Macron e i disastri del radicalismo politico

Le principali forze tradizionali francesi, destra e sinistra, le forze politiche che hanno perso le elezioni per questo prossimo turno presidenziale, hanno dato indicazione di voto al nuovo raggruppamento di Macron. Dobbiamo riconoscere che le parole di Fillon, uomo di destra, sono state le più chiare. Esiste ancora, nella destra francese, a differenza che nella destra italiana, una chiara marca di distinzione tra fascismo e antifascismo. L'indicazione di voto per Macron da parte di Fillon è, in primo luogo, contro Le Pen e la sua forza fascista, razzista, violenta. Insomma la destra democratica francese non si fa imbrogliare dalle moderate prese di distanza di Le Pen dal padre fascista. I socialisti, che si sono ridotti a netta minoranza, hanno fatto, con meno chiarezza, lo stesso discorso. La minor chiarezza è caratteristica di una sinistra vecchia e perdente, in uno stato di forte depressione, incapace di rinnovarsi, che scambia la complessità sociale con l'astrusità dei ragionamenti.
Diversamente è stato per Mélenchon, leader di una forza politica di estrema sinistra che ha ottenuto un cospicuo numero di elettori. Mélenchon, come il Duca di Mantova nel Rigoletto, ha detto: “questa o quella per me pari sono”, vedremo se ci sarà un Rigoletto a schernire Macron dopo la sua possibile sconfitta, e vedremo come funzionerà, après-coup, la dissociazione isterica di Mélenchon di fronte ai suoi elettori.


Grazie a Mélenchon, Le Pen potrebbe vincere. Scenario inquietante. Che ne sarà dei nostri amici francesi, della loro cultura, unica in Europa, capace di opporsi davvero alla globalizzazione anglofona del mondo, capace ancora di produrre differenza culturale in un mondo che sta diventando piatto?
Tutti gridano e si oppongono al fenomeno della globalizzazione. Una domanda: non è che chi grida di più rischia di essere il più globalizzato di tutti? Infatti il fenomeno più globalizzato di questi tempi è proprio il radicalismo politico e religioso, che passa per le imprese individuali e collettive del sistema psicotico.
Non tutto è uguale a tutto, voglio proporre una distinzione tra radicalismo e ultra-radicalismo, fenomeni diversi sul piano clinico. Ma voglio fare alcuni esempi estremi di radicalismo, per sottolineare come l'epistemologia scissionale sia la stessa. Anders Breivik apre il delirio, la sua posizione anti-islam è talmente radicale che, in primo luogo, non intende sterminare gli islamici, li vuole solo deportare [sic!] fuori dall'Europa. Chi vuole sterminare Breivik? Gli altri europei, quelli che non la pensano come lui, da lui definiti “marxisti culturali”.
Secondo esempio, questa volta collettivo. Gli islamisti radicali intendono perseguire e uccidere in primo luogo gli islamici moderati, coloro che pensano che politica e religione siano domini umani differenti, che sono per la separazione della religione dalla politica, che pensano al testo sacro nel contesto di una vita di misericordia e moderazione.

 

 
In questi due casi, siamo di fronte a una concezione scissionale, psicopatica, ultra-radicale ed è questa concezione a ricevere oggi la massima attenzione globalizzata. Sul piano dell'epistemologia clinica rimane tuttavia un'analogia: il “tanto peggio, tanto meglio” aggiunge qualcosa al “questa o quella per me pari sono”. Se il Duca di Mantova era un libertino, e Rigoletto la sua parte oltraggiosa – circoscritta al fenomeno dello scherno – il “tanto peggio tanto meglio” ha un sapore di espiazione catacombale. Da lì nasce il fenomeno del martirio.


Tra le due posizioni però c'è una differenza. La differenza tra queste sinistre radicali e i meccanismi sopra esposti – attribuiti a Breivik o al soggetto collettivo islamista radicale – è che nei primi casi non si tratta di fenomeni sociali psicotici, ma di fenomeni intellettuali isterici. Che significa questa differenza? Nella tradizione clinica il sociopatico è direttamente pericoloso, può devastare un paese, mandare in rovina una compagnia aerea o una banca, oppure, nei casi di opposizione, altrettanto sociopatici, organizzare un massacro, auto-immolarsi per una causa.
L’isterico esercita la propria azione sul piano teatrale, istrionico. Il suo pericolo non è diretto, spesso si confonde e si trova a prendere posizione con il suo antagonista pur di avere ragione contro il suo possibile alleato, che deve essere il “meno peggio”, perché il meglio non esiste. Il radicale di sinistra si sente puro, non scende a compromessi per principio. In questa confusione favorisce l’antagonismo sociopatico.
Facciamo qualche esempio in più, giusto per capire: se uno stato democratico cerca di mettere dei limiti al terrorismo per proteggere i suoi cittadini, ecco che diventa liberticida, indipendentemente dalle misure e dal contesto. All’opposto, se ci si dichiara contro l’Europa dei capitalisti, bisogna evitare i rischi di trovarsi, obtorto collo, a braccetto con il populismo e l’estrema destra che ha lo stesso obiettivo, ma con intenti sociopatici e violenti. Tutto ciò avviene per una disperata ricerca di un tipo di consenso che la sinistra ha irrimediabilmente perduto: il consenso delle classi sociali povere, delle masse dei diseredati. Nessuno ricorda che ciò accadde già nel passato. Che il fascismo e il populismo hanno quasi sempre vinto sulla sinistra agitando programmi socialisti, poi non mantenuti. Purtroppo i nazionalisti sono quasi sempre sembrati più concreti e realisti, o almeno sono stati più abili nell’ottenere consensi su programmi di supposta “eguaglianza sociale”, rispetto a quelli proposti dalle sinistre. Perché? Perché la difesa del particulare e l’universalismo dei diritti non stanno insieme e se uno ha problemi ad arrivare a fine mese, tende a scegliere di essere contro l’universalismo.


Un volta la classe operaia, che si trovava quotidianamente in fabbrica come soggetto collettivo, faceva da collante tra l’istanza particolare e quella universalistica. Il consenso alle sinistre derivava da questo collante. Oggi il soggetto collettivo delle sinistre radicali è un soggetto ideale, non c’è più, è svanito come neve al sole. I fenomeni clinici che emergono da questa perdita dell’oggetto amato sono l’isteria, il dipingere l’oggetto sulla scena del fantasma, oppure la nostalgia, il sentire la sua assenza come perdita e provare a ripensare il mondo, con umiltà e un pizzico di realismo.


Qual è allora la differenza specifica tra questo radicalismo e l'ultra-radicalismo? Il meccanismo scissionale psicotico ultra-radicale in politica pervade tutte le istituzioni perché è vincente: si insedia nelle istituzioni e le devasta. Il meccanismo dissociativo isterico di Mélenchon, e dei suoi seguaci delle sinistre radicali, è semplicemente perdente in modo costitutivo, rifiuta di allearsi, di fare compromessi, non segue l'indicazione di Antonio Gramsci, che dal carcere fascista ammoniva di seguire il male minore, in contrasto con la politica massimalista.

 

Si potrebbe individuare questo atteggiamento delle sinistre nel carattere anale, così bene descritto da Elvio Fachinelli in Il bambino dalle uova d’oro. L’invidia per il successo di Macron porta parte della sinistra a quasi-sposare la causa della destra, in maniera testarda e dissociata. Si perde di vista tutto ciò che si potrebbe fare per salvare il pianeta, pur di ribadire, in modo narcisista, la propria purezza ideologica di fronte a un mondo che sta per finire, meglio la guerra con la Corea del Nord piuttosto di votare la Clinton, meglio una Francia razzista e sciovinista piuttosto che scendere a compromessi con Marcon. Questo il carattere anale che produce il delirio isterico della sinistra radicale.


Oggi i Mélenchon di turno arrivano al massimo secondi, se sono in due, o, come in questo caso, terzi/quarti, magari a poca distanza dal primo, poi si polverizzano in raggruppamenti settari puritani. Ma non riescono a convincere la maggioranza per via dello stesso motivo dissociativo che producono.
Credo che, con Mélenchon, la sinistra radicale abbia rinnovato un vecchio trend mortifero: “tanto peggio, tanto meglio”, che Gramsci, in contrasto con Stalin, sconsigliava vivamente e che, per restare in casa francese, avrebbe altrettanto sconsigliato Michel Foucault, massimo pensatore di sinistra insieme a Gramsci.

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