L'invenzione delle razze

Jax e Roddy sono due bambini di cinque anni, amici per la pelle, e vivono negli Stati Uniti. Un giorno Jax ha chiesto alla sua mamma di accompagnarli dal barbiere perché avevano deciso di fare uno scherzo alla maestra: volevano lo stesso taglio di capelli, così lei non sarebbe riuscita a distinguerli l'uno dall'altro. Al solo parlarne, morivano dal ridere immaginandosi il gran divertimento di tutta la classe. La cosa curiosa, in questa storia, è che i due bambini sono uno bianco e uno nero: un dettaglio talmente irrilevante per loro da non pensare neppure che potesse distinguerli l'uno dall'altro, non certo come un taglio di capelli. Quello sì che si nota, eccome! Ma cosa ci rende veramente diversi gli uni dagli altri – perché indubbiamente lo siamo – e cosa invece crediamo ci renda diversi? E il razzismo è negli occhi (ovvero nella mente e nel cuore) di chi guarda o invece nomina una realtà resa evidente dalle nostre differenze? 

 

Il razzismo, cioè la volontà di suddividere gli esseri umani in classi biologiche distinte in base a determinati criteri, e la xenofobia, ovvero l'odio misto a paura per gli stranieri – quelli cioè che ci paiono strani per qualsiasi motivo – sembravano malattie dell'intelligenza ormai estirpate; «residui di un sottosviluppo destinato a scomparire – dichiara Guido Barbujani, genetista e studioso dell'evoluzione umana nel saggio L'invenzione delle razze (Bompiani) – [ e invece] sono diventati problemi globali, e non c'è area del mondo che ne sia immune». Purtroppo, continua, «discriminare la gente sulla base del colore della pelle, della lingua, della religione o del passaporto è un'abitudine che si diffonde sempre più e scandalizza sempre meno». Talvolta, con troppo ottimismo, si pensa che una malattia sia scomparsa e si smette di vaccinarsi, allora lei riappare e si diffonde di nuovo. Così è il razzismo. Una malattia dell'intelligenza e del cuore, della quale si può dire quello che affermava Baudelaire del demonio, la cui più grande astuzia è far credere che non esista, così s'insinua e agisce con più forza e libertà.  

 

Per non lasciare che questioni dalle ricadute così gravi si risolvano, come dice Barbujani, in pericolose chiacchere da bar, è necessario riaffermare, senza ambiguità, che il razzismo è un'ideologia priva di qualsiasi fondamento scientifico. Chiunque può essere razzista, ma non può spacciare per scienza quello che crede. Questo principio del tutto acquisito in materia di fede religiosa, lo è molto meno quando si tratta di pregiudizi laici. Molte persone ritengono, per esempio, che Dio sia un prodotto della mente (o della cultura) dell'uomo; altrettante sono convinte che le razze non siano invece un prodotto della nostra mente (o della nostra cultura), ma esistano realmente. Perché? 

 

Quadro di Egon Schiele.


Innanzitutto, le diversità che ci distinguono gli uni dagli altri sono talmente evidenti da far sembrare logico e semplice attribuirle all'appartenenza a razze diverse. Eppure, in realtà la variabilità biologica indubbia tra gli umani non è descrivibile ricorrendo al concetto di razza; detto in altre parole, la specie umana non può essere suddivisa in razze biologiche distinte. Gli studi di genetica applicata alle popolazioni hanno dimostrato, al di là di ogni dubbio, che «le differenze fra noi sono in parte dovute a fattori genetici, in parte a fattori ambientali o culturali, ma sono essenzialmente differenze fra individui, non fra gruppi razziali separati da barriere» (Barbujani). Ma il razzismo fa comodo, perché permette di canalizzare odio e tensioni sociali, frustrazioni e rabbia, di volta in volta su uno specifico nemico, diverso, va da sé, da chi, eventualmente, è il vero responsabile della situazione. Un'opinione pubblica ben pilotata, arrabbiata e poco incline a riflettere può essere spinta facilmente a sfogarsi su una qualsiasi categoria di persone: ebrei, neri, zingari, banchieri, donne con i capelli rossi… Va bene tutto. A questo proposito, lo scrittore svedese Sven Lindqvist, in un saggio di qualche anno fa, Diversi (Ponte alle Grazie) affermava: «L’ideologia razzista, da come la vedo io, ha la sua origine in un bisogno di legittimare violenza e oppressione. I bianchi avevano la necessità di legittimare la loro conquista di Nordamerica, Sudamerica, Africa meridionale, Siberia, Australia e isole del Pacifico. Soprattutto avevano la necessità di legittimare il quasi totale sterminio delle popolazioni autoctone di queste immense aree. All’inizio erano le motivazioni religiose a dominare, ma nel corso dell’Ottocento si cominciò a credere a un destino biologico per cui una razza aveva il compito di conquistare e sterminare, e le altre razze di essere conquistate e sterminate…».

 

Il termine razza, di cui non si conosce neppure con certezza l'etimo – pare derivi da una radice araba haras «che significa stallone, introdotto con la dominazione islamica della Spagna e della Sicilia» nell’VIII sec. (L.L. Cavalli Sforza, D. Padoan, Razzismo e noismo, Einaudi) – fu coniato esclusivamente con riferimento all'allevamento e alla creazione artificiale di razze animali da parte dell'uomo. Il termine è perfetto quando si parla di specie domestiche, è già più problematico quando ci si riferisce a specie naturali, ed è del tutto inappropriato se si parla di uomini. Infatti, anche se si volesse lasciare da parte il discorso del DNA, l'incredibile varietà morfologica che ci caratterizza rende assolutamente soggettiva la scelta delle caratteristiche in base alle quali suddividere le popolazioni umane (colore dei capelli, della pelle, forma e colore degli occhi, dimensioni dello scheletro…). Il numero delle razze umane varierebbe in modo soggettivo, data l'impossibilità di condividere criteri generali di scelta. 

 

L'intuizione darwiniana dell'unitarietà del genere umano (si potrebbe dire l'unitarietà dei viventi) è stata confermata dalla genetica, soprattutto da quando è stato possibile ricavare DNA dai fossili e studiare il DNA antico. Negli ultimi anni, poi, la collaborazione interdisciplinare tra paleontologi, antropologi, biologi molecolari e genetisti ha permesso di ricostruire le tappe fondamentali dell'evoluzione umana. Sta emergendo, così, sempre meglio la nostra storia più antica; una storia che va ben oltre la comparsa della nostra specie e ha scosso alcune delle nostre certezze turbando molte coscienze. Qualcuno ne ha concluso che non abbiamo nessun diritto di sentirci superiori agli altri primati. Certo però, al di là delle inutili classifiche su chi sia il più bello del reame, la nostra specie, sapiens, è del tutto diversa dalle altre. 

 

L'interesse del grande pubblico per la storia dell'evoluzione umana è cresciuto negli ultimi anni grazie alla bella mostra Homo sapiens. La grande storia della diversità umana, curata da Luigi Luca Cavalli-Sforza e Telmo Pievani nel 2011 (Pievani, nello stesso anno, ha pubblicato per l'editore Raffaello Cortina un libro imperdibile per chi sia interessato all'evoluzione, La vita inaspettata). Un altro testo fondamentale, Il grande racconto della diversità umana (il Mulino) è stato scritto da Giorgio Manzi, paleontologo e antropologo di fama internazionale, il quale non solo ha raccontato ma ha contribuito a svelare la storia più antica della nostra specie. Egli, infatti, ha partecipato in prima persona a molte ricerche scientifiche in Etiopia, Libia e Spagna, oltre che in Italia (ad Altamura e a Ceprano) e nel libro citato, arricchito da molte belle immagini, fa il punto su quanto oggi possiamo dire con discreta sicurezza riguardo alla storia più antica, la storia profonda, del genere umano. Ora, in un altro saggio, Ultime notizie sull'evoluzione umana, ripercorrendo le tappe fondamentali del nostro lungo cammino sulla Terra, aggiunge qualche informazione sui ritrovamenti più recenti. Un aggiornamento necessario in quanto – avverte – il progresso delle tecniche e il loro utilizzo incrociato da parte di specialisti di diverse discipline apre continuamente nuovi orizzonti, precisa dettagli, rinnova gli interrogativi e costringe gli studiosi a rifare il punto sulle conoscenze acquisite. Ne risulta una storia intricata, anche difficile ma indispensabile se si vuole capire chi siamo. 

 

Giorgio Manzi lo precisa nel prologo di questo suo ultimo libro: «Conoscere la nostra storia – anche la più antica, di quando non eravamo nemmeno umani – è una consapevolezza che non guasta, soprattutto oggi che siamo i padroni (incontrollati) del pianeta; perché dentro di noi c'è sempre quel bipede barcollante che, intorno a 2 milioni di anni fa, iniziò a sviluppare un cervello abnorme, e poi, circa 200 mila anni or sono, divenne Homo sapiens e si diffuse ovunque». Posizione eretta, cervello molto grosso rispetto alla scatola cranica e gran camminatore, inarrestabile migrante da sempre: questo è il nostro ritratto. Veniamo tutti dall'Africa (dal Corno d'Africa, probabilmente, ma prima forse dal Sudafrica), eravamo tutti scuri, molto scuri di pelle per questioni legate alla vitamina D, che si assume attraverso il sole o il pesce. Chi è migrato a nord, è diventato sempre più bianco, perché la pelle chiara è avvantaggiata nell'assorbimento della vitamina D dal sole, perciò chi l'aveva poteva più probabilmente arrivare all'età fertile e generare figli cui trasmettere la stessa caratteristica, e così via. Le popolazioni dei ghiacci nordici, come gli attuali Inuit, hanno la pelle scura nonostante il poco sole, perché hanno ricavato dal pesce, alimento cardine della loro dieta, una quantità sufficiente di vitamina D. Questo è uno solo dei moltissimi esempi di come siano state le condizioni geografiche e ambientali a determinare il nostro aspetto fisico.

 

Siamo venuti dall'Africa, e talvolta ci siamo anche tornati. Siamo sempre stati grandi camminatori, siamo sempre usciti dai confini, anche da quelli da cui la natura stessa ci ha circondato. Mari, deserti, montagne: non ci ha mai fermato nulla. Con buona pace di chi, oggi, vorrebbe difendersi dai migranti erigendo ridicoli muri e barriere. Siamo sempre andati via e sempre per lo stesso motivo: cercare una vita migliore. Le masse umane in movimento rappresentano sicuramente un problema, ma fermarle è illusorio. Non si sono mai fermate. È possibile scatenare contro di loro una guerra, ma la soluzione migliore, quella che nel passato ha fatto progredire e non distrutto le popolazioni, è sempre stata mescolarsi gli uni con gli altri. Dall'Africa siamo usciti a ondate o con un flusso continuo e inarrestabile; probabilmente in entrambi i modi. Oggi sappiamo – è una delle ultime notizie riportate da Manzi nel suo saggio – che siamo anche tornati in Africa. E non solo in quel crocevia di popoli che è il Medio Oriente, ma proprio fino all'Etiopia e al Sudafrica da cui eravamo partiti, spargendo geni e invenzioni, portando con noi la straordinaria capacità di diventare diversi. E così sopravvivere e migliorare. La diversità, l'adattabilità e la duttilità della nostra specie sono state la nostra forza.

 

Sette milioni di anni fa, da un antenato comune con una scimmia, si è sviluppato un ramo evolutivo che ha portato fino a noi. Quando questa era ancora un'ipotesi formulata da Darwin, si racconta che la moglie di un vescovo inglese abbia detto al marito: se è vero, speriamo che almeno non si sappia in giro! Se quella gentile signora avesse immaginato che il primate a noi più vicino è il bonobo, una sorta di figlio dei fiori tra le scimmie che risolve i conflitti sociali e ristabilisce l'armonia tra gli individui attraverso coccole carezze e attività sessuale indiscriminata, ne sarebbe rimasta stecchita. Eppure la soluzione dei bonobo, ancorché non esattamente imitabile, potrebbe insegnarci qualcosa! Ad ogni modo, contrariamente a quanto si augurava la moglie del vescovo, speriamo che la storia dell'evoluzione sia sempre più conosciuta, perché sempre più persone possano capire da quale meraviglioso intreccio siamo sbucati. L'impegno di Manzi (che è lo stesso di Pievani, Barbujani e molti altri) per la divulgazione di alto livello è che si possa alla fine «condividere con tutti, ma proprio tutti, una storia che è di tutti». 

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