L'errore di Renzi

Immaginiamo che quando l’Italia andrà alle urne a marzo o aprile del 2018, il governo Gentiloni lasci l’Italia in uno stato molto migliore di quanto non lo lascerà. Immaginiamo per esempio che il PIL italiano allora sia cresciuto in un anno del 3% (e non dell’1,6% come è finora), che la disoccupazione cali fino al 7% (e non all’11,2% come è ora), la corruzione fortemente ridotta, ecc. Ebbene, scommetterei che anche in questo caso il partito democratico perderebbe le elezioni. Questo perché il voto, e non solo in Italia, non è una risposta allo stato reale di un paese (a meno di casi estremi: un crollo immane oppure un boom gigantesco). Il voto segue una narrative del tutto diversa.

 

Lo si è ben visto con le elezioni tedesche del settembre 2017. La coalizione tra SPD (socialdemocratici) e CDU-CSU (democristiani) aveva lasciato un paese molto florido: buona crescita economica, bassa disoccupazione, alto livello di sviluppo umano, ecc. Eppure i due partiti della coalizione hanno perso insieme circa il 14% dei voti, uno sfracello. Sono stati puniti per aver reso la Germania forte e ricca? 

Un ragionamento analogo andrebbe fatto per la vittoria di Trump nel 2016: l’amministrazione Obama aveva lasciato gli Stati Uniti in una posizione di gran lunga migliore rispetto alla situazione in cui erano quando fu eletto nel 2008, eppure ha vinto Trump. Nel 2016, la situazione economica e sociale della Gran Bretagna era prospera, quindi non si poteva rimproverare all’Europa uno stato di crisi, eppure ha vinto la Brexit. Morale: le ragioni per cui si fa vincere l’opposizione non sono correlate a dati economici obiettivi. Si vota contro il governo, più che per il partito di opposizione. Sia il marxismo che il liberalismo vogliono credere che al fondo delle scelte politiche ci siano essenzialmente problemi economici, ma non è così. Le scelte politiche della gente sono spiegabili più con la forza di certi significanti che dei problemi reali.

E’ forte il significante “immigrato”. Alle elezioni locali del Mecklenburg-Vorpommern nel 2016, l’AfD (Alternativa per la Germania), il partito xenofobo e neo-fascista, ha preso oltre 1/5 dei voti. Eppure in questo Land l’immigrazione è quasi del tutto inesistente. Altro esempio: a settembre un sondaggio ha rivelato che per il 42% dei polacchi gli islamici sono un pericolo diretto per il loro paese. Solo che in Polonia ci sono pochissimi islamici. “Lo straniero” spaventa come significante, ancor prima che come realtà.

 

Che una vasta area di elettori, nei vari paesi, voti sempre contro chi ha governato è un riflesso ormai consolidato che occorrerebbe analizzare.

In Italia, dal 1994 a oggi c’è stato un sistema maggioritario: a ogni elezioni politica ha vinto l’opposizione. Un’alternanza perfetta. Oggi col Rosatellum si è improvvidamente tornati a un sistema elettorale proporzionale, per cui l’alternanza netta resa possibile dal maggioritario si potrà spezzare. In Italia, dal 1948 al 1992, il sistema proporzionale permetteva che vincesse sempre un solo partito: la Democrazia Cristiana. E che un partito perdesse sempre: il Partito Comunista. Resto sempre allibito quando un vecchio comunista rimpiange la Prima Repubblica; si vede che era felice di perdere ogni elezione (un piacere che chiamerei perverso). In effetti il proporzionale favorisce i partiti percepiti al centro di un ventaglio politico che va da sinistra a destra. Ma, malgrado il ritorno al proporzionale, possiamo comunque prevedere che il PD ne uscirà con le ossa rotte. E questo indipendentemente da quel che farà o non farà Renzi. Anche se il PD fosse riuscito, per miracolo, ad allearsi con le frange alla sua sinistra che odiano Renzi ben più di Berlusconi e di Grillo, comunque la sinistra ne sarebbe uscita perdente.

I partiti alla sinistra del PD prenderanno, alle elezioni, quel che la sinistra-sinistra ha sempre preso, dal 1994 a oggi. Che si chiami Rifondazione Comunista, o La Rete, o Comunisti italiani, o L’Arcobaleno, o Sinistra Italiana, o Rivoluzione Civile, o SEL…., questa area elettorale oscilla sempre tra il 5% e il 9%. Oggi i sondaggi danno quest’area attorno al 6%. Area ancora più ristretta della Linke tedesca, ad esempio, che prende attorno al 9%. Certi spazi politici restano stabili nel tempo. E i partiti alla sinistra del PD non recuperano affatto i voti che perde il PD: quando l’elettorato abbandona la sinistra, non distingue la sinistra radicale da quella moderata. 

 

Sostenere però che le scissioni recenti di tanti leader PD siano solo una faccenda di rancori personali contro Renzi è dire solo una parte della verità. Il frazionismo della sinistra sarebbe ben poca cosa se fosse limitato ai leader; in realtà, è un vizio del popolo della sinistra. I leader che Renzi ha rottamato danno voce, in effetti, a tante persone di sinistra che ripetono “Renzi è peggio di Berlusconi”. Frase da me sentita spesso. Questa frangia – tra 6 e 8 per cento – non voterebbe quindi mai Renzi. Gli scissionisti del PD sanno quindi di rappresentare questo spicchio che “vuol sentire discorsi di sinistra”, anche se resterà sempre minoritario.

I leader della sinistra scissionista contano sul fatto che Renzi sarà costretto a fare una grande coalizione con Berlusconi dopo le elezioni, cosa che fiaccherebbe il primo così come ha fiaccato la SPD tedesca, costretta a coalizzarsi con la Merkel. In questo modo la sinistra anti-PD diventerebbe la vera opposizione di sinistra così come Jean-Luc Mélenchon, in Francia, è ormai divenuto il capo dell’opposizione di sinistra a Macron distruggendo di fatto i socialisti di Hamon. Bersani, D’Alema, Civati e qualche altro sognano di diventare i nuovi Mélenchon e di far fare a Renzi la fine di Hollande, cioè la sua quasi-sparizione.

 

Siccome Renzi sa che nelle prossime elezioni perderà, per questa ragione, credo, insiste sull’approvazione di leggi che non godono del favore popolare, come lo Jus soli. Sa che questa sarà l’ultima occasione per far approvare certe leggi “di sinistra”. 

Senza una maggioranza definita nel prossimo Parlamento, si dovrebbe quindi tornare a un governo di Grande Coalizione, come l’Italia l’ha vissuta per oltre 30 anni (Democrazia Cristiana + Socialisti) e come l’ha vissuta la Germania nella precedente legislatura. Ma la große Koalition si può fare solo tra i partiti più “centrali”: PD e Berlusconi. Ovvero, Berlusconi dovrebbe sfilarsi dall’alleanza con la Lega e con i fascisti di Fratelli d’Italia. Il trionfo del voltagabbana. Comunque vada vincerà Berlusconi: o vincerà con i suoi alleati di destra (nel caso raggiungesse il 40%), o, se non ce la farà, sarà l’unico alleato possibile per il PD. Proprio per questo, diversamente da quello che ha fatto sempre, si presenta oggi come un mite moderato conservatore, proprio per demarcarsi dai suoi alleati “sporchi”, in particolare dalla Lega. 

Qualcuno si chiede ingenuamente: “come è possibile che ancora qualcuno voti Berlusconi, condannato per frode fiscale?” Un reato, si noti, contro tutti i cittadini italiani. Perché quando si abbraccia una Causa, se il leader che la incarna si macchia di crimini non conta. Forse che secoli di crimini della chiesa hanno spinto i cattolici ad abbandonare la loro chiesa? Forse che la denuncia dei crimini di Stalin nel 1956, la repressione in Ungheria nello stesso anno e la costruzione del muro di Berlino nel 1961 convinsero i comunisti a cambiare idea? Niente affatto. Anzi, mai i comunisti furono così forti, in Italia, come negli anni 60. Forse che la sconfitta nazista del 1945 e l’Olocausto impediscono oggi a tanti giovani di essere fascisti? Per molti Berlusconi è la loro causa, ogni reato da lui commesso verrà derubricato come “persecuzione da parte della magistratura”.

 

Grosso modo, in tutti i paesi occidentali avanzati un terzo degli elettori vota per forze di destra, estrema o moderata; costoro non voterebbero per un partito di sinistra nemmeno se messi sotto tortura. Un terzo degli elettori vota per forze politiche di sinistra, estrema o moderata, e non voterebbero mai per un partito di destra. In Italia poi c’è una terza forza, il M5S, che più o meno assorbe un altro terzo. Tra questi tre blocchi c’è una massa fluttuante di elettori, che non segue la politica e non sa per chi votare. Gran parte di questa massa frastornata si astiene dal voto, ma un’altra parte vota sempre contro il governo. Da qui la famosa alternanza tra governi di destra e di sinistra che molti invocano come l’equilibrio perfetto dei paesi democratici, e che in realtà è un sintomo di crisi della democrazia: una parte cospicua dell’elettorato è delusa puntualmente da chi ha governato. Da qui il sentimento antipolitico, ovvero diffidenza e disprezzo per chiunque faccia politica di professione, dato che chi fa politica prima o poi governa.

 

 

Dalle Alpi alla Sicilia, sento sempre lo stesso discorso, con poche variazioni, da parte della gente. Dicono: “Tutti i politici fanno belle promesse. Poi, quando vengono eletti, fanno solo gli interessi propri e non si occupano più di noi popolo”. E’ un cliché generalizzato, un ronzio costante. Per me è volgare fare di tutti i politici un fascio e dire che tutti sono corrotti o incompetenti; ho conosciuto anche politici di grande onestà e intelligenza. In realtà il politico, se vuole andare avanti nella carriera, non può assolutamente disinteressarsi dei problemi dei propri elettori. Giulio Andreotti era solito dire: “Il politico è un centro verso cui converge una massa enorme di desideri”. Ciascuno ha un desiderio, piccolo o grande che sia, e spera che un politico glielo soddisfi. Ognuno ha un problema e cerca un potente che glielo risolva. La malattia della politica consiste nel fatto che ogni politico, per conquistare voti, si dà a cieche attività di beneficenza: cerca di dare a ciascuno l’oggetto della sua domanda, diventa un distributore di favori agli elettori, perdendo di vista un progetto generale di società. E’ vero l’opposto di quel che si dice: i politici sono troppo vicini ai loro elettorati. Comunque, detestare i politici è l’hard core di ciò che oggi si chiama populismo.

 

Il populismo anti-politici – che si esprime nel voto anti-governo – segna la crisi della sinistra, per la quale l’opposizione pertinente è piuttosto quella poveri versus ricchi. Per il populismo, invece, la lotta è: “chi sta sotto” versus “chi sta sopra”. Ma, a differenza della sinistra, per i populisti “chi sta sopra” non sono i ricchi, gli imprenditori, i banchieri, i preti, bensì i politici. I quali, guarda caso, sono i soli eletti dal popolo. Se si vedono i vecchi film di Frank Capra, come Meet John Doe (Arriva John Doe) o Mr. Smith goes to Washington (Mr. Smith va a Washington), si capirà quale sia l’assetto mentale populista: in questi film i malvagi sono sempre e solo i politici. La gente comune è sempre buona. Ovvero, quello politico è considerato un super-potere, e come tale oggetto di odio. Il movimento di Grillo è nato dando voce all’odio contro i politici, anche se, prima o poi, il grillismo si scontrerà col paradosso che finirà col distruggerlo: i grillini per battersi contro i politici devono fare politica, diventare politici a loro volta, e quindi scivoleranno nella categoria odiata. Più vincono e governano, più si scavano la loro tomba.

La puntuale delusione nei confronti dei politici è il corollario di una sopravvalutazione del loro potere. Molti sono convinti che se le cose vanno male nel proprio paese (ci sono sempre cose che vanno male in qualsiasi paese, anche in quelli scandinavi) è perché c’è qualcuno che le fa andare male. E’ una versione soft di teoria cospiratoria: si pensa che sia la cattiva volontà a creare i problemi sociali. Se certi problemi non si risolvono – si pensa – allora è colpa della malvagità dei politici. Pochi ammettono che i problemi di un paese sono molto complessi, e che nessuno ha la bacchetta magica per risolverli. Anzi, spesso le soluzioni vere sono impopolari, e così la gente non vota proprio chi trova la soluzione. E’ stato questo il dramma di Gerhard Schröder: con le sue riforme (Agenda 2010) ha salvato la Germania, ma proprio per questo non l’ha votato più nessuno.

 

Ciascuno spera che la politica lo liberi dall’Unbehagen in der Kultur, dal Disagio nella Cultura, dal malessere intrinseco al vivere sociale, su cui ha scritto Freud. “Perché non sono felice? La colpa deve essere di chi ha potere. E chi ha più potere dei politici? Quindi, sono infelice per colpa loro.”

Il rigetto populista dei politici perché “stanno sopra” è il virus che potrà uccidere la democrazia. Dopo tutto, la democrazia fondata sul suffragio universale è un esperimento politico molto giovane, esiste da un secolo e in molti paesi da molto meno. La storia ci testimonia di vari crolli della democrazia, o del potere popolare, a vantaggio di regimi dispotici. La democrazia ateniese si spense nell’impero e nei regni alessandrini. I comuni italiani del Medio Evo divennero poco a poco delle signorie. Ecc. Nulla garantisce che la democrazia debba continuare per sempre. Molta gente, in ogni paese, è delusa dalla democrazia. Il fatto che tanti non vadano a votare è in effetti preludio del fascismo: chi non vota delega la scelta politica agli altri; è il primo passo per delegare le scelte a un Altro, a un Führer.  Diffidare dei politici per il solo fatto che sono politici è il primo passo verso l’invocazione della dittatura: “se tutti quelli che eleggiamo sono egoisti e corrotti, meglio un super-politico non eletto che decida per tutti noi”. Perché la diffidenza per i politici è lo specchio della diffidenza per se stessi. La gente non si rende conto che i politici sono la propria immagine speculare, nella quale, come Narciso, non riconosce se stessa.

 

Renzi è molto odiato da una parte della sinistra, perché il suo modo di pensare non è quello tipico della sinistra classica. Egli ha tentato quel che mi pare cerchi di fare Macron in Francia: superare le visioni della sinistra e della destra e ripensare la società in un’ottica diversa, con l’europeismo come hard core. Per ora Renzi sembra aver fallito, e non è detto che ci riesca Macron. Renzi ha preso tantissimi voti nel 2014 quando si presentava come anti-politico, come “rottamatore” dei vecchi potentati politici, insomma quando veniva percepito come Grillo. Ma siccome a un certo punto è apparso troppo politico vincente, tanta gente ha cominciato a odiarlo. Gli sarà difficile recuperare l’immagine che di recente ha fatto vincere la Brexit, Trump e Macron: apparire come chi rompe con “i vecchi politici”, dato che anche lui è ormai vecchio politico. 

 

Chi ha letto finora questo articolo, capirà che chi scrive, pur avendo il cuore a sinistra, non è di sinistra. Se ho votato sempre la sinistra, è perché sono anti-destra. Credo che nell’ultimo ventennio la destra in Occidente si stia incanagliendo. Nel Dopoguerra abbiamo avuto leader di destra di grande spessore, e questo oggi anche la sinistra lo riconosce: Churchill, De Gasperi, Adenauer, de Gaulle, Moro, Kohl, e anche Lady Thatcher, malgrado il suo neo-liberalismo, non è figura di basso profilo. Ma poi, la destra è diventata Berlusconi e Salvini, Le Pen in Francia, Nigel Farage in UK, Orbán in Ungheria, Trump… Siamo passati da una destra nobile e anti-fascista, a una destra ignobile e filo-fascista. Il mio voto a sinistra è la reazione a un degrado evidente dell’elettorato di destra. 

 

Ho votato in Italia sempre per la sinistra perché ho sempre sperato che essa promulgasse la legge secondo me più importante per difendere la democrazia: una legge sul conflitto di interessi. Leggi: se Berlusconi vuol fare politica, deve rinunciare al suo impero mediatico. Come del resto avviene in altri paesi, in America ad esempio, dove i beni del presidente sono gestiti da un blind trust. Ora, dal 1994 in poi la sinistra ha governato per ben 12 anni, e mai ha votato una legge che ci difenda dal rischio che qualcuno abbia in mano tutti i media. Ormai, da anni, non si parla nemmeno più del conflitto di interessi. Un mio amico di destra mi dice che impedire a Berlusconi di candidarsi (se non rinuncia al suo impero) è fascismo; credo piuttosto che sia l’unica legge per difenderci dal fascismo. La democrazia è ferita a morte quando in essa qualcuno accumula troppo potere, in particolare, quando accumula i tre poteri fondamentali: economico, politico e mediatico. Il fatto che la sinistra, anche radicale, abbia rinunciato a difenderci dallo strapotere di Berlusconi – e di chiunque altro – è materia forse più per uno psicoanalista che per un politologo, temo. Renzi, non varando una legge sul conflitto d’interessi, ha perso un’occasione fondamentale per difendere la democrazia. E probabilmente sarà costretto a governare con Berlusconi, e a restituirgli tutti i diritti che la giustizia – giustamente – gli ha tolto. Questo, secondo me, è la cosa che non gli dovremmo perdonare.

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