Leopardi e l’Infinito

Per contribuire a un momento d’incontro, approfondimento e scambio come Tempo di Libri, la fiera del libro che si terrà a Milano dall'8 al 12 marzo, abbiamo creato uno speciale doppiozero | Tempo di Libri dove raccogliere materiale e contenuti in dialogo con quanto avverrà nei cinque giorni della fiera. Riprenderemo i temi delle giornate - dalle donne al digitale -, daremo voce a maestri che parlano di maestri, i nostri autori scriveranno sugli incipit dei romanzi più amati, racconteremo gli chef prima degli chef, rileggeremo l' “Infinito” di Leopardi e rivisiteremo la Milano di Hemingway, rileggeremo insieme testi e articoli del nostro archivio, che continuano a essere attuali e interessanti.

 

Sempre caro mi fu quest’ermo colle

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando : e mi sovvien l’eterno

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio.

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

 

Nei versi dell’idillio L’infinito l’immaginazione dell’oltre è un’immaginazione corporale. Ma già il primo verso – “Sempre caro mi fu quest’ermo colle” – pone al centro del sentire, dell’affezione che supera ogni temporalità limitata (sempre), un mi: percezione di un sé al quale appartiene una profonda relazione visiva e interiore, quella con un colle, e con una siepe. Colle e siepe che non sono un’improvvisa apparizione, né una scoperta, e neppure un soggetto visivo per l’indugio dello sguardo, ma sono un’appartenenza profonda, insieme consuetudine e legame, e per questo l’avverbio di una temporalità senza confini (sempre) li può annunciare e descrivere. Da questo mi posto nel cuore del primo verso muove un arco che si posa sul mi del settimo verso, dove prende campo un soggetto che pensa nella finzione, con la finzione (“io nel pensier mi fingo”), e da qui rimbalza nel mi che è nel cuore dell’ultimo verso: “E il naufragar m’è dolce in questo mare”.

 

La poesia dell’infinito ha nel suo svolgersi questi tre accenti corporei, quasi a voler ancorare alla fisicità del sentire ogni odissea nel tempo e nello spazio dell’illimite. In questi mi, nella loro fisica determinatezza, nella loro energia, nella loro circostanziata finitudine, sembra rifrangersi quell’articolo determinativo che nel titolo dell’idillio pone a oggetto della determinazione quel che è oltre ogni determinazione, di là da ogni definizione, cioè proprio l’infinito, quell’infinito del quale il poeta dirà poi in un passo dello Zibaldone che, come il nulla, non esiste se non nel linguaggio. Portare nella lingua l’assenza suprema, nominare l’indicibile, rappresentare l’irrappresentabile è del resto compito proprio della poesia: lingua che ospita il visibile e l’invisibile, la presenza e la parvenza, il configurabile e il vuoto di ogni figurazione. 

 

Nel respiro del corpo, dunque, nel sentire di un io che è soprattutto potere di finzione nel pensiero, e con il pensiero, prende forma il disegno dell’eccesso, cioè uno spazio senza confini e un tempo che si dissipa come tempo e tenta la rappresentazione dell’eterno. Per svolgersi come comparazione tra il respiro del presente e il respiro dell’assenza, tra il suono di una stagione prossima, udibile, determinata, e il vuoto abissale delle “morte stagioni”. Questo oltre che è l’al di là del linguaggio stesso risuona in un’immaginazione tutta corporale: fisica del sentire e fisica celeste si uniscono.

 

Ritmo dei sensi che la parola “io” definisce e ritmo dell’oltretempo si congiungono nella lingua della poesia. La quale mostra qui il suo azzardo. Che è anche il suo compito estremo, e bellissimo: dire l’infinito sapendo di non poterlo rappresentare, spostare il pensiero fino alla soglia dell’impensato e da lì, da quel confine, fare esperienza di un naufragio. Che è naufragio e scacco del pensiero, di quel pensiero che vuole comprendere l’infinito. Anche la lingua poetica rischia di naufragare dinanzi a questo compito di dire l’infinito comprendendolo, pur nella finzione. Ma proprio nella lingua risuonano e si mostrano le rifrazioni dell’infinito, la dicibilità appunto solamente linguistica, vale a dire i visibili e udibili riverberi, i quali hanno tutti a che fare con l’indefinito, con le sue figure. E sono proprio queste figure dell’indefinito che appartengono a quel che Leopardi chiama il “poetico”.

 

Ecco allora l’immagine del mare, del mare che è – lo scriverà dopo qualche decennio Baudelaire – un “infini diminutif”, un infinito per dir così prossimo, un’allusione d’infinito, o il visibile di un infinito invisibile, insomma una sorta di infinito osservato nella sua umana e comprensibile apparizione. Direbbe Leopardi una parvenza d’infinito. Nel naufragio, dunque, c’è una zattera: il corpo. Il corpo che è detto dal mi del “m’è dolce”, in cui si riflette il mi del primo verso (“mi fu”), dopo avere indugiato nel mi della finzione (“io nel pensier mi fingo”). Il corpo percepisce quel naufragio come una dolcezza: il dolzore della poesia stilnovista riaffiora in questo piacere che sopravviene davanti all’impotenza del pensiero a dire l’infinito. L’odissea immaginativa, che ha tentato la rappresentazione degli interminati spazi, dei sovrumani silenzi, della profondissima quiete, giungendo alla soglia di uno spaurimento tutto fisico (“ove per poco / il cor non si spaura”), e che ha ripreso l’avventura sull’onda di un suono e di una prossimità anch’essa fisica – lo stormire del vento nelle piante – non ha un approdo, sosta per dir così sul vuoto dell’impossibile, sulla sovrapposizione di infinito e nulla, e in questo arresto non avverte più lo spaurimento del sé, ma la fine del pensiero, l’annegarsi, il negarsi, del pensiero in quanto potere di dire l’infinito. In questa sosta sopravviene la presenza del corpo, del suo pulsare.

 

Percezione di un sé sulla soglia estrema dove il pensiero riconosce la sua impotenza. E la poesia, lingua corporale, lingua del sentire, dischiude la percezione di una dolcezza dinanzi non più all’infinito ma dinanzi a una sua visibile, vicaria, terrestre figurazione: il mare. Non metafora teoretica – il “gran mar dell’essere” – ma parvenza di un al di là del limite, che non annienta ma restituisce dolcemente la percezione del proprio sentire. È la lingua, ancora, della poesia. Profumo di un fiore sull’abisso. 

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