Le cinque passioni del '68

Nel 1968 compii vent’anni. Ero da un anno studente alla Sorbona di Parigi, e quindi potetti partecipare al maggio 68 – da ossimorico militante individualista, non ero organico ad alcuna organizzazione politica. Ho ripercorso la mia esperienza all’epoca in un libro appena uscito, Godere senza limiti (Mimesis). Allora mi consideravo un comunista trotzkista, quindi in opposizione ai partiti comunisti pro-Unione Sovietica, il partito comunista italiano di Berlinguer e il partito comunista francese di Marchais. In quegli anni ho viaggiato molto tra Italia, Francia e Inghilterra, per cui ho potuto confrontare de visu i diversi “68”. 

Che cosa è stato allora, il 68 francese? Lo chiamo francese, ma è evidente che quello italiano aveva molte affinità con esso. Rispondo che esso può essere capito in riferimento a cinque passioni: liberalismo libertario, dionisismo, spettacolarismo, fraternismo, dadaismo.

Le illustrerò brevemente.

 

Liberalismo libertario  

 

All’epoca la cultura dominante tra gli intellettuali sia in Italia che in Francia era comunista marxista. Era la cultura che avevamo ereditato dai nostri nonni, padri o amati professori. Eppure proprio nel maggio 68 ricomparve alla grande il movimento libertario, di cui prima nessuno sentiva quasi più parlare. I boulevard parigini si riempirono di foreste di bandiere rosse-e-nere, ovvero mezzo comuniste mezzo anarchiche. Daniel Cohn-Bendit, il simbolo del 68 francese, era anarchico confesso, quindi detestato dai “bolscevichi”. Ora, per l’anarchismo il nemico principale non è il capitalismo ma lo Stato, e ogni forma di gerarchia. Decisamente, lo stato francese, forte e centralizzatore, era allora più antipatico del capitalismo (che peraltro, all’epoca, era spesso capitalismo di stato). Il vero nemico appariva lo stato forte, poliziesco, gaullista o giacobino, CIA o regime sovietico. 

Ma la ripulsa dello stato non è solo fisiognomico dell’anarchismo: anche del liberalismo. Il libertarismo è una forma radicale di liberalismo. Non a caso, l’anarchismo negli Stati Uniti viene percepito come un estremismo di destra, e non di sinistra come in Europa. La hybris del 68 – rispetto alla tradizione socialista e comunista, o cattolica, dei nostri seniors – fu l’irrompere di questa voglia di libertà. Insomma, fu un nostro modo obliquo di convertirci al liberalismo, senza darlo a vedere a noi stessi. Da qui il successo dello slogan “è vietato vietare”.

 

Anna Maria Ortese disse, in Il mare non bagna Napoli, che il marxismo degli intellettuali napoletani nel primo Dopoguerra era un liberalismo di emergenza. Il marxismo degli anni attorno al 68 fu un liberalismo d’impazienza. Spazientiti dalla lentezza di quella modernizzazione che pur stavamo vivendo.

Il 68 – che di fatto è proseguito in tante società occidentali e in Giappone fino alla fine degli anni 70 – ricorda le notti bianche nelle estati dei paesi nordici. E’ difficile dire, a un certo punto, se le luci lattiginose che vediamo sono quelle del tramonto o quelle dell’alba. Nel 68 lungo si è sovrapposta una cultura che stava tramontando a una cultura che invece andava verso il mezzogiorno. La cultura al tramonto erano i paradigmi marxisti, e non ci rendevamo conto del fatto che era il liberalismo libertario (quello incarnato da Pannella e Bonino da noi) quello che stava prendendo luce. Eravamo molto più liberals di quanto non volessimo ammettere. Io non ho mai avuto cotte maoiste, ma persino i compagni “cinesi” all’epoca leggevano la Rivoluzione culturale allora in pieno corso in Cina in un’ottica infondo liberale: appariva loro la rivolta dei giovani cinesi contro un apparato comunista dispotico, anchilosato e burocratizzato. La Rivoluzione culturale ovviamente è stata cosa molto più complessa, intrisa com’era di aspetti che oggi chiameremmo populisti. Ma era attraverso una lente anarchica che molti – non io – la ammiravano.

E poi all’epoca fiorirono i movimenti anti-autoritari, che hanno generato il movimento femminista e quello degli omosessuali, rampolli del 68. Noi “extra-parlamentari” – in Francia ci chiamavano gauchistes – odiavamo come simmetrici il capitalismo occidentale e i “socialismi reali”. Con gli anni, a molti di noi i socialismi reali apparvero più odiosi del capitalismo occidentale, e così, verso la fine degli anni 70, molti di noi si convertirono al liberalismo. I nouveaux philosophes. Diventarono ciò che in fondo erano sempre stati.

 

Dionisismo 

 

Il vero patron spirituale del 68 non è stato Marcuse né Che Guevara né Mao, ma Friedrich Nietzsche, anche se pochi tra noi lo avevano letto. Dal pensatore tedesco veniva un’idea fondamentale, forte soprattutto in Francia: che alle forme apollinee della vita che chiamavamo allora “borghese” dovevamo contrapporre una spensierata vitalità dionisiaca. Avevamo voglia di pura dépense, di spreco (Georges Bataille). E non a caso gran parte delle filosofie che chiamerei sessantottesche – di Deleuze, Guattari, Foucault, Baudrillard, Lyotard, Vattimo, Badiou, ecc. - trovarono il loro riferimento fondamentale in Nietzsche.

Le avanguardie artistiche che allora sembravano divenute popolari erano illuminate dalla figura eccessiva, tragica, debordante di Antonin Artaud, poeta psicotico. I nostri idoli estetici all’epoca erano due autori in fondo opposti: Artaud e Brecht. Da una parte l’irrazionalissimo teatro della crudeltà artaudiano, dall’altra il razionale teatro epico brechtiano. Come combinare l’inumano dionisismo di Artaud e l’umana compassione riflessiva di Brecht? Non solo il teatro, ma anche il cinema, la letteratura, l’arte, all’epoca cercarono di amalgamare due poli che allo stesso tempo ci definivano e ci dilaniavano (ma infondo ogni epoca, ogni cultura, non è veramente, intimamente definita da ciò che la dilania?).

Da dionisiaci artaudiani, non potevamo avere limiti morali. All’epoca, già gli intellettuali approfittavano della differenza tra latino e greco per opporre morale a etica. I due termini vengono da due parole che significano costume, modo di vivere; ma mentre il termine di origine latina, morale, era la cosa spregevole da denunciare, quello di origine greca, etica, era la cosa da esaltare. “La morale” era l’etica che si rigettava, ovvero quella degli altri – “il moralismo”, in particolare la morale sessuale repressiva e le ipocrisie sociali. Ci pensavamo amoralmente etici.

 

Il dionisismo è l’esito sacrale di un’estrema secolarizzazione: l’ateismo, portato fino in fondo, ritrova la divinità di Dioniso. La differenza, allora, tra la secolarizzazione liberal-capitalista e la nostra era tutta qui: è che la prima non dava alcuno spazio al sacro, solo interesse privato e danaro; mentre noi pensavamo alla vita in termini sacrali. Anche se il sacro a cui guardavamo era quello dei Tarahumara del Messico o del buddismo zen, non quello del papa o dei pastori protestanti. Il nostro rigetto di ogni religione istituzionale, “occidentale maschile bianca”, esponeva una dimensione mistica di cui sentivamo il morso pur senza vederne la forma. La Rivoluzione era la nostra divinità apocalittica, il nostro mantra. 

 


Spettacolarismo 

 

L’emulazione fu un fattore fondamentale del 68. Prima del maggio 68, seguivo con invidia le gesta degli studenti tedeschi, italiani, americani che, già nell’inverno 68, avevano attratto l’attenzione dei media per le loro vistose agitazioni. Parigi si mosse in ritardo – si disse: per scimmiottare gli studenti italiani e tedeschi.

Le prime due settimane il maggio fu solo studentesco. Venne in delegazione alla Sorbona occupata un gruppo di operai. Nell’aula magna, uno di loro disse: “Prima d’ora, gli operai pensavano che gli studenti fossero ragazzi viziati che passavano il tempo a ballare e a bere whisky. Ora hanno capito che anche voi sapete battervi.” E aggiunse: “Oggi tutti i giornali, le televisioni, parlano di voi. Ma ricordatevi che la spina dorsale del sistema siamo noi, operai. E quando ci muoveremo noi...” Difatti si mossero, e la rivolta studentesca passò in secondo piano. Ma quel che fece muovere gli operai di alcune grandi industrie – come poi, in Italia, nell’”autunno caldo” del 1969 – fu una sorta di emulazione fraterna degli studenti che già all’epoca stava assumendo le forme dell’esposizione mediatica: “le prime pagine dei giornali saranno occupate dalle nostre manifestazioni?”

 

In Italia avevo esperienza di volantinaggio sotto alle fabbriche, nella città dove abitavo, Napoli. Nel Dopoguerra si decise di trasformare l’indolente regione napoletana in un polo industriale, così il golfo di Pozzuoli fu deturpato da una lunga serie di officine una più puzzolente dell’altra. Con i miei compagni trotzkisti andavo sotto l’acciaieria Italsider a vendere il nostro giornaletto, all’ora dell’uscita del turno. In quei grigi pomeriggi, i lavoratori avevano un’aria poco rivoluzionaria: stanchi, lenti, sembravano non pensare ad altro che a tornarsene a casa a guardare la televisione aspettando la cena. Un mio compagno, un intellettuale come noi che cercava di vendere la Rivoluzione alla classe rivoluzionaria, mi disse: “Mi sembra che gli operai ne abbiano le palle piene di essere così al centro della Storia!” Col 68 invece sembrò che gli operai si decidessero a giocare il gioco che ci si aspettava da loro: non solo essere (intrinsecamente) proletariato rivoluzionario, ma sembrarlo (estrinsecamente) anche. Comunque, la vivacità operaia, in Italia e in altri paesi, non è spiegabile senza l’emulazione dell’agitazione giovanile e studentesca dell’epoca.

 

Sul piano politico ed economico il 68 francese ha prodotto effetti irrilevanti o nulli. I gaullisti uscirono rafforzati dal 68 - bisogna aspettare ben altri tredici anni perché la sinistra con Mitterrand vada al potere. I vistosi aumenti salariali strappati con i grandi scioperi del maggio dopo un anno erano già del tutto annullati dall’inflazione. In Italia, il predominio della Democrazia Cristiana – e dell’alleanza di centro-sinistra di cui essa era il perno – è durato fino al 1992. Gran Bretagna e Germania ebbero governi di sinistra negli anni 70, ma sfociarono nel trionfo di Thatcher e di Kohl. In fondo, il solo 68 politicamente riuscito fu quello americano: l’opposizione alla guerra del Vietnam contribuì molto alla resa americana in quell’area. A partire dagli anni 80 il mondo occidentale sembra aver voltato le spalle alle proposte marxiste e anarchiche. Eppure...

Questo mondo globalizzato che alcuni detestano non è anche figlio di quel movimento di questi “alcuni”? In effetti, dal 68 in poi si è affermata in modo spettacolare quel che il situazionista Guy Debord chiamò la società dello spettacolo. Certo quel marxista ne parlava per stigmatizzarla, ma proprio mettendo l’accento sulla spettacolarità Debord è, in qualche modo, la figura teorica più rappresentativa di quell’epoca. Il maggio 68, malgrado tutto, segnò l’affermazione nuova, inedita, vincente, della società dello spettacolo. Il 68 è importante soprattutto per i suoi effetti “culturali”, ovvero per la formazione del nostro attuale sentirci-al-mondo. Non a caso molti degli autori che si affermarono in quell’epoca si occupavano di media e di cultura popolare: McLuhan, Barthes, Eco…

La svolta fu questa: “quel che conta è che si parli di noi”. 

 

La Storia ha una faccia nascosta (processi economici, intrighi diplomatici, ecc., su cui poco o nulla si può) e una faccia invece spettacolare, mediatica, alla quale possiamo credere di poter partecipare. Alcuni dicono che l’evento più importante del nuovo secolo sia stato l’11 settembre 2001. In realtà quell’attentato non ha cambiato per nulla l’assetto economico, politico e militare del mondo. Lo consideriamo storico solo perché è stato massimamente spettacolare. L’importante è che si tratti di eventi fotografati

 

Fraternismo 

 

Oggi chiunque si dica di sinistra è convinto che un impulso lo caratterizzi essenzialmente: più eguaglianza. Della terna rivoluzionaria – liberté, égalité, fraternité – pensa che la seconda sia quella marcante. Credo invece che, anche se un po’ rimossa, la passione della sinistra di allora (e forse di oggi, anche se mitigata) era un profondo desiderio di fraternità.

Il fraternismo non è il collettivismo. Il fraternismo socializzava il nostro impetus dionisiaco: era la faccia collettiva di un’urgenza innanzi tutto soggettiva di rompere tutti i limiti di quella che chiamerei l’economia domestica della società. Per molti, in effetti, il 68 ha significato soprattutto l’esplosione di una hybris individualista, malgrado il sound and fury degli slogan socialisti.

Non a caso uno dei film più rappresentativi di quell’epoca appare Easy Rider di Dennis Hopper. Questo film non ha nulla di socialista: si tratta di due corrieri della droga che traversano in motocicletta parte degli States. Oltre-uomini al di là del Bene e del Male, si lanciano in viaggi con LSD con delle puttane, si fanno canne, ecc. Epopea on the road sulla scia di Kerouac, cantava la nostra passione squisitamente nomadica: mutazione permanente, mai riposare nella certezza delle norme morali o delle istituzioni consolidate. Non è casuale che trip divenisse termine comune per indicare l’esperienza con un allucinogeno. Ma non si trattava della forma poetica, quindi radicale, di una Stimmung che poi è diventata l’essenza stessa della modernità liberale? Flessibilità, deregulation, velocità, mutamento, innovazione: tutte parole che esaltano la passione eraclitea della modernità, la sua intolleranza per ogni adagiarsi duraturo e senile nel già-fatto. Comunque, in Easy Rider quel che conta è, tra i due protagonisti, la loro fraternità.

 

Una sera, incalzati dalle cariche della polizia nelle stradine del Quartier, riparammo nella Sorbona occupata. Là alcuni medici e studenti di medicina ci presero in carico: temevano che i nostri vestiti fossero intrisi dei candelotti tossici che allora usava la polizia, e ci fecero spogliare in gran parte. Quei medici erano deliziosi, ogni tanto venivano a chiederci come stessimo. 

Dall’alto dei tetti potevamo seguire le scene di guerriglia urbana che si dipanavano nel quartiere. Vivevamo l’azione pur potendoci concedere i piaceri passivi della contemplazione. E ci sentivamo tutti fratelli, coccolati da quei deliziosi medici-compagni. Credo che tutti noi, in quella fresca serata di maggio, sentimmo l’ebbrezza di un mondo nettamente diviso in due: da una parte il male che invano si accaniva contro angeli guerriglieri, dall’altra una fraternità finalmente praticata. 

Credo che nella sinistra il progetto di eguaglianza sia una facciata (Marx era contrario al progetto di eguaglianza), quel che veramente spinge verso la sinistra radicale è un sogno delizioso di fraternità illimitata che sdrammatizzi l’emancipazione individualista. Si vuole che nel mondo nessuno ci sia estraneo, che tutti ci siano amici; soprattutto, si sogna un universo di persone gentili. Chi odia il liberalismo, lo identifica a un mondo di egoisti che sbraitano in autobus affollati e puzzolenti di sudore dove ci si pestano i piedi, alla furbizia di negozianti marpioni che ti sorridono solo per carpirti qualche soldo in più. Se si pensa alle scabrosità del 68, non lo si direbbe: ma infondo, volevamo un mondo che finalmente credesse, e non ipocritamente, nella buona educazione. Dall’alto della Sorbona, quello star-tutti-assieme ci faceva sentire giganti che dominavano il futuro e sconfiggevano il male.

 

Dadaismo 

 

Il 68 è stato anche l’epoca di massimo rigoglio delle avanguardie artistiche, che riprendevano – in Francia, ma non solo – temi ed entusiasmi delle cosiddette avanguardie storiche, specialmente del dadaismo e del surrealismo. In America dilagava la pop art, in Italia l’arte povera… Anche in questo, quindi, il 68 ha una continuità col passato: è stata l’epoca in cui si è cercato di popolarizzare quella che era stata sempre fatto d’élite, l’arte d’avanguardia. Non a casa allora divennero star creatori “difficili”, anti-popolari: Ingmar Bergman, Godard, Ronconi, Pasolini, Peter Brook, il Living Theatre…

Mi resi conto, già nel 1966 – quando cominciarono in Italia manifestazioni di sinistra che facevano a meno, per la prima volta, del patronato del partito comunista – che l’estetica della protesta contro l’America stava decisamente cambiando, che insomma si americanizzava. Si trattava di una nuova ondata di dadaismo. A un’iconografia naturalista alla “Quarto stato” di Pellizza da Volpedo si stavano sostituendo segni e stili della pop art: le forme della nostra generazione erano ormai quelle di Allen Ginsberg, Andy Wahrol, Roy Lichtenstein, Bob Dylan, del Bread and Puppet Theatre di New York, oltre che dei Beatles, Doors, Rolling Stones, ecc. Il 68 ha segnato la svolta verso l’anglo-americanizzazione culturale della gioventù, che è proseguita trionfalmente nei decenni successivi. Anche se per noi si trattava ancora di costituire l’Internazionale Rivoluzionaria, mentre oggi i giovani appartengono all’internazionale giovanile, ligi all’American Way: tutti ascoltano musica americana, tutti in jeans, tutti usano computer americani, tutti adorano gli stessi film ovviamente americani, ecc.

 

Per far capire lo spirito dionisiaco e dadaista del 68 e post ricorderò un aneddoto personale, da cui ne esco alquanto malconcio. Nell’inverno del 1970, intrapresi un viaggio in auto da Parigi alla Lorena, con due amici filosofi e la mia esplosiva ragazza francese dell’epoca, Dominique, che si proclamava surrealista. Ci fermammo a Reims, e infreddoliti andammo a pranzare di fronte alla magnifica cattedrale. Dopo un caldo pasto innaffiato di buon vino renano, entrammo nella Notre-Dame. Quel pomeriggio la chiesa era completamente vuota. Né preti, né fedeli. Solo noi quattro, avvinazzati e dadaisti. I miei due giovani amici marxisti ne approfittarono per rubare un paio di sedie e qualche lungo cero, mentre Dominique, ricordandosi che proprio colà per secoli venivano incoronati i re di Francia, si inginocchiò davanti a me e si impegnò in una assorta fellatio. Il crepuscolo stava virando verso la sera, gli ultimi raggi del giorno invernale penetravano attraverso le splendide vetrate.

 

 

Allora noi tre maschi scegliemmo un bassorilievo sulla parete e orinammo tutti e tre, in simultanea, incrociando i nostri getti sulle pietre gotiche. Ricordo i rivoli dei liquidi giallastri che sgocciolavano sul marmo grigio del pavimento.

Perché lo facemmo? Proprio in quei mesi avevo letto tutto d’un fiato il saggio di Erwin Panofsky Architettura gotica e filosofia scolastica – adoravo il gotico. Non volevo, come Marinetti, distruggere Venezia e ricostruirla con macchine d’acciaio, trovavo il passato più bello e commovente del presente. Una schizi dello spirito ci portava quindi da una parte a venerare le opere d’arte, e dall’altra ad atti vandalici contro i monumenti del potere monarchico e religioso. Era un modo per mostrare a noi stessi, e per estensione al mondo intero, che non potevamo avere limiti. Che osavamo imbrattare anche dei capolavori che ammiravamo. Praticavamo la figura iperbolica di un’apertura smisurata verso il possibile, che non si cura di ciò che distrattamente calpesta. Oggi vorrei tornare con Dominique nella cattedrale di Reims, e fare qualcosa per riparare. 

 

Ho rinnegato molte delle idee che nutrivano le mie esperienze all’epoca, non rinnego affatto la mia esperienza di quell’epoca.

 

È uscito da pochi giorni il libro di Sergio Benvenuto, Godere senza limiti. Un italiano nel maggio '68 a Parigi, Mimesis 2018.

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