Comune, a un mese e mezzo prima della manifestazione, con una gara al ribasso economico. Un festival – in questa estate già piena di cose poco significative – ha senso solo se può integrarsi, confrontarsi, anche scontrarsi, ma con forza, con un tale progetto. Altrimenti questa ricerca orami alle soglie dei trent’anni (nel 2018) basta e avanza. Anche se vorremmo fosse sempre più ascoltata, sempre più sostenuta, esportata.

Non abbiamo visto uno spettacolo compiuto, a quanto dichiaravano Punzo e i suoi collaboratori. Abbiamo viaggiato in un processo creativo che si espone fino alla carne, al sangue. Siamo stati risucchiati dentro un’esperienza unica, complici, trasformati noi stessi, anche solo guardando, in esploratori di altri mondi. Per ora sospesi…

 

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.