L'odio non è un volto dell'amore

Diritto di famiglia

 

Taluni hanno cercato di indorare la pillola sostenendo che l’odio è l’altra faccia dell’amore. Secondo questa idea, l’odio è gelosia: prova d’amore per l’altro. Io non ci credo.

Invero “gelosia” deriva da “zelo” e lo zelo, più che amore, è avarizia, delirio di possesso. Lo zelo è passione sfrenata per l’oggetto: l’oggetto è solo e soltanto mio. C’è un’aridità di fondo che distingue la gelosia dalla passione amorosa. 

Algirdas Julien Greimas e Jacques Fontanille lo raccontano nel libro Semiotica delle passioni. L’altra persona, nell’odio, è già una cosa; prima ancora di essere odiata, nel momento in cui si mostra come persona, non soggiogata al ruolo di cosa, deve venire annientata; l’essere persona è già tradimento, solo la cosa non può tradire. La persona è libera dal regno della necessità, trasgredisce la legge del possesso, non è mai uguale a se stessa, si trasforma. 

 

Il crimine passionale, com’era noto in Francia, o delitto d’onore, come noto in Italia, presuppone che l’altrui persona diventi la mia cosa. In quel tipo di giurisprudenza, certe persone sono reificate per definizione. Prima ancora che l’odio di gelosia si manifesti, c’è una derubricazione di reato. Al contrario, viene punito l’adulterio: il paradosso di una donna che, poiché si dà, da sé, ad altri, esce dal dominio del possesso. Nei codici italiani non era contemplato l’adulterio maschile. 

Oggi accade più spesso con i figli contesi da ex-coniugi. Accecati dalla gelosia diventano oggetto di zelo, non di amore. Nessuno ricorda più le origini del diritto di famiglia: tra due madri che si contendono il figlio, Salomone lo riconosce come figlio della donna che, pur di non ucciderlo, decide di consegnarlo all’altra.

 

Dunque il movimento è duplice: ci si rende zelante nei confronti dell’oggetto – femminile, o infantile – lo si tiene rinchiuso, “protetto”, dalle insidie altrui. “Lo faccio per il tuo bene”, di qui le forme tradizionali di segregazione: non c’è bisogno che la donna lavori, la sera non deve uscire sola, l’impegno va dedicato alla casa, ai figli, alla piccola proprietà privata, ai beni di famiglia, ecc. L’odio di gelosia sta nelle premesse della piccola famigliola benpensante.

 

La crisi del possesso e il feticismo mortale

 

Quando un “maschio” uccide una donna – la “sua” donna – sopprime, come in un sacrificio umano, un oggetto senza la mediazione del feticcio. Il feticcio e il soggetto vengono sovrapposti, sono uno. In questo caso l’odio consiste nell’agglutinazione dell’altro con la cosa. La cosa perde la forma simbolica, si oggettiva, il soggetto altrui è feticcio. L’oggetto, desimbolizzato, non ha più alcun potere di mediazione. 

Nel tempo però le donne cambiano posizione, seguono percorsi vitali differenti, creano mondi multipli. Molti uomini, i “maschi”, si sentono perduti. Non perché le donne non li accudiscano più, che è falso, ma perché i percorsi femminili sono multipli, accoglienti, anarchici, non oppressivi. La donna, l’uomo, il “rivale”, il nemico sono cosa peculiare, che si muove, cambia, si allontana.

 

Opera di Alessandro Gallo.


Al classico omicidio d’onore, che comportava derubricazione di reato, si sostituisce l’assassinio della compagna, gli omicidi plurimi familiari, le botte alla madre. Ma non è più il tradimento, vero o supposto, a farla da padrone, è la competizione. Lo zelante oggi odia perché non vuole che gli portino via la carriera, il denaro, il credo religioso, l’ideologia, la donna, i figli, i beni materiali; va tutto nello stesso insieme, un insieme di oggetti, il soggetto non esiste, è solo possesso. 

Chi odia non pensa neppure a sé come soggetto: “Esso implica una rassegnazione fondamentale: il per-sé abbandona la sua pretesa di realizzare un’unione con l’altro”, scrive Jean-Paul Sartre. Considerare l’odio come l’altra faccia dell’amore significa considerare l’amore con aridità, negare la tenerezza, il calore, prendere posizione dura, dogmatica. Si può fare qualcosa per fermare queste ondate di odio intrafamiliare?

 

Un esempio

 

Gregory Bateson racconta che, tra gli Iatmul, c’era un rito per prevenire lo zelo dei maschi: quando un giovane maschio compiva la sua prima impresa eroica, veniva inseguito dallo zio materno travestito da donna, cercava di fuggire e nascondersi, ma quando veniva raggiunto, lo zio gli abbassava i pantaloni, scoprendogli le natiche, nel bel mezzo del sarcasmo delle donne presenti. Il rituale aveva l’effetto di temperare la relazione uomo/donna. Complementare, ma senza sottomissione. Il Naven, questo il nome della cerimonia, era una sorta di memoria per mantenere la dignità femminile dentro la famiglia.

Un rituale di questo tipo ha la funzione di sdrammatizzare l’elemento eroico presente nel carattere maschile. Una buona risata dopo un evento eroico annulla il sentimento di superiorità di chi l’ha compiuto. Vuol dire: non abbiamo bisogno di eroi, abbiamo bisogno di persone giuste, capaci di ridere di se stesse, solo così possiamo difendere la società. 

 

L’odio e le masse

 

Ma c’è una seconda serie dell’odio, altrettanto potente: deriva dall’invidia. Mentre nella gelosia agisce lo zelo del possessore, l’invidia passa per l’ostilità verso chi possiede quanto ci manca. Ma non dobbiamo confondere l’invidia col senso di giustizia. L’invidia si rivolge contro chi incontra il riconoscimento delle sue fatiche, perché ha agito onestamente, non tanto contro chi è ricco sul piano economico. 

Nella sua propaganda di odio antisemita, Hitler crea invidia, corrompe il senso di giustizia. Quel che ci ha insegnato il fascismo è che le battaglie per la giustizia sociale sono la conseguenza dell’invidia dei poveri per i ricchi. Falso! Le battaglie per la giustizia esprimono amore per gli altri. È falso dire che gli altri ci sono indifferenti, o meglio, se qualcuno lo scrive, è affar suo. 

 

Così, in qualsiasi altra forma di totalitarismo, i primi a essere vittime sono gli intellettuali, Stalin fece fuori tutta la dirigenza intellettuale del Partito Comunista, il film Lettere di uno sconosciuto, di Zhang Yimou, mostra i disastri psicologici della rivoluzione culturale cinese, impressi nelle relazioni familiari attraverso la deportazione di massa degli intellettuali.

L’invidia – a differenza della gelosia, che è rivolta all’altro singolare – è sentimento sociale. Lo sterminio degli ebrei, quello degli armeni, sono perpetrati contro popoli che studiano per tradizione, che hanno un credo differente, differenti abitudini, ma non troppo differenti. 

Nel Mosè e la religione monoteista, Freud spiega l’odio antisemita in diversi modi, ma ce n’è uno che dobbiamo sottolineare: “Eppure sono differenti, spesso indefinibilmente differenti … e l’intolleranza delle masse si esprime di più contro piccole distinzioni che contro differenze fondamentali”. Se l’altro ci somiglia, come in un doppio, l’odio è più radicale, chi odia muore uccidendo il suo doppio che vive dentro lo specchio sociale. Ci somiglia ma è migliore di noi, soprattutto è più onesto. È il momento in cui il narcisista scopre che, tra gli altri, c’è anche lui e si ritrova come un guscio vuoto, privo di vitalità ed esistenza, mentre gli altri che ha oppresso riprendono vitalità. 

 

Quando nel 1930 José Ortega y Gasset scrive La ribellione delle masse, non intende condannare le lotte per la giustizia sociale, ma l’invidia delle masse nei confronti della cultura, vede le masse come una “marea montante”, non intende condannare le persone povere che studiano o lavorano onestamente, intende sottolineare l’abbassamento culturale che produrrà il franchismo e che ha già prodotto il regime fascista di Mussolini. Quando l’odio diventa un tratto di normalità sociale, si genera indifferenza. Così, di fronte all’assassinio familiare, come di fronte alla guerra e allo sterminio, se diventano abitudine, l’indifferenza si presenta come una vaccinazione d’odio. Il sistema immunitario istituzionale, burocratico, nazionale produce sentinelle sterminatrici e individui impauriti, assoggettati, convinti che l’altro vada eliminato perché “se viene sistematicamente oppresso, sterminato, ci sarà bene una ragione statistica”.

Che ne è dell’odio oggi? Si vede, si manifesta dappertutto, apertamente, nelle forme classiche e in nuove ancora da definire. C’è un presente dell’odio – il corpo docile della modernità nelle diverse forme: della burocrazia, della finanza, delle carceri, delle segregazioni – e un futuro: la scomparsa della sede della responsabilità, dell’indignazione e della vergogna. Conseguenza dell’abitudine all’odio, del far finta che l’odio, in fondo, non sia altro che amore paradossale.

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