Lettera dall'Islanda

Sono stato in Islanda, per la prima volta, in questa estate del 2018. L’estate più fredda che abbia mai conosciuto questo paese dal 1914. 

Sapete che da qualche anno l’Islanda gode di un formidabile boom turistico. Nel 2010 c’erano solo mezzo milioni di visitatori, due milioni la stanno visitando nel 2018. È il paese al mondo che negli ultimi anni ha avuto il più alto incremento turistico. In ogni stagione, su sei persone che si incontrano per strada in Islanda, cinque sono stranieri. Così la maggior parte degli islandesi si sono trasformati in addetti turistici; tutte le seconde case, e spesso anche le prime, si sono trasformate in B&B… Hanno adattato a residenze da affittare anche garage, abbaini, trailers, rimesse, qualsiasi cosa; bisogna stare attenti quindi quando si prenota un B&B, perché ti possono rifilare cose del genere per 250 euro a notte.

In Italia ci si lamenta dell’immigrazione, ma l’Islanda è di fatto in mano agli stranieri. E molti autoctoni ne sono orrificati.

 

L’Islanda – Island, “terra dei ghiacci” –  è poco più grande dell’Italia settentrionale nel suo insieme, ma non arriva nemmeno a 350.000 abitanti. Ha poco più degli abitanti di Bari. Ma questa “Bari” ha prodotto autori importanti. Uno scrittore famoso come Gunnar Gunnarson (1889-1975); lo scrittore comunista Halldór Laxness, premio Nobel in letteratura nel 1955, autore di un libro che bisogna leggere, Gente indipendente; una rock star di fama internazionale come Björk. Produce serie di thriller molto apprezzate anche in Italia – come la serie Trapped –  e film pregevoli che di tanto in tanto giungono anche in Italia. Il più recente, l’eccellente L’albero del vicino (Under the Tree) diretto da Haffsteinn Gunnar Sigurdsson, mi aveva quasi dissuaso dall’andare in Islanda: descrive la classe media di quell’isola come composta da gente invidiosa, rancorosa e vendicativa. Ma poi ho capito che dare un’immagine avvilente dei propri compatrioti è segno di grande spirito critico e di civiltà. Poi mi è apparso chiaro che il film modernizza le vecchie saghe islandesi medievali, che sono per lo più storie di faide interminabili tra amici e famiglie.

La musica è molto importante per gli islandesi, difatti un adulto maschio su due partecipa a una corale. 

In passato gli islandesi non godevano di buona fama. Per secoli storici autorevoli hanno scritto che gli islandesi vendevano a poco prezzo agli stranieri i loro bambini, o addirittura li regalavano, mentre vendevano a caro prezzo i loro cavalli. Oggi invece gli islandesi sono portati a modello di virtù soprattutto politiche. Si fa notare che non hanno mai fatto una guerra nei 1200 anni circa che essi esistono (l’Islanda venne colonizzata da vichinghi, pare, nell’874 d.C.) e difatti non si vedono castelli né fortificazioni né mura in quel paese. Tuttora l’Islanda è priva di un esercito, anche se è membro NATO.  Esemplare per i pacifisti di tutto il mondo.

 

 

Indubbiamente l’Islanda è oggi alla moda, e ingenuamente mi chiedo perché. È vero che è un paese ricco di sublimi scorci di paesaggio nordico, ma sono sublimi anche gli scorci della Norvegia, della Groenlandia, del Labrador, dell’Alaska… Se dicessi che seduce dell’Islanda l’ossimorica sovrapposizione tra quel gelo che dà nome alla nazione e il calore incandescente di una terra vulcanica (oltre 130 vulcani attivi), disgusterei gli intellettuali islandesi. Il cliché “Islanda, terra di ghiaccio e fuoco” li irrita come ci irritiamo noi quando sentiamo dire “gli italiani, gente che se la gode e ama suonare il mandolino”. Ma forse l’Islanda attrae proprio per questo cliché. Questo centauro ecologico ha qualcosa della Norvegia dei fiordi ma anche di Stromboli; delle Alpi Graie ma anche della Solfatara di Pozzuoli. Forse la spiegazione più profonda del perché della moda dell’Islanda è stata data da Marco Belpoliti: “un paese è cool perché è cool”.

 

Questa invasione turistica è stata una benedizione per gli islandesi, i quali nel 2008 hanno attraversato una crisi che ha portato alla bancarotta l’intero paese. Poche settimane dopo il crollo della Lehman Brothers è crollata l’Islanda, sono fallite le tre banche del paese. Tanta gente ha perso i versamenti di una vita per la pensione, case perdute perché non si poteva pagarne il mutuo, crollo della corona islandese, qualche suicidio. Ma in men che non si dica, in due anni circa, il paese si è ripreso. Oggi è tornato una landa ricca, è la tredicesima nazione per PIL pro capite – più ricca, per intenderci, della Svezia, della Germania, della Gran Bretagna, del Giappone… Il delirio turistico ha certamente contribuito alla resurrezione del piccolo paese. E si capisce subito che è una nazione florida dai prezzi: tutto costa più del doppio che a Roma e a Milano.

Ma non per questo il turismo è riservato ai facoltosi. L’Islanda pullula di giovani avventurieri che vengono da ogni angolo d’Europa, che viaggiano in bicicletta o con l’autostop – pratica quasi scomparsa nel Continente – fanno campeggio e lavoretti, mangiano pasti molto frugali. Il fascino dell’Islanda non ferma i poveri.

 

Jón Gnarr, attore comico, cabarettista, musicista, è stato sindaco di Reykjavik dal 2010 al 2014.


Un po’ frastornati da questa valanga turistica, gli islandesi raccontano vari aneddoti sull’ignoranza o sulla semplice imbecillità di molti stranieri. Una straniera chiede “A che ora viene accesa l’aurora boreale?” Un turista americano, indicando una montagna, chiede: “È quello il polo nord?” Un turista austriaco chiede a una guida: “Se casco nella lava, devo nuotare come si fa di solito?” L’aurora boreale è particolarmente apprezzata dai giapponesi: una leggenda vuole che se un figlio è concepito durante l’aurora boreale, sarà un essere geniale. Agli islandesi invece dell’aurora boreale non importa nulla, per loro è un fenomeno atmosferico come un altro.

Cento anni fa l’Islanda, come gran parte dei paesi scandinavi, era una terra povera che vivacchiava di pesca e dell’allevamento di pecore. Poi hanno scoperto le aringhe, così l’Islanda è diventata il più importante esportatore di aringhe per mezzo secolo. Lo sfruttamento della pesca e trattamento delle aringhe si è sviluppato in maniera talmente efficiente e capillare che nel 1969 sparirono tutte le aringhe dall’Islanda. Ma anche in quel caso gli isolani non si persero d’animo, si convertirono alla pesca del merluzzo e del pesce gatto e, la pesca più nobile, quella delle balene. Siccome, grazie ai vulcani, hanno un’enorme capacità energetica a basso prezzo, si sono oggi dedicati al trattamento dell’alluminio.

Ho visto balene di circa dieci metri accanto al centro abitato. Ad Akureyri, città del Nord, attraversata da un fiordo: un gruppo di balene si era infilato nel fiordo e, incuranti delle centinaia di persone assembrate che scattavano foto, saltavano nel modo elegante tipico dei cetacei nell’acqua che lambisce la strada principale della città.

 

Gran parte delle case islandesi mescolano legno, cemento, marmo e lamiera ondulata. Qualcuno ha detto che l’Islanda è architettonicamente tutta una grande IKEA, ma direi piuttosto che l’IKEA ha prodotto una mimesi industriale dell’Islanda. IKEA ha sviluppato quella filosofia scandinava che offre un mobilio sobrio, semplice, comodo, per lo più ligneo, senza fronzoli. Non c’è però molto legno in Islanda, perché per ragioni climatiche l’isola ha pochi alberi, e quelli che ci sono sono mingherlini. Il paesaggio islandese è una vasta tundra lavica. Per centinaia di chilometri tundra, tundra; e terra lavica, terra lavica. L’Islanda è quel che è rimasto di un grande vomito vulcanico nell’Atlantico.

In Islanda non ci sono ferrovie. Ma non ci sono nemmeno autostrade, solo strade nazionali a due corsie, una per ogni senso. Malgrado la valanga turistica, sulle strade non si trova mai traffico. Nessun problema di parcheggio. Si possono fare chilometri e chilometri senza mai incontrare un’auto che venga nel senso opposto. In Islanda si gode finalmente di uno spazio svuotato, riconquistato. Il paesaggio è animato soprattutto da pecore, che talvolta si situano al centro delle strade col rischio di essere investite, e da cavalli nani che però non bisogna chiamare pony, perché allora gli islandesi si offendono. Per loro si tratta di cavalli a pieno titolo, anche se di taglia ridotta. 

 

Due islandesi su tre vivono nella capitale, Reykjavik (letteralmente: Baia Fumosa). Prima di andarci pensavo che fosse una austera e noiosa città luterana, invece vuoi l’ampia presenza studentesca, vuoi l’afflusso turistico, è una città allegra e pimpante. La zona centrale ricorda il Greenwich Village. Una delle città più cosmopolite al mondo. Reykjavik è la sola ad avere un museo del fallo: sono esposti tanti peni più o meno spettacolari di varie specie animali, Homo sapiens incluso.

Sarebbe un errore pensare che gli islandesi, siccome vivono in capo al mondo, siano isolati grettamente dagli altri popoli, ripiegati su se stessi, marginali. In realtà sono meno gretti, meno culturalmente isolazionisti, insomma meno provinciali, della massa degli italiani. Innanzitutto, a parte qualche anziano nelle zone rurali, tutti gli islandesi parlano correntemente inglese. Anche in uno sperduto villaggio in qualche fiordo si può trovare un ristorante indiano, o sushi, o italiano o cinese. Sono certamente davanti a noi nel processo di eliminazione del contante: compri tutto con carta di credito/bancomat, anche una tazza di caffè o una caramella. Ho cambiato poche corone islandesi solo per dare qualche mancia (gli altri paesi nordici sono ancora più avanti: si sceglie di dare la mancia direttamente sulla macchinetta della carta di credito). Quest’isola tonda ai confini del mondo è uno dei paesi più modernizzati. Non immagino insomma un Salvini islandese (anche se, come è noto, la realtà supera spesso l’immaginazione).

Ho incontrato psicoanalisti e filosofi islandesi. Gli psicoanalisti mi hanno detto che quelli che si dichiarano formalmente tali sono solo quattro in Islanda (uno psicoanalista per 80.000 abitanti). La maggior parte dei filosofi si dichiarano esistenzialisti. Il loro riferimento principale è Kierkegaard, il più grande filosofo danese; cosa che non mi sorprende, dato che per oltre cinque secoli l’Islanda è stata sotto il dominio, anche culturale, danese. I filosofi mi hanno detto però che se un giovane legge con passione Nietzsche o Kierkegaard, rischia di essere sottoposto a consulto psichiatrico. Segno che anche in un paese piccolo e coeso ci sono ampie divergenze su che cosa sia Bene o Male.

 

L’Islanda è stata protagonista di uno straordinario esperimento politico, che alcuni mettono in relazione con il movimento di Beppe Grillo. Dopo il 2008, quando il paese andò economicamente a fondo, un attore comico molto popolare per le sue apparizioni in TV, musicista e cabarettista, Jón Gnarr, pensò di concorrere alle elezioni come sindaco di Reykjavik. Si dichiarava anarchico e surrealista, e creò un partito chiamato Partito Migliore (il che ovviamente ricorda le cinque stelle di Grillo e Casaleggio). Il Partito Migliore prometteva un’amministrazione all’insegna dell’ozio, e di risanare la capitale facendo appunto le cose migliori, non importa se di destra o di sinistra. Con grande sorpresa di tutti, nel 2010 vinse le elezioni con il 34,7% dei voti. Ma per governare doveva allearsi con i socialdemocratici, i quali entrarono quindi in giunta a condizione però, impose Gnarr, che i loro consiglieri vedessero tutte e cinque le stagioni del serial televisivo americano The Wire. Così per quattro anni la capitale d’Islanda ha avuto un sindaco anarco-surrealista, votato al principio della politica come opera d’arte. Dopo di che pubblicò un’autobiografia di successo, Come sono diventato sindaco di una grande città e ho cambiato il mondo. Ha amministrato senza perdere il suo senso dell’humour: andò al seggio elettorale vestito da cavaliere Jedi; partecipò alla marcia del Gay Pride travestito da donna. 

 

Eppure il bilancio dei quattro anni di governo anarchico punk è considerato positivo: ha risanato le finanze; ha lasciato un paio di dozzine di chilometri di piste ciclabili e alcuni discorsi memorabili; un piano per la rete dei mezzi pubblici, una nuova organizzazione delle scuole; finanziamento ai giovani artisti… Ma il Partito Migliore non si è ripresentato alle elezioni, perché l’ambizione di Gnarr non era quella di diventare un politico a vita, ma solo di divertirsi. Quando capì che era diventato un personaggio della sua stessa sceneggiatura – come disse – pensò bene di ritornare alla vita di artista eccentrico. È questa la differenza essenziale tra Partito Migliore islandese e M5S italiano: i leader di quest’ultimo si avviano a una carriera tutta interna al ceto politico. E, altra differenza essenziale, a differenza di Jón Gnarr, Grillo ha dimenticato completamente di essere attore comico, è diventato un iroso demagogo pieno di astio, mentre il linguaggio del Partito Migliore è rimasto sempre all’insegna della leggerezza e dell’humour. 

 

La maggioranza degli islandesi porta non un cognome ma un patronimico. Ovvero, se si tratta di un maschio al nome del padre si aggiunge ‘son’ (figlio), se si tratta di una femmina al nome del padre si aggiunge ‘dottir’ (figlia). Ci sono però alcuni che hanno normali cognomi: di solito sono nomi di luoghi da cui sono originari, fiumi, fattorie, monti. Da qualche anno c’è una legge per cui al patronimico si può preferire il matronimico. L’emancipazione femminile è certamente più avanti che in Italia. Non a caso il premier islandese è una donna, Katrin Jakobsdódttir.

L’islandese è parlato solo da islandesi, ed è in sostanza la lingua che parlavano i vichinghi, il norræn, antico norvegese. Prova ne sia che gli islandesi possono leggere i classici medievali della letteratura scandinava, che risalgono per lo più al 13° secolo – le Saghe, l’Edda, la Storia dei re norvegesi, il Globo del Mondo… – come se fossero quasi opere di oggi, mentre per norvegesi, danesi e svedesi sono come per noi i testi latini. L’islandese è un fossile linguistico vivente. Parole lunghe e impronunciabili, con suoni che ricordano l’arpa. 

 

Nella cucina islandese prevale il pesce, aringhe, merluzzo, il pesce gatto e quel che loro chiamano skyr, una sorta di yogurt. A inizio pasto ti danno del burro con vari tipi di sale, molto buono: se ne mangia tanto che poi si farebbe a meno del pasto. Usano una ventina di tipi di sale, anche quello lavico: alcuni di questi sali ti convincono che il sale è di per sé un piatto prelibato. Tra gli alcolici, l’Islanda produce birra e un’acquavite incolore come l’acqua, Brennivin. Le acquaviti scandinave sono avvolte in un alone quasi magico. L’acquavite più famosa, Linie, viene fermentata nella stiva di navi speciali, che vanno verso i mari del Sud – pare che il rollio della nave sia elemento fondamentale per dargli il sapore finale. Ma soprattutto occorre che ogni nave passi due volte l’equatore, per poi tornare al Nord. Su ogni bottiglia è scritto in quali giorni esatti la nave con quell’acquavite è passata per l’equatore – altrimenti non può essere messa in commercio. 

 

Quante cascate in Islanda!

Il Dettifoss, in Islanda, è la più grande cascata d’Europa. La prima cascata seria che io abbia visto. Il fiume d’un tratto entra in un collo di bottiglia e rabbiosamente precipita in un canyon stretto. Alcuni bambini piccoli piangono, sgomenti per la massa d’acqua marrone e il frastuono incessante. La grande cascata, se così drammatica come Dettifoss, ipnotizza, la si starebbe a guardare per ore, anche se mai cambia. Eppure ci si aspetta che qualcosa accada, che quella catastrofe sempre annunciata precipiti in un incidente vero, si attende, come nei film, che d’un tratto una barchetta spunti in cima alla cascata e sprofondi con essa. La cascata è una promessa tragica che resta tale, e si resta incatenati a questa promessa. Anche se essa non verrà mai mantenuta, perché la cascata continuerà sempre così, a promettere, di giorno e di notte, per millenni.

 

L’Islanda è affascinante così come si dice? Sì, se si amano i paesaggi nordici.

Credo di sapere perché uno come me ama i paesaggi nordici, e soffra di un certo malessere nei paesi del Sud. È noto che Homo sapiens è nato in Africa, e da lì poi si è espanso. Questo significa che l’Africa, ovvero i paesi caldi, corrispondono a quel che l’essere umano desidera nel fondo: il mare sembra fatto apposta per bagnarcisi, si potrebbe vivere nudi tanto gli abiti non servono, la natura fiorente e ricca sembra offrire quel che serve per sopravvivere… A Sud, l’umano si sposa alla natura, è parte di essa. Al Nord, invece, non si capisce perché esseri umani siano andati a vivere là – chi glielo ha fatto fare? – ed è questo che mi attrae. L’estremo Nord non è fatto per Homo sapiens, eppure questo mammifero non solo ci vive, ma ci prospera, a giudicare dal PIL pro capite. È vero che nei paesi nordici la natura è stata colonizzata, bonificata, umanizzata come dappertutto. Eppure il Nord commuove, perché ci ricorda che la Natura non è stata fatta per l’uomo. Certo è sempre più raro sentirlo in un mondo industrializzato, eppure in Islanda puoi percepire, d’un tratto, il fascino di una Natura che ti dice “Tu non mi interessi!” È quel che i filosofi del Settecento chiamarono il Sublime, per distinguerlo dal Bello. Il Sud è bello, talvolta bellissimo, il Nord è sublime. Il sublime, per questi filosofi, era proprio ciò che sfida la sopravvivenza umana – ghiacciai inaccessibili, mari in tempesta… Il sublime è ciò che, ancora, si rifiuta all’umanizzazione. In Islanda si assiste, ancora, a qualche squarcio di questa, benché declinante, disumanità.

 

E il massimo della disumanizzazione è la morte. Tutta la nostra tecnologia ha lasciato intatta la brutale estraneità della morte. Il grande Nord mi affascina perché mi ricorda la natura non domesticabile della morte. Perciò, dovendo celebrare il mio 70° compleanno, ho scelto di festeggiarlo a Siglufjordur, estremo nord dell’Islanda. Un tempo capitale delle aringhe, dove migliaia di donne povere le trattavano per mandarle in giro per il mondo. Un anniversario grazie a cui tocco i confini della vita, e mi è sembrato congruo toccare anche i confini del mondo. 

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