Luigi Ghirri: memoria e infanzia

Il primo Atlante è un poema visivo concepito da Claudio Parmiggiani insieme a Emilio Villa e Nanni Balestrini nel 1970. Si tratta di un mappamondo di plastica sgonfiato, accartocciato e stirato, che Luigi Ghirri fotografa in una sequenza d’immagini incluse nel volume di Ennery Tamarelli Memoria come un’infanzia. Il pensiero narrante di Luigi Ghirri (Diabasis, 2017). In quel periodo il fotografo abita a Modena dove lavora come geometra. Ha un vicino di casa, Franco Guerzoni, un artista che l’ha introdotto nel giro dei poeti e degli operatori visivi che ruotano intorno alla neoavanguardia e alle piccole riviste stampate tra Modena e Reggio Emilia come “Malebolge”, che annovera tra i suoi animatori Adriano Spatola e Corrado Costa. Poco lontano, a Bologna, c’è poi Luciano Anceschi con il suo “il Verri”, deus ex machina del rinnovamento letterario e poetico. Tra gli artisti modenesi Ghirri conosce ben presto Giuliano Della Casa, inventivo autore di performance visive legate al libro. Luigi realizza per lui una serie di scatti; saranno parte importante di un volume intitolato Della casa (1971), che ritrae in successione l’androne e le scale dell’abitazione di Della Casa, fotografie che ricordano, anche per l’architettura del luogo, immagini degli anni Venti e Trenta del Novecento. Viste oggi quelle fotografie di scale e porte fanno pensare al lavoro di Georges Perec, al suo Specie di spazi, libro del 1974 nato da una commissione di Paul Virilio. 

 

Il secondo Atlante è invece del 1973, più volte riprodotto e che si può vedere nella sua interezza, o quasi, al Maxxi nella mostra (esposte 41 fotografie) a cura di Margherita Guccione, Bartolomeo Pietromarchi, Laura Gasparini. Due delle immagini più famose di questa serie hanno al centro dello scatto le parole “Oceano” e “Desert”. Sono l’esplorazione dell’“universo interiore” su cui si sofferma Ennery Tamarelli nel suo volume. Sono il viaggio intorno alla propria stanza, come poi Identikit del 1979, dedicato invece ai dorsi dei suoi libri, alla biblioteca di casa: i libri letti, compulsati e amati.  

 

 

Il volume di Tamarelli ha il merito di ripartire dal circolo di artisti modenesi che sono stati per Ghirri un momento fondamentale della sua formazione, da cui ha appreso alcuni stilemi della neoavanguardia di quegli anni, ma volgendoli verso un aspetto più sentimentale ed empatico di quanto lo stile ideologico e artistico dell’epoca sembra suggerire, se non proprio imporre. In Parmiggiani e Della Casa, artisti assai diversi tra loro, c’è un atteggiamento concettuale simile, che tuttavia li ha portati a esiti differenti: l’ironia mozartiana tutta leggerezza in Della Casa e la ricerca di un sacro laicizzato, isola dell’Assoluto, in Parmiggiani. L’impronta è però comune, e questa, anche attraverso l’ironico Guerzoni, si è trasmessa al fotografo emiliano. 

 

Ph Luigi Ghirri.


L’elemento dell’infanzia, quello che Taramelli definisce come “memoria”, è rimasto operante sino agli ultimi momenti della sua attività di fotografo, quando l’obiettivo si è rivolto non più verso l’universo del libro – oggetto infantile per eccellenza, feticcio degli inizi –, ma piuttosto verso lo spazio aperto intorno a lui, il paesaggio nebbioso o nevoso, che circondava la sua casa di Roncocesi, nei pressi di Reggio Emilia. Dopo averla acquistata, ha raccontato una volta Gianni Celati, Luigi Ghirri accendeva tutte le luci di casa e usciva a guardarla da fuori, a contemplarla. Un edificio dalla forma squadrata, con tante finestre, solido e insieme misterioso, una di quelle case dove un tempo vivevano mezzadri o fattori, con un ingresso ampio al centro e scale di mattonelle di cotto per salire ai piani superiori. Deve averla fotografata più volte con lo stesso sguardo e incanto con cui aveva ritratto il dentro delle sue stanze, gli atlanti, oggetti del suo viaggio fantastico, e i libri, altre macchine per spostarsi nel tempo e nello spazio. 

 

“Incanto” è una delle parole chiave dell’opera di Ghirri che appartiene anche al gruppo di artisti di Modena di cui diventa l’occhio fotografico. A ben guardare quell’incanto è già presente nel quadro dallo zio pittore, Walter Iotti, che raffigura il borgo di Fellegara, frazione vicino a Scandiano, da cui proveniva la famiglia di Luigi Ghirri. Si tratta di un ampio stradone di ghiaia che si piega leggermente, su cui c’è un carretto fermo, mentre un uomo anziano con il bastone procede a lato nella direzione dell’osservatore. Forse non a caso la strada è un altro motivo della “memoria” che fa sì che tutto quello che Ghirri fotografa sia un “già-visto” nel senso del “già-immaginato” o “già-pensato”; o meglio ancora: “già-sognato”. Il fantastico è una delle chiavi che ci permettono di cogliere la malia che promana dalle sue fotografie, quell’incanto che è una magia o, come dice l’etimo del verbo “incantare”: recitare formule magiche. Cantano le immagini di Ghirri, e a guardarle bene e a lungo, fanno restare trasognati come presi dal suono che le anima. Ci si domanda: ma dove ho già visto tutto questo? L’infanzia è il luogo magico da cui provengono tutte le immagini che ci colpiscono senza ferirci, che ci raggiungono senza mai stravolgerci.

 

In uno dei testi raccolti dopo la sua scomparsa nel volume Niente di antico sotto il sole (SEI 1997) – titolo emblematico per la sua stessa poetica – Ghirri scrive che la sua idea di fantastico si adatta perfettamente all’idea di paesaggio: “è proprio all’interno di questa mutazione, passaggio dal mondo del fiabesco a quello del fantastico, che si può spiegare l’aria di inquietante tranquillità che abitano i luoghi e paesaggi, che sembrano abitati di nuovo dal mistero” (“Gran Bazar”, 1988). Il libro cui Ghirri fa riferimento è di Roger Caillois; s’intitola: Al cuore del fantastico, ed è apparso in quegli anni presso Feltrinelli (1984). Il medesimo sguardo fantastico, infantile (“infanzia” come infans, colui che non può ancora parlare), che scorgiamo nelle fotografie-quadro di Atlante esposte al Maxxi. Sarà la chiave della sua immersione nel paesaggio. La lezione concettuale degli inizi – un concettuale emiliano, pieno di malia, ironia e tanta fantasia – la ritroviamo negli scatti più noti e riprodotti del fotografo: nella casa immersa nell’acqua, nella chiesa fissata frontalmente, nei giocatori di calcio colti nel buio della notte sotto i lampioni, nelle rose che crescono contro il muro. 

 

 

Il volume di Ennery Taramelli mostra questa continuità nella sua fotografia, dagli anni Settanta all’inizio dei Novanta, quando improvvisamente scompare lasciando dietro di sé un’opera ampia e variegata, ma sempre coerente. Cercando la radice comune, che lo apparenta a Bachelard, Benjamin, Calvino, Hillman e ad altre figure che cita, Taramelli finisce per riconoscere questo binomio di memoria/infanzia. Si tratta della medesima peculiarità che lo unisce ai suoi amici modenesi degli inizi (Guerzoni, Parmiggiani, Della Casa), qualcosa che ha che fare con la fiaba, inteso come racconto d’immagini e fantasie. L’opera di Ghirri si situa in un terreno che sta a metà strada tra la letteratura e le arti visive, che spiega anche la ragione della sua convergenza con Gianni Celati negli anni Ottanta. Chi ha letto il suo libro, Niente di antico sotto il sole, si sarà accorto di come il fotografo modenese sia anche uno scrittore; cerca di spiegare prima di tutto a se stesso cosa sta facendo attraverso un racconto, che è per lui anche un pensare ad alta voce, sulla pagina, usando le parole. 

 

Il passaggio dalle foto dell’interno verso l’esterno, il mondo intorno, e che si compendia nell’impresa di Viaggio in Italia, la mostra da lui voluta nel 1984, deriva proprio da questa forma primigenia del suo sguardo. Come il bambino della fiaba di Andersen, I vestiti nuovi dell’imperatore, per vedere la realtà così come era davvero, Ghirri doveva usare la propria risorsa migliore: l’ingenuità, quella che, come nella fiaba, i cortigiani avvolti dallo sguardo del potere non potevano possedere. Guardando i distributori di benzina al tramonto, i casali diroccati, le insegne sospese in alto, le palme di un viale marittimo, il cielo per 365 giorni, Ghirri ha spiazzato lo sguardo consueto. 

 

Una delle sue frasi preferite nell’ultimo periodo della sua vita è stata: “Basta con l’estetica!”. Sembra quasi un paradosso, perché le sue immagini sono sempre “belle”, possiedono un’armonia davvero straordinaria. L’estetica, come ci fa capire Ghirri, è proprio il contrario del “bello”. Il “bello”, come lo pensa il fotografo emiliano, non si può trasformare in un oggetto estetico, se non depauperandosi della malia che possiede, del suo incanto. Anche oggi che guardo da oltre trent’anni le sue fotografie, quelle che ho in casa, mi sembra sempre di vederle per la prima volta. Sono “nuove” proprio per l’incanto che contengono. 

 

Una delle frasi contenute nei suoi scritti più citate è di Giordano Bruno. Suona così: “le immagini sono enigmi che si risolvono col cuore”. Enigma è un’altra parola-baule del lessico visivo di Ghirri. Significa in origine “racconto, favola”. Nelle fotografie di Ghirri l’aspetto narrativo è sempre presente. In che modo? Attraverso la temporalità. Ogni sua immagine contiene sempre un prima e un poi. Non solo la temporalità del “ciò-che-è-stato”, di cui Roland Barthes ci ha parlato, per indicare il rapporto che la fotografia intrattiene necessariamente con la morte, ma con “ciò-che-ancora-sarà”. Ovvero con quella forza che l’enigma muove verso il futuro: un racconto rivolto al futuro, che continua. Per dirla con le parole di Celati, che per primo ha intravisto il senso enigmatico degli scatti di Ghirri, la sua fotografia “risponde che è anche possibile pensare che il tempo rinnovi, che ogni scatto accidentale rinnovi la percezione, invece d’essere soltanto la pietra tombale dei momenti di vita”. 

 

Le sue immagini rimandano a qualcosa di già visto, alla catena delle cose che vediamo nel corso della nostra vita; e al tempo stesso anche qualcosa che vedremo in seguito, nel futuro, e che le sue foto già contengono in potenza. Il cuore cui allude la frase di Bruno non indica solo l’aspetto sentimentale, emotivo o amoroso – c’è anche quello naturalmente –, ma il cuore così come lo pensavano gli antichi: l’organo del corpo umano che è la sede della Memoria. Il titolo del libro di Ennery Taramelli ce lo ricorda: memoria e infanzia. 

 

Ho conosciuto Luigi alla metà degli anni Ottanta per caso. Non sapevo neppure che facesse il fotografo. Eravamo seduti vicini a una conferenza di un comune amico. Una volta usciti con lui, per la strada lo sentii fare all’amico conferenziere delle domande. Erano le più ingenue che si potessero formulare, ma anche quelle decisive. Niente d’intellettuale: pura curiosità. Come solo un bambino sa fare. La sua fotografia è così. 

 

Luigi Ghirri, Atlante, fino al 21 gennaio 2018 (MAXXI, Roma).

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