L'età della finzione

Ho appena finito di vedere la seconda serie di Fargo, prodotta dai fratelli Coen. L'ho macinata in tre giorni, a tappe notturne, drogato dal desiderio di sapere “cosa sarebbe successo dopo”. Ne sono rimasto orfano per qualche giorno, un po' come la botta di astinenza da Breaking Bad nei giorni successivi alla sua fine. Mi sono gingillato con i remix della figura di Heisenberg fatti circolare dai fan sui social network per ammorbidire l'assenza. 

Credo di aver raccontato un'esperienza comune a molti dei lettori. Viviamo immersi negli intrecci delle storie di vita di personaggi fittizi, che abitano il nostro quotidiano e le nostre conversazioni.

 

Mi sono chiesto quanto tempo passiamo insieme ai contenuti televisivi, siano essi trasmessi in diretta dal televisore di casa, o recuperati su You Tube o Netflix on demand. 

Fate lo sforzo di rimanere qui, mentre attraversate le seguenti statistiche:

 

Negli Stati Uniti le persone passano in media, ogni giorno, 282 minuti (4 ore e 42 minuti) in compagnia di un televisore acceso. È il paese col più alto tasso di consumo televisivo al mondo. L'Italia può dire, finalmente, di primeggiare almeno in una classifica mondiale: siamo infatti il terzo paese al mondo per minuti spesi davanti alla tv (262), davanti a noi solo Stati Uniti e Giappone e subito dietro di noi la Polonia). Mediamente nel mondo il tempo speso davanti alla tv è aumentato 12 minuti negli ultimi 5 anni, anche se è sceso leggermente nei paesi occidentali. Sale lentamente l'ascolto on demand, differito, di contenuti televisivi: ogni giorno gli americani ci passano mediamente 30 minuti.

 

Più di un miliardo di persone nel mondo consuma video su You Tube. Negli Stati Uniti i suoi utenti sono 176 milioni, ma l'80% del traffico di You Tube avviene al di fuori degli Usa.

Mediamente ogni giorno le persone che si connettono a You Tube da rete mobile, ci passano quaranta minuti.

Gli utenti di Netflix, società nata nel 1997, erano 22 milioni già nel 2011 e hanno raggiunto i 75 milioni nel 2015, di cui 40 negli Stati Uniti. Ogni giorno, gli utenti di Netflix spendono in media 100 milioni di ore a guardare un film o una serie tv, ovvero circa 1,33 ore al giorno a testa. 

 

Il film più visto su Netflix, secondo stesse fonti Netflix, è Ridicolous Six, una commedia che ha ricevuto pessime recensioni, una delle quali terminava con la frase: “il vostro tempo conta qualcosa, non c'è ragione di sprecarlo con questo film”. Eppure, pare che la maggior parte lo abbia fatto.

Doug Wood, un consulente della società di produzione globale Shine Group, incontrato a una conferenza sulle audience dei media a Lund, in Svezia, ha raccontato come oggi i contenuti televisivi più richiesti siano quelli dalla serialità definita e basati sul “drama”: il 54% di tutti gli adattamenti televisivi prodotti nel 2013 è rappresentato da “drama series” (telenovelas 26%, sitcom 20%).

La televisione e i prodotti televisivi seguiti su You Tube e Netflix, hanno, come ha scritto il regista Steven Soderbergh, “preso il controllo della conversazione una volta dedicata al cinema”.

 

Il “drama” non è mai stato così presente nelle nostre vite quotidiane. Ma questa affermazione è già stata detta. Precisamente da Raymond Williams, nel 1974, durante la lezione inaugurale all'Università di Cambridge, dove Williams era appena diventato Professore in “Drama”.

In quell'occasione Williams affermò anche che “mai, come società siamo stati esposti a così tanto volume di rappresentazioni drammaturgiche né abbiamo mai assistito a così tante persone recitare (in forma mediata)”. Gli spazi per le rappresentazioni finzionali sono sempre stati fissi e localizzati nel tempo e nello spazio. “È soltanto dal Novecento in poi, con la diffusione di cinema, radio e televisione, che il pubblico del drama ha subito un cambio qualitativo”, sosteneva Williams.

 

Per la prima volta nella storia la maggior parte della popolazione ha un accesso “regolare e costante” al drama, al di là di momenti occasionali. “Ma quello che è realmente nuovo di questo fenomeno”, prosegue Williams, “è che il drama, in modi abbastanza nuovi, si è installato nei ritmi della vita quotidiana. (…) Questo è ciò che intendo quando parlo di società drammatizzata” (dramatized society). Prima del Novecento e dell'arrivo della televisione, il drama era relegato ad un festival, ad una stagione o al viaggio consapevole verso un teatro: “ora invece il dram è un'esperienza abituale: c'è più drama in una nostra settimana di quanto ne abbiano visto i nostri predecessori nel corso di una vita intera”. Non possiamo, sostiene ancora Williams, liquidare tutto questo tempo passato a guardare altri recitare come triviale o spazzatura. È più facile trovare il kitsch in uno spettacolo di teatro mainstream che in una serie poliziesca originale.

 

 

“Finché i nostri occhi non si stancano, milioni di noi guardano le ombre delle ombre e le trovano significative; guardano scene, situazioni, azioni, scambi, crisi. I frammenti di vita vissuta, un tempo appannaggio del teatro naturalista, si sono installati oggi nel nostro ritmo interiore, abituale, volontariamente; il flusso della recitazione e dell'azione attorale, della rappresentazione e della performance, è assurto a una nuova dimensione, quella del bisogno basico, naturale. (…) La nostra società è stata drammatizzata dalla trasformazione delle rappresentazioni drammaturgiche in abitudini domestiche e bisogni quotidiani.”

Williams scriveva nel 1974. Ora le sue parole sono ancora più reali, ma non le sto rispolverando per suggerire una lettura moralista di questa pervasività del drammatico nelle nostre vite. Tutt'altro: Williams non suggerisce questa lettura, anzi, la pervasività che osserva è per lui il motivo per studiare con più curiosità questo fenomeno di esperienza mediata della realtà.

 

La domanda da porsi non è se questo tempo passato di fronte ad esperienze vicarie della realtà sia tempo sprecato o se ci renda peggiori o migliori, la domanda da porsi è più ampia e riguarda il quanto e il come questa visione cambia la nostra prospettiva sul mondo reale, quello non mediato e non vicario. Williams sosteneva che in ogni rappresentazione si descrive una particolare struttura di potere. È un invito a leggere in maniera più consapevole quello che guardiamo. Da questa prospettiva le serie tv che assumiamo in larghe dosi quotidiane non sono più solo intrattenimento ma ad esempio Breaking Bad diventa una favola moderna dell'ineguaglianza della società americana, dove un comune professore di liceo non può permettersi cure per il cancro, o Downton Abbey diventa una rappresentazione (edulcorata) dei rapporti di classe nell'Inghilterra post-edoardiana; Black Mirror una fedele e cinica rappresentazione di un futuro prossimo in cui corporation e istituzioni politiche sono alleati nel controllo dei nostri comportamenti sociali e di consumo attraverso le nuove tecnologie. Questa presenza costante del drama nelle nostre vite, afferma Williams, cambia anche il nostro modo di agire nella realtà, non solo di percepirla o immaginarla, perché ci “fa scoprire in noi dei ruoli teatrali”, ci allena alla finzione, al “come se” del mondo. Ma allo stesso tempo ci fa percepire la realtà che ci circonda come una storia, una narrazione. Le notizie, l'informazione giornalistica diventa storytelling, si trasforma in una storia da raccontare, con gli stilemi della narratologia, del drama: l'eroe, l'antieroe, il viaggio dell'eroe, l'ostacolo da superare, il premio finale. Una volta diventati “esperti” spettatori di storie di finzione, applichiamo più facilmente il filtro narrativo anche alle storie reali e trasformiamo ogni episodio reale in una storia con una trama. La realtà ci diventa comprensibile attraverso il filtro della finzione narrativa e spettacolare. E filtrandola attraverso il prisma del drama riusciamo contemporaneamente a percepire la realtà più distante, meno “reale” ma più coinvolgente, “più reale”? La realtà narrativizzata ci coinvolge emotivamente come spettatori e consumatori di drama ma si distanzia da noi come cittadini? È una domanda che lancio, senza la certezza di una risposta.

È solo una delle possibili conseguenze di questo continuo aumento delle narrazioni audiovisive all'interno delle nostre vite. 

Ora però vi lascio, perché devo rimettermi in pari con Utopia.

 

 

 

(Le citazioni da Williams sono riprese da Jim McGuigan (a cura di). Raymond Williams on Culture & Society. Essential Writings, Londra, Sage, 2014, pp. 161-171. In particolare, il saggio citato è stato pubblicato per la prima volta in Williams, R. (1984) Writing in Society, Londra, Verso, pp. 11-21)

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.