Luciano Berio nel tempo e nello spazio sonoro

Arriva in libreria Interviste e colloqui (Einaudi), il terzo e conclusivo volume degli scritti di Luciano Berio, figura fondamentale nella musica del Ventesimo secolo e non solo. 

Dopo i libri dedicati alle Norton Lectures e agli scritti musicali ecco riunito un gran numero di conversazioni rilasciate in Italia e all'estero dal compositore ligure tra il 1962 e il 2002. 

Questo quarantennio lo ha visto tra i protagonisti assoluti del rinnovamento musicale, un processo lungo e faticoso non esente da contraddizioni, che risaltano benissimo negli atteggiamenti di Berio rispetto ai fenomeni musicali sempre mutevoli attraverso gli anni. 

 

Certe dichiarazioni apodittiche che si leggono nei colloqui degli anni Sessanta sono del resto tipiche di tutta la generazione di Darmstadt e non dissimili dai coevi diktat di Boulez e Stockhausen su cosa dovesse essere considerato artisticamente valido e cosa no: fortunatamente la disposizione cronologica del libro (curato mirabilmente da Vincenzina Caterina Ottomano) ci permette di seguire fedelmente l'evoluzione del pensiero di Berio e la sua capacità di liberarsi dagli schematismi giovanili per abbracciare una visione dell'esperienza musicale assai più articolata e complessa, osservando con interesse le proposte che arrivano anche dal mondo della musica popolare e di consumo (non dimentichiamo che Berio, oltre ad aver composto Folk Songs, fu il primo ad analizzare le canzoni dei Beatles in un memorabile scritto pubblicato sulla Nuova rivista musicale italiana nel 1966, rifuggendo qualsiasi snobismo culturale). 

 

Un esempio tipico di questa flessibilità mentale è quello del giudizio di Berio nei confronti dell'opera di Steve Reich, suo allievo in California negli anni Sessanta e tra i fondatori della minimal music: nella celebre Intervista sulla Musica realizzata assieme a Rossana Dalmonte e pubblicata da Laterza nel 1981, il giudizio sul musicista americano è di totale e sprezzante rifiuto, mentre nella conversazione con Lorenzo Ferrero rilasciata nel 2000 per Il Giornale della Musica viene espresso un parere totalmente opposto su Reich, dove il rigore della sua scrittura viene apprezzato appieno. 

La capacità di tornare sui propri passi rivedendo il metro di giudizio non è comune tra i compositori e musicologi della sua generazione e dimostra una volontà di porsi in sintonia con il mondo che poche figure della sua statura intellettuale hanno avuto.

 

 

Per Berio l'ingrediente principale del pensiero è la curiosità: non solo la propria, davvero insaziabile e aperta a qualsiasi tipo d'ascolto, ma anche quella degli ascoltatori cui la musica si rivolge. Fondamentale per lui è la partecipazione “attiva” del pubblico, il fatto che un artista si debba relazionare con persone che rifiutano un ruolo passivo o semplicemente consumistico dell'esperienza musicale. 

La complessità di linguaggio non va intesa come un feticismo fine a se stesso bensì come chiave di lettura indispensabile per non soccombere a dei modelli culturali appiattiti sulle posizioni dettate dal mercato. 

 

I continui richiami a una musica che abbia diversi livelli di lettura sono una costante di tutto il pensiero di Berio, che attraverso i decenni vede mutare attorno a sé in maniera drammatica il mondo musicale. 

La sua passione per riunire i fili comuni di esperienze musicali apparentemente antitetiche o comunque molto diverse tra loro lo pone al centro di questo fondamentale momento storico in cui crollano le ideologie politiche ed estetiche che avevano dominato il mondo culturale per oltre mezzo secolo: l'esperienza musicale si scioglie in mille rivoli diversi, ognuno dei quali ha una propria direzione che va compresa e scandagliata senza cedere al rischio di semplificazioni. 

 

L'interesse sempre maggiore del pubblico per musiche altre, dal rock al jazz al pop, la nascita dell'estetica postmoderna (sempre rifiutata da Berio ma comunque da lui osservata con curiosità), la nascita di una generazione di compositori giovani che rifiutano il mondo delle avanguardie per cercare un tipo di diversa comunicazione con gli ascoltatori, tutto questo ridisegna a gran velocità la mappa del pianeta musicale internazionale e Berio è sempre in prima fila a registrare questi cambiamenti e a dialogare con essi, anche in modo polemico ma sempre evitando l'atteggiamento da struzzo che molti illustri protagonisti della musica hanno avuto nei confronti di tutto questo. 

 

Il continuo confronto con posizioni diverse dalle sue e la consapevolezza del momento storico presente lo stimola ad affrontare sfide sempre nuove, che vanno dalla collaborazione con Renzo Piano per la progettazione di nuovi spazi destinati all'utilizzo della musica (Auditorium di Roma) alla programmazione di festival che coinvolgono musicisti di stile diversissimo come Luca Francesconi e Ludovico Einaudi, arrivando negli ultimi anni ad ospitare nella programmazione dell'Accademia di Santa Cecilia musicisti come Elio e le Storie Tese o Francesco De Gregori. Non che questo fosse una novità per Berio, che fin dagli anni '70, attraverso un programma televisivo ormai leggendario come C'è Musica e Musica, aveva aperto le porte a figure musicali delle estrazioni più diverse sovrapponendole e facendole comunicare tra loro.

 

Le interviste che riguardano capolavori della sua produzione come Sinfonia e Coro mettono bene in risalto il continuo scandagliare di Berio alla ricerca di una sintesi suprema (e forse inaccessibile) tra differenti linguaggi e segnali culturali. 

Possiamo seguire passo dopo passo il lavoro del musicista, impegnato in un lavoro che lo porta a raggiungere vette straordinarie di ispirazione musicale in queste partiture oggi giustamente considerate imprescindibili per la comprensione del Ventesimo secolo ma che in realtà lo trascendono per entrare nel ristretto elenco dei capolavori assoluti della Storia musicale. 

Molto interessanti i dialoghi con figure assai vicine a Berio come atteggiamento culturale quali Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Tullio Regge, dove si capisce con chiarezza come il pensiero del compositore non veda mai l'esperienza musicale come fine a se stessa ma come un qualcosa che si pone perennemente in rapporto con altri saperi (dal teatro alla semiotica) e si nutre di questi. Del tutto estranea al musicista ligure, invece, la nozione dell'artista separato dal resto della società e chiuso nelle proprie rimuginazioni estetiche: per Berio l'artista è essenzialmente qualcuno che produce, che fa delle cose, non per niente si autodefiniva come un Homo Faber

 

La capacità tecnica, l'artigianato, la conoscenza degli strumenti con cui si vogliono esprimere le proprie idee (fondamentali il contrappunto e l'analisi) sono pilastri del pensiero beriano così come la diffidenza per gli autodidatti, per la sciatteria tecnica, per la mancanza di chiarezza progettuale, per le fumisterie grafiche o le musiche di facile propaganda politica. 

Questa “concretezza” di atteggiamento lo rende immune sia agli schemi mentali elitari delle retro/avanguardie che alla retorica populista di certa neosemplicità: le sue partiture si offrono al nostro ascolto senza arroganza né piaggeria, sono organismi complessi che dobbiamo certamente comprendere in modo non superficiale, anche attraverso il riascolto e l'approfondimento, ma che non si nascondono dietro barriere impenetrabili e narcisistiche di complessità autocompiaciuta. Chiunque si avvicini ad esse senza pregiudizi può ben presto apprezzarne la bellezza e profondità di pensiero.

 

Quando Antonio Gnoli, nel 2002, gli chiede del proprio rapporto con il pubblico Berio risponde: “Non mi condiziona: il pubblico non esiste, è una pluralità che ascolta in modo diverso, a partire dalla storia, dalla lingua, dalle circostanze: Ciò che piace a New York o trionfa a Milano può essere un fallimento a Roma”.

 

La capacità di coniugare passato e presente ha permesso a Berio di navigare attraverso l'intera storia della musica, ponendosi in relazione con figure come Mahler, Schubert, Monteverdi, De Falla, Verdi, Purcell, Mozart, Bach senza timori reverenziali e con approccio sempre costruttivo: non a caso nel 1998 dichiarava: “Inevitabile dialogare con il passato, tutti lo facciamo anche senza saperlo. Io lo faccio spesso in modo pratico, anziché meditare, magari scrivendo lunghi saggi, spinto da ragioni non solo puramente musicali, analitiche e magari critiche, cerco di instaurare un colloquio concreto con le esperienze del passato, convinto come sono che la storia non è solo cronologia, linearità e irreversibilità”. Questa capacità di muoversi liberamente nel tempo e nello spazio sonoro è ciò che rende indispensabile e immortale la produzione di questo grande compositore.

 

La lettura del volume è naturalmente consigliatissima non solo per avvicinarsi a una figura cardine della nostra contemporaneità ma come vero e proprio scrigno di suggestioni, pensieri, spunti critici da poter utilizzare per poter riflettere su cosa significhi oggi creare e pensare la musica.

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