Migranti. L'estraneo siamo noi

“…Occorre una politica che prenda le mosse dallo straniero inteso come fondamento e criterio della comunità, dativo a cui rispondere liberandone il passaggio.” Questo enunciato è sufficientemente emblematico della traccia in cui si colloca il libro di Donatella Di Cesare Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione (Bollati Boringhieri, 2017). Attraverso un percorso di decostruzione del concetto di sovranità e di ciò che gli ruota intorno, di analisi storica e genealogica, esso è effettivamente il tentativo di costruire un discorso filosofico che muova proprio dalla migrazione, che faccia dell’accoglienza il suo tema inaugurale e lasci entrare il migrante nella Città come straniero residente.

 

Questo topos biblico è il leit motiv del libro di Di Cesare che invita, partendo da qui, a ripensare, o forse cominciare a pensare, la migrazione non come un’emergenza a cui fare fronte con mezzi di eccezione o accordi inefficaci se non scellerati, ma come un fatto politico nell’ambito del quale la figura dello straniero assume importanza nucleare. Se il fenomeno migratorio è un fatto politico, afferma Di Cesare chiaro e forte, politici devono essere i mezzi per pensarlo e per averci a che fare. La filosofia è chiamata in causa nel suo compito di decostruire l’ovvietà, dunque l’appello è a una filosofia capace di parlare delle cose del mondo e di incidere su di esse.

 

Un pensiero della migrazione è necessario per capire veramente quello che sta accadendo nelle rotte della morte del Mediterraneo e non solo, soprattutto per avere chiaro che la migrazione, nella particolare forma in cui si presenta adesso, è destinata a cambiare le nostre forme di vita in modo radicale e la civiltà nel suo insieme. Non basta più la pietà episodica per le scene di disperazione e di morte a cui assistiamo regolarmente e a cui siamo già pericolosamente assuefatti o di cui addirittura godiamo (certo inconsciamente) perché quello che accade non sta accadendo a noi. Occorre assumere, rapidamente, che invece siamo implicati, siamo coinvolti. Non per generosità, umanità o carità pelosa, ma perché si deve coltivare un’etica dell’estraneo.

 

 

Lo scandalo che la psicoanalisi ha smascherato, che Io è un altro, che l’estraneo è in macchina, non è un dato astratto o tutt’al più soggettivo che resta chiuso tra le pareti di una stanza di analisi, ha invece un carattere eminentemente sociale e politico. Del resto Freud per primo, in questo spesso malinteso, ha avuto una concezione inevitabilmente sociale dell’inconscio radicalizzata da Lacan per il quale “l’inconscio è il discorso dell’Altro”. Non solo labilità dei confini, precarietà di una rivendicata e altrettanto illusoria identità, ma necessità di vigilare sulla tentazione di rovesciare sull’Altro qualcosa che ci appartiene. L’odio per l’estraneo è il tentativo di espellere qualcosa di proprio, precisamente l’eccedenza della pulsione destinata a non essere mai metabolizzata. Questo è il meccanismo psichico sottostante ai razzismi, all’integralismo e a ogni forma di odio per l’Altro e per la sua diversità. Più è difficile per il soggetto riconoscere che l’estraneo è (in) se stesso, più potente sarà la tendenza al rigetto di ogni forma di diversità.  

 

Assumere l’Altro straniero significa ripensare il modo di abitare il mondo. Rispetto a questo la posizione di Di Cesare è chiara: oltre la sovranità dello Stato e dei suoi confini, invita a una coabitazione del mondo in cui ognuno è uno straniero residente, svincolato da appartenenze e proprietà, oltre la logica del territorio e della cittadinanza. Posizione certo radicale, anarchica come anarchico deve essere il nostro sguardo, questo l’invito dell’autrice, come sono anarchiche le rotte di chi sfida i confini degli stati sovrani. I migranti, gli stranieri sono quelli che smascherano lo stato perché l’accoglienza implica l’interrogazione su concetti e procedure che hanno assunto un carattere destorificato, naturale, come lo stato-nazione e il diritto all’appartenenza geografica. Sono la nostra cattiva coscienza. 

 

Quello dello straniero è un topos presente in tutte le culture. Sarà un caso? Ad Atene, dove si pratica l’omogeneità di stirpe per garantire l’efficacia della democrazia, lo straniero è una minaccia perché può alterare l’identità della comunità. Roma è città aperta, che elargisce ai suoi cittadini, se occorre, una doppia cittadinanza, di origine e di diritto, che immediatamente rimanda alla mobile estensione dell’Impero. Nella tradizione ebraica lo straniero è colui che bussa alla porta della Città biblica, quel gher il cui significato letterale è “colui che abita”. Poiché la lingua ebraica ricorre alla stessa radice per indicare sia l’estraneità che l’abitazione, lo straniero diventa, con una contorsione ossimorica, colui che abita. Egli abita nella Città transitoriamente, di passaggio. L’ambiguità linguistica segnala l’indissolubilità dei termini e delle figure a cui rimandano. Lo straniero che abita, sia pure transitoriamente, ricorda all’abitante che lo abbia dimenticato, di essere anch’egli uno straniero, operando una sottrazione di presenza e di appartenenza.

 

Anche chi abita resta straniero. Lo straniero residente è il rimando vivente a quell’estraneità su cui la sua figura si sostiene, facendone una categoria “non solo teologica ma anche esistenziale e politica”. Nella lingua tedesca heimlich indica ciò che è familiare, domestico e conosciuto, l’apposizione del prefisso un- lo trasforma nel suo contrario. Esso da il titolo al saggio “Das Unheimliche”, in italiano “Il perturbante” (lo spaesante), all’inizio del quale Freud, con una breve ricerca filologica, rivela l’ambiguità insita nel termine stesso il cui significato sarebbe anche nascosto, misterioso, venendo in conclusione a coincidere con il suo contrario unheimlich che indica ciò che è estraneo, non familiare. “Unheimlich è in un certo modo una variante di heimlich” (Freud, “Il perturbante”, 1919). Nello stesso saggio Freud racconta un aneddoto personale: durante un viaggio in treno notturno, viene colto da un sentimento di profonda inquietudine e di estraneità quando si imbatte improvvisamente in uno sconosciuto, per poi accorgersi che lo sconosciuto altri non è che la sua immagine riflessa in uno specchio. L’estraneo siamo noi e non tanto per dire.

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