Mario Perniola o del transito

Quando già Mario Perniola era molto malato, a casa sua, assieme ad altri amici, qualcuno lanciò una domanda-esca: “se tu fossi completamente libero di scegliere la città o il paese dove vivere, cosa sceglieresti?” Ognuno di noi rispose, e quando venne la volta di Mario, lui disse: “Vorrei essere come quel personaggio che viveva nell’aeroporto di Roissy, perché non gli permettevano di entrare in Francia e nemmeno di ripartire”. Si ricorderà il film di Spielberg The Terminal, dove Tom Hanks incarnava la versione americana di un disgraziato vero, che a Parigi divenne vittima della protervia di un burocrate francese che non gli permise di uscire dalla parte internazionale dell’aeroporto.

 

Credo che allora, sapendo di morire, Mario abbia detto qualcosa di essenziale di sé: la sua impossibilità di avere una patria elettiva, una radice a cui tornare. Il suo sentirsi sempre su una sorta di borderline, di no man’s land, di luogo interstiziale. Il che pare contraddire la sua biografia, di un professore di estetica ben radicato nel mondo accademico. Credo che abbia espresso bene quel suo “sentire” un libro del 1985, Transiti. Come si va dallo stesso allo stesso. Mario si è sentito sempre in transito, in un Transfer come si dice negli aeroporti. Ma un transito che, circolarmente, riporta a dove si era partiti. Un fascino per il “trans” che produsse il suo unico romanzo, Tiresia del 1968: la storia di un transito da uomo a donna, e viceversa.

 

Non a caso ha disposto che sulla sua tomba venga scritto: Neque hic vivus, neque illic mortuus [Non qui vivo, non là morto]. È l’epitaffio sulla tomba dell’architetto Giovan Battista Gisleni, nel 1670, che si trova in S. Maria del Popolo a Roma. In una sorta di eterno transito tra qui e là, tra la vita e la morte.

 

Tempo fa, mi confidò che in un certo senso si è sempre sentito un “senza famiglia”: i suoi genitori sin da piccolo lo affidarono ai nonni. Costoro avevano bisogno di un bambino, e lui fu ceduto a loro. Un senza-genitori vezzeggiato, forse viziato, ma pur sempre senza genitori. Che proprio per questo aveva un bisogno molto forte di identificazione, di “appartenere”, pur capendo l’impossibilità di soddisfarlo. Da qui quell’oscillazione che dà una deliziosa vertigine a leggere i suoi libri: quel suo andare da un opposto all’altro, quel che Sartre chiamava “il pensare contro se stessi”. Fino al punto, in Il sentire cattolico, di riconoscersi come cattolico: non credeva affatto in Dio, ma voleva sentirsi italiano, voleva sentirsi qualcosa, voleva sentire di essere qualcuno al di fuori dell’aeroporto. Perciò coniò il termine sensologia in opposizione a ideologia: come a voler cancellare una sorta di obbligata anestesia. Attutire una sua pendenza ai disgusti, titolo di un altro suo libro.

 

Conobbi Mario nel 1980 grazie al terremoto che colpì l’Irpinia, e anche Napoli, nel novembre 1980. Allora Napoli sembrava una città morta che si leccava le sue numerose ferite, solo depressione e rabbia. Assieme ad alcuni amici pensammo di organizzare un evento culturale che non facesse il minimo riferimento al terremoto. Nel marzo del 1981 invitammo a Napoli Mario Mieli, Mario Perniola e Aldo Carotenuto a tenere un convegno su “Sessualità e diversità”, con proiezioni di film di Genet e Beckett. Vennero migliaia di persone. Fu un happening unico. Mario Mieli, il portavoce del movimento omosessuale in Italia allora più famoso, provocò il pubblico tessendo l’elogio della necrofilia. Intervenne Lucio Amelio, famoso gallerista amico di Andy Warhol, promuovendo i locali di omosessualità sado-maso americani… In quell’occasione direi dionisiaca si strinse quindi un’amicizia tra Perniola e me che non è mai venuta meno nel corso del tempo.

 

Perniola allora appariva il portavoce di una visione estremista della vita e della filosofia: fautore delle avanguardie più rischiose, di un gauchisme allora però già declinante, fautore del sex appeal dell’inorganico. Io lo vedevo come rappresentante illustre di quello che chiamavo Pensiero 68. Ma mi sbagliavo. Mario non ha mai smesso di transitare. Una fabbrica di idee e di significanti nuovi.

 

Mario mi ha detto che due uomini – oltre alle donne – avevano marcato la sua esistenza: Luigi Pareyson e Guy Debord. I suoi due padri adottivi, direi.

Pareyson, oltre che essere lui stesso un filosofo di grandissima sensibilità, è stato uno dei padri – è il caso di dirlo – di parte della cultura italiana degli ultimi decenni. Dalla sua scuola torinese sono venuti fuori, oltre Perniola, Umberto Eco, Gianni Vattimo, Sergio Givone e altri ancora.  Pareyson era un accademico cattolico, uno dei massimi interpreti italiani dell’esistenzialismo tedesco, ed era una personalità completamente diversa rispetto ai suoi rampolli, i quali hanno tutti avuto un tratto comune: il cosmopolitismo, una visione essenzialmente libertina e libertaria della vita e della società, l’anti-conformismo, l’apertura alle avanguardie anche più scapigliate. Il fatto che i suoi allievi abbiano preso una strada filosoficamente autonoma non ha fatto mai mancar loro il suo affetto e il suo aiuto. Mario sembrava commosso quando parlava di Pareyson.

 

Mario mi ha sempre parlato con una punta di amara nostalgia di Guy Debord, conosciuto a Parigi alla fine degli anni 60; fece parte dell’ Internazionale Situazionista, di cui Debord era il leader. Oggi essa è ricordata come l’espressione più eloquente del 68. Perniola scrisse che il situazionismo fu l’ultima grande avanguardia del Novecento, come a voler prendere congedo da se stesso. Debord ha rappresentato il lato scontroso, aspro, e in fin dei conti tragico, del 68. Malgrado il nome roboante, l’Internazionale Situazionista era un gruppo di poche decine di persone costituitosi nel 1957 e scioltosi nel 1972. Proponeva una società costituita da Consigli, non solo operai, dove in una sorta di assemblea permanente si sarebbero prese tutte le decisioni. Il situazionismo si vantava di essere un marxismo puro, ed è stato divorato dalla propria smania di purezza.

 

Negli anni 50 Debord scrisse su un muro di Parigi “Non lavorate mai”, e in effetti lui stesso non ha mai lavorato. Lavorava invece la sua compagna cinese, Alice, proprietaria di un ristorante asiatico. Debord, uomo di cultura raffinata e intriso di letture classiche, era un uomo duro, refrattario, alcolista. Fu a causa dell’alcolismo che si ammalò di polinevrite, per cui nel 1994, a 63 anni, si suicidò sparandosi un colpo di pistola al cuore. Debord è oggi celebre soprattutto per il suo libro La società dello spettacolo, che alcuni considerano il versante di sinistra di una riflessione di cui Marshall McLuhan sarebbe, per così dire, “la destra”. Come gli altri situazionisti, rigettava completamente il mondo dell’università, dell’editoria, del giornalismo, dei media e della politica spicciola. Quando si usciva dall’Internazionale, questo significava anche una rottura personale: Mario ne uscì, e Debord non volle più vederlo. Credo che Mario abbia sempre molto sofferto di questo.

           

Mario è stato sempre affascinato dalle tecnologie della comunicazione. Sulla linea di Walter Benjamin, ha sempre pensato che il senso di un’opera è inscindibile dalla tecnologia che la produce. Negli ultimi anni era particolarmente affascinato da Wikipedia, forse uno dei pochi esempi riusciti di democrazia conoscitiva: un’Enciclopedia sterminata scritta non da Diderot e d’Alembert, ma dalle masse. Agli esami universitari a Roma 2, i suoi studenti per essere ammessi dovevano mostrare di saper operare con disinvoltura su Wikipedia. Può allora apparire strano che uno dei suoi libri più noti sia Contro la comunicazione, del 2004, titolo su cui si è ironizzato. Come un libro, che è atto di comunicazione per eccellenza, può essere scritto contro la comunicazione? Ma credo che questa sia stata, sempre, la sfida di Mario: in un certo senso, essere sempre contro quello che lui era. Proprio perché capiva che siamo nell’epoca del trionfo della comunicazione, scrivere contro di essa. Anche le sue preferenze per i paesi avevano qualcosa di contraddittorio. Amava molto il Brasile – dove comprò una casa – e il Giappone, paesi che più diversi non si possono concepire.

Togliersi la terra sotto i piedi, che poi, in un certo senso, è stata sempre la viziosa delizia della filosofia.

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