ll vichiano Tullio De Mauro

Con Tullio De Mauro è scomparso un grande intellettuale e l’ultimo rappresentante con autentico rilievo pubblico di una fondamentale tradizione culturale italiana. Tale tradizione è stata protagonista nella vicenda nazionale degli ultimi secoli e, nel Novecento, ha nutrito un ceto politico o prossimo alla politica, di formazione laica, sparso dall’area liberale alla comunista. In quest’ultima area, in particolare, trovò formulazione l’idea che, orientato il cammino verso il meglio (così voleva la fede nel progresso della modernità), il traguardo potesse raggiungersi seguendo una “via italiana”. Da tale idea, il giovane De Mauro fu certamente marcato. A essa egli è rimasto fedele per tutta la vita.

 

D’altra parte, il nocciolo generatore del pensiero e dell’opera di De Mauro è stata un’idea di storia. La medesima che, da Giambattista Vico e, ancora, fino a oltre la metà del secolo scorso, è stata tipica di una tendenza prevalente nella cultura italiana, pur nelle sue diverse declinazioni. La maggiore di tali declinazioni, come si sa, la si dovette a Benedetto Croce. Della storia, gli intellettuali italiani hanno avuto un concetto più filosofico che filologico, più speculativo che sperimentale, più umanistico che documentario. Per essi, la storia non è problema né un problema. Di norma, è anzi un modo di sortire dalle difficoltà di analisi e di comprensione poste da qualsiasi problema capiti loro di porsi, in relazione all’umano. Senza che poi s’intenda bene cosa ciò significhi, non c’è spiegazione che non invochi la storia e che non sia quindi “storica”. Così si dice quasi per convenzione e habitus intellettuale nazionale.

 

La storia (e la storia linguistica in particolare) fu invece un problema, un enorme problema per quel Ferdinand de Saussure che, quando l’onda di un rinnovamento culturale giunse in Italia, tra gli anni Cinquanta e i Sessanta del secolo scorso, il commento di De Mauro provò a rendere gustoso, nei limiti del possibile, a palati nazionali diversamente educati e piuttosto stupefatti che qualcuno, per fare chiarezza nei grovigli di questioni poste dalla lingua, avesse cominciato a procedere per opposizioni, come quella tra una prospettiva diacronica e una sincronica. Di questa opera di mediazione, va reso gran merito a De Mauro. Se mai ci fu, fatta la tara della moda, l’entusiasmo fu tuttavia breve e lasciò pochi sedimenti nella cultura nazionale. Con Saussure, questa capì piuttosto rapidamente di avere in realtà ben poco da spartire. Anche nel caso limitatissimo dei linguisti, si passò così a farne solo rituali evocazioni. Per quel commento a Saussure, la comunità scientifica (e non solo la nazionale) può tuttavia essere grata a De Mauro. Esso è prezioso, perché è ricco di informazioni. Non può ovviamente rinunciarvi chi volesse fare, in particolare, una storia della ricezione italiana del pensiero del ginevrino, per quanto limitatamente alla prospettiva speculativa. Meno rilievo il commento ha, come si è detto, in funzione della ricerca linguistica sperimentale. Una linguistica operativamente saussuriana non c’è stata altrove, tanto meno c’è stata in Italia, sulla scia di De Mauro. Quel commento si è rivelato un cenotafio.

 

Le generali espressioni di appassionato cordoglio di questi giorni lo testimoniano, d’altra parte: la figura di De Mauro è stata popolare, anche tra gli italiani di media cultura e non lo è divenuta di certo per il suo commento saussuriano o per la sua Storia linguistica dell’Italia unita. Il fenomeno sociale ha cominciato a svilupparsi nel corso del terzultimo decennio del secolo scorso. Alla popolarità di De Mauro hanno contribuito un particolare talento comunicativo, una parola sempre ironica e piena di spirito, una brillante vis polemica. Vi ha però ancora più decisivamente contribuito un contatto con il mondo della scuola instancabile e commendevole, reso possibile dal supporto di organizzazioni politiche e sindacali. E infine, al girare del secolo, vi hanno contribuito iniziative lessicografico‑editoriali belle e, in genere, fortunate. Si è così perfezionata, in tempi anche politicamente già mutati, la costruzione di una figura pubblica e si è opportunamente messo a frutto il buon posizionamento raggiunto a quel punto dal brand “Tullio De Mauro” sul mercato della produzione di beni di consumo culturali, di cui gli insegnanti sono, com’è noto, il bacino d’utenza di elezione. Tra costoro, De Mauro è divenuto il linguista per antonomasia, consacrato anche da un breve incarico da ministro. In questo triste momento, c’è il dubbio perciò che non Tullio De Mauro ma il correlato brand sia ciò che si sta commemorando, soprattutto nei mezzi di comunicazione di massa e nelle sedi pubbliche.

 

L’opera di De Mauro è stata d’altra parte di grande, imprescindibile rilievo civile. Già a partire dalla giovanile Storia linguistica dell’Italia unita e dalla generosa ripresa di temi educativi presenti nella Lettera a una professoressa ispirata da don Lorenzo Milani, De Mauro ha suscitato discussioni e interessi intorno ai problemi linguistici e, in modo particolare, ai loro aspetti sociali e didattici. Li ha dimostrati cruciali nella vita democratica della nazione italiana. La creazione di un’atmosfera del genere e di un sentire comune su tali temi non è stata sempre accompagnata tuttavia dalla precisazione di procedure concrete e di metodi atti a rendere efficaci e operative le accresciute sensibilità alla questione. Di procedure e di metodi, soprattutto, che non sfociassero in banali semplificazioni. Procurata per altri e convergenti versi da televisioni e nuovi media, questi sì dotati di metodi di grande efficacia, una semplificazione comunicativa si è in parte prodotta in Italia e si è rivelata deteriore più che democratica, conformistica più che liberatoria. Donde l’impressione, oggi, per l’opera di De Mauro, di una sorta di vittoria paradossale, cui egli si trovò appunto a reagire, dissociandosene, nelle sue sortite pubbliche più recenti: un ammirevole e a tratti amaro “noi credevamo”, proferito però non più dalla Barbiana ideale delle sue battaglie degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, ma da una reale Villa Medicea di Castello, da quella Crusca cioè nel seno della quale, frattanto, a De Mauro era accaduto d’essere accolto come accademico.

 

Tullio De Mauro ha insomma incarnato come nessun altro la “via italiana” a una linguistica. A una linguistica, naturalmente, come cultura e retaggio hanno concesso di concepirla al Migliore italiano, si direbbe quasi invocando e rinnovando per lui un’antonomasia. Grazie a una vita ammirevole e piena di ammirevoli impegni, forse egli non è stato dunque il maggiore linguista italiano, ma è stato certamente il migliore italiano linguista. E per la nazione, la morte del vichiano De Mauro sancisce la fine di un’epoca. È vero: di un’epoca ormai estenuata. L’inizio di tale fine risale a tanti decenni or sono. Ma il segno di tale compimento, oggi, è molto forte. Più forte e netto di quello venuto, pochi mesi fa e sopra l’altro fondamentale versante della cultura italiana, dalla scomparsa del tomista Umberto Eco.

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