Ma allora, qual è il tuo mito?

Il testo Qual è il tuo mito,  a cura di Susanna Fresko e Chiara Mirabelli, esce da un gruppo di filosofi, psicoanalisti e altri autori che si riconoscono nell'esperienza di ScuolaPhilo. La novità, annunciata dal libro, consiste nella riscoperta della Mitobiografia, termine tratto dall'opera grandiosa di Ernst Bernhard. 

«Nel 1912, all'affacciarsi di un momento storico di estremo disorientamento individuale e collettivo, Carl Gustav Jung si rivolse a se stesso e si chiese con grande drammaticità: “Ma allora, qual è il tuo mito? Quello in cui vivi?”» (dall'Introduzione di Susanna Fresko e Chiara Mirabelli al libro).

 

Sono le righe di apertura. Il 1912, presso la fine del periodo migliore della modernità, quando ancora si credeva che le guerre sarebbero terminate e che l'evoluzione tecnologica avrebbe migliorato la psicologia umana, è l'anno della fine della collaborazione tra Freud e Jung. Si consuma la separazione tra Sigmund Freud e il suo supposto erede, Carl Gustav Jung. Un anno drammatico per entrambi, che, solo qualche anno prima avevano compiuto, insieme al terzo grande fondatore della psicoanalisi, Sandor Ferenczi, il noto viaggio negli Stati Uniti. Da quel momento i tre autori si allontaneranno per prendere strade diverse. Oggi queste strade si incrociano nuovamente. È il tempo della nuova collaborazione e questo libro si pone su queste tracce. Apre la serie dei capitoli del libro Romano Màdera, che discute di cosa sia l’“analisi” a partire dal Libro dei sogni di Federico Fellini e dal rapporto di Fellini con Bernhard, suo analista a Roma. Le considerazioni di Màdera sono, in primo luogo, considerazioni di libertà. 

 

 

Anch'io tra le mie tre analisi (sono grave) ne ho fatta una junghiana. Da quella analisi ho imparato a cercare di vivere il mito in cui vivo, che non è il mio mito. Si tratta del mito della nostra singolarità, non di mitomania. Ricordo la passione con cui durante la notte mi alzavo per scrivere i sogni che stavo facendo, a volte a occhi chiusi, stanza buia, quaderno e matita a portata di mano. A volte bastavano due parole per ritirare fuori tutto il sogno alla sveglia. Imparai che a volte i sogni si confondono, si rimandano l'un l'altro, svaniscono e ricompaiono. 

Màdera, attraverso alcune riflessioni della tradizione ebraica, assegna alla mitobiografia il compito, oggi fondamentale, di un insegnamento non concettuale, come quello dei greci, ma di un insegnamento originario, le toledot, sulle origini, sulle generazioni.

L'intenzione di questa Scuola Mitobiografica è passare dai concetti alla vita. È interessante che, nella sua autobiografia, l'attuale Papa abbia ricordato di avere fatto un'analisi a Parigi con una psicoanalista ebrea, no? Aveva qualcosa da imparare proprio in quel posto.

 

Se Màdera parla del Libro dei sogni di Fellini , Chiara Mirabelli non dimentica quello di Jorge Louis Borges (1899-1986). Ispirata da un articolo di Luigi Zoja, Mirabelli scrive del desiderio originario del bambino di ascoltare storie, che, a loro volta, organizzano la memoria infantile. A volte varrebbe la pena di osservare gli adulti, che forse di memoria ne hanno troppa e non si lasciano più andare ai sogni, mentre i sogni – raccontati all'altrui persona in terapia, in gruppo, a un'amica – ci aiutano a ritrovare la nostra infanzia attraverso processi mnesici inconsci. Ricordo un sogno di fine analisi, successiva a quella junghiana. Questa volta l'analista era una donna, avevo sognato  un luogo che da bambino chiamavo “Fuori d'Aria”, ci andavo a giocare, in campagna. L'analisi fa emergere il materiale inconscio, ma quando si torna bambini, il materiale contiene sempre note gioiose. 

 

Ivan Paterlini torna su quel 1912. È l'anno in cui Jung pubblica Simboli della trasformazione e rompe definitivamente con Freud. Sappiamo come questi conflitti di pubblicazione o di concettualizzazione si erano sviluppati, ma è proprio su quel testo che la psicoanalisi avrebbe dovuto conciliare i “concetti” di Freud, l'interesse per le origini e la vita di Jung e la tenerezza reciproca tra terapeuta e “persona che frequenta la terapia” di Ferenczi e, dopo di lui, di Fachinelli.

«In questi anni, scrive Paterlini, mi sono abituato ad ascoltare e ad ascoltarmi abbandonando, quando mi è possibile, e la relazione analitica lo consente, il primato della finalità cosciente, come la chiama Gregory Bateson...» (Ivan Paterlini, A partire da Jung). Bateson fece un'analisi junghiana e fece alcuni studi su Jung. Penso che, per Bateson, i bambini, che non conoscono la finalità cosciente, hanno qualcosa da insegnarci (“ogni scolaretto sa”). C'è un signore in giro per l'Italia e ora per il Mondo, Luca Santiago Mora, che conosce l'arte di farci apprendere dai bambini.

 

Moreno Montanari parte con un piglio giustamente polemico nei confronti di chi – e in questa post-modernità sono molti – separa rigidamente il logos dal mythos, discutendo, io credo, sia le tesi di certi filosofi iper-razionalisti, che hanno dominato il campo della storia della filosofa negli ultimi anni, sia le filosofie New Age, che hanno dominato il campo della “cultura giovanile” per un periodo. Lo fa ricapitolando gli antichi. Logos deriva da legein, da cui deriva anche il termine legame. Una terapia, senza legame tra le persone che vi partecipano non si dà. Da questo punto di vista,  Gregory Bateson è assai vicino a Jung, il mythos è la vita, le cose così come stanno, ciò che oggi Bruno Latour, sulla scorta di Bateson, chiama ontologia; il logos è la loro descrizione: epistemologia.

Questa distinzione Bateson la riprende, in relazione a Jung, in alcune considerazioni intorno ai Sette sermoni ai morti, opera junghiana pubblicata postuma, ma scritta nei primi anni dopo la rottura con Freud. Bateson sulla scorta di Jung, distingue il pleroma, l'indistinto scorrere della vita, che al contempo avviene alle nostre spalle, dalla creatura, il regno delle differenze che introduciamo nel pleroma quando lo descriviamo. 

 

Si tratta di una distinzione importante, che accomuna questi due grandi autori a Baruch Spinoza. Se la sostanza possiede infiniti attributi, noi abbiamo accesso solo a due: la mente e il corpo, che però si sovrappongono, non giacciono separati: gli affetti, i sentimenti o, per dirla col titolo del massimo estimatore di Spinoza, Goethe: Le affinità elettive.

Un altro esempio di critica alla finalità cosciente lo fa Massimo Diana a proposito del mago della pioggia Kiao Tchou, che quando giunge da un'altra località della Cina, per guarire la siccità si chiude per tre giorni in una casa e, quando esce il quarto giorno, inizia la pioggia. Per il mago la zona era fuori dal Tao e anche lui, giunto là, era uscito dal Tao, gli ci sono voluti tre giorni per rientrare nel Tao: “Allora la pioggia è venuta” ( Massimo Diana, “Tra miti e fiabe, verso una prospettiva mitobiografica”).

Invece Ivan Carlot mette a confronto il Robinson Crusoe di Daniel Defoe con Venerdì o il limbo del Pacifico di Michel Tournier per parlare dell'Altro, inteso come viaggio. Se Karl Marx aveva definito la dimensione del soggetto isolato come una mistificazione borghese, Tournier, dopo avere ironicamente descritto il perfetto carattere borghese inglese, sulla scorta della Cantatrice calva di Eugène Ionesco, ribalta la relazione padrone/servo, come nello Hegel della Fenomenologia dello spirito, mostrando l'inopportunità e i fallimenti del colonialismo. 

 

Per ultima Susanna Fresko, che parte con l'opera di René Kaës, La polifonia del sogno, e dalla frase di  Didier Anzieu: “Il gruppo è come il sogno”, per farci attraversare le tracce dell'alleanza di Abramo con Ado(n)ài, la Sua manifestazione misericordiosa, fino a giungere a Ernst Bernhard. 

Bernhard è di fatto, insieme a Jung e forse più di Jung, il grande ispiratore di questo testo. I riferimenti di questo nuovo corso di studi  sono rivolti a lui, alla sua opera unica, Mitobiografia, iniziata dopo la fuga dalla Germania, nel 1936, che attraversa le sue peregrinazioni, i rischi della deportazione nel campi nazisti, le sue attività cliniche e conferenze. 

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