Milo De Angelis. Strappare qualche parola al buio

La tua poesia è sempre stata una poesia difficile, di ardua comprensione. Eppure i tuoi versi non sono liberi, sembrano nascere da una necessità profonda. Quale?

 

La necessità è sempre la stessa: strappare qualche parola al buio e consegnarla a uno sguardo. Le  mie parole vengono da lì, da quel luogo arduo che tu dicevi, arduo e rinchiuso, da quella camera oscura in cui sono confinate e chiedono di trovare una forma, di non restare lì ammutolite in un solo cuore. Ed è vero che non sono libere: il cammino da quella stanza al mondo, il cammino dal silenzio alla voce è un cammino pieno di insidie. Non si può essere euforici, curiosi o arbitrari. La via d’uscita è una sola. Uno solo è il modo in cui la parola può compiersi. Per questo la parola deve misurare i passi e condurli in quella via, che è anche la propria salvezza e che è una via obbligata: non c’è altro modo per la parola se non quello che verrà inciso sulla pagina. E il lettore deve sentirlo: è l’unico modo.

 

 

Il tuo primo libro, Somiglianze, è un testo che ha segnato una generazione. Puoi dirci in che senso?

 

È sempre difficile parlare dei propri versi in rapporto a una contingenza storica. La poesia ha tempi notturni e incalcolabili, puntualmente postumi a chi l’ha scritta. Certo, erano gli anni ‘70, gli anni della politica come priorità indiscutibile. Somiglianze forse ha colto qualcosa di non detto di quegli anni, qualcosa che non veniva sbandierato ma che in silenzio e in segreto esisteva. Ha colto un’altra via. Non era quella dei benpensanti e della vita mondana, non era quella dell’oriente e delle armonie prestabilite. Ma non era nemmeno quella dei collettivi o delle assemblee. Un’altra via. Più solitaria, drammatica e anche più esigente: non si accontentava di pensare la condizione umana e la sua singolare tragedia in termini di cambiamento sociale o di classe. Non si accontentava di una rivoluzione. Chiedeva qualcosa di più estremo, assoluto, rischioso: vivere accanto alla poesia, sotto il suo sguardo e sotto il suo richiamo, che è sempre una chiamata in udienza, una chiamata a giudizio.

 

 

In molte tue poesie si sente la presenza dello sport, in particolare l'atletica leggera e il calcio. C'è una radice autobiografica?

 

Gli sport che ho fatto mi hanno trasmesso il culto dell’esattezza. Prima di una gara di velocità, tutto doveva essere sorvegliato e disciplinato: la quantità degli allunghi o dei giri di campo, le scarpette, la lunghezza dei chiodi, i blocchi di partenza, il ginocchio sulla pista. Ma ancora di più: tutto il proprio essere doveva entrare in quella disciplina, in quella precisione necessaria, in quell’economia delle forze. Lo sport dunque ha incontrato i miei versi perché entrambi sono forme del rigore.  Inoltre l’atletica e il calcio sono entrati direttamente in ciò che scrivo sotto forma di immagini, scene, personaggi: i campi di calcio rivisti di sera, le pedane del salto in alto, i cortili delle nostre corse e delle nostre partite, le porte disegnate sui muri con il gesso. Sono diventati delle scene primarie: attraverso una gara o un incontro si segnava per sempre una disposizione dell’anima, un danno, una virtù. I cortili erano un luogo fondamentale, letteralmente: riguardavano le fondamenta del nostro essere. Il cortile è il luogo dove si scopre se stessi. E’ un luogo intermedio. Non è la casa e non è la strada. Alle spalle ci sono le stanze, le finestre consuete, i genitori. Più in là c’è il mondo. Non possiamo ancora fare ingresso nel mondo, ma non possiamo nemmeno restare confinati in uno spazio domestico. Il cortile e l’adolescenza. Entrambi sono luoghi sospesi tra i genitori e l’universo. Il cortile è la forma spaziale dell’adolescenza. 

 

 

Nel tuo libro, Quell'andarsene nel buio dei cortili, si ha l'impressione che la tua poesia si alimenti di frantumi di esistenza e, allo stesso tempo, sia mossa da un desiderio forte di ricomporre il mosaico una volte per tutte. Riconosci nella tua parola questo desiderio di "compiutezza"? La poesia è esperienza di conoscenza/visione estrema (penso alla "porta spalancata da un grido" nei primi versi della tua ultima raccolta, per esempio)?

 

È proprio questo desiderio di compiutezza - che c’è, che invoca, che urla – a  rendere ancora più lacerata e drammatica la scena. E non può che essere così. Io sono un uomo senza pace. E questo è un libro senza pace e senza armonia Ci sono molte ombre che girano per la città: antichi compagni di squadra o di strada ma anche persone di oggi o addirittura future. Vagano come fantasmi, esuli, stranieri e non possono avere un luogo, non possono avere luogo. E dire che questo compimento lo invocano con tutte le forze. Ma non possono. Sono usciti dalle vene dell’essere amato e non sanno dove andare. Sembrano i miei detenuti, quando escono dal carcere e non tornano a casa, anime vaganti per la città, corpi che a cinquant’anni devono ricominciare tutto da capo e si aggrappano a qualche brandello di voce e poi magari non ce la fanno e cadono. Oppure tornano in carcere, perché almeno il carcere è  in grado di rappresentare fisicamente questa chiusura e soprattutto è in grado di contenerli in un luogo solo e compatto.

 

 

Scrivere poesie è un'esperienza religiosa?

 

Sono due esperienze che hanno in comune, forse, la percezione dell’assoluto. Ma la poesia s’intreccia con il nulla, con la pazzia, con il vuoto e non è una buona medicina per la cura della propria anima: può portare in luoghi senza dio, senza luce, senza ritorno e senza più nemmeno se stessi. L’analogia, più che con l’esperienza religiosa, è forse con il sacro, nel senso antico  del terribile, dello spaventoso. La poesia ha qualche legame con il sacro e con l’estasi, ma in una pronuncia tragica. E sottolineo “pronuncia”: la poesia non può perdersi nel silenzio, non può affogare nella palabra que falta. Non è un’esperienza mistica. Deve chiamare ogni istante con il suo nome e deve farlo in quella zona terremotata dell’essere. Forse la poesia è il sacro ferito dal suo dirsi, il sacro che incontra la spina della parola.

 

Milano, via Giambellino. 

 

La prima sezione di Incontri e agguati chiama in causa la morte, il più irriducibile nemico dell’essere umano. Il confronto con questa realtà, soprattutto in alcuni momenti, è talmente forte da diventare una lotta corpo a corpo, una guerra di trincea?                                                

 

La guerra di trincea rappresenta bene il rapporto con la morte, questo continuo alternarsi di vicino e lontano, di prossimo e introvabile. Oggi c’è un attacco furioso alla baionetta, in pieno giorno, guardiamo negli occhi il nemico, vediamo il suo viso, il suo sangue. Domani sarà una notte silenziosa e lunghissima, dove la morte sembra remota, sembra averci dimenticato. Eppure è lì. Non si fa vedere ma ci scruta, forse ci attende, forse sta scrivendo il nostro nome. Sì, la guerra di trincea dice questa presenza, a volte fisica e a volte impalpabile, della morte.

 

 

Nelle prime poesie del tuo nuovo libro sembra che tu voglia ricapitolare le tappe di un cammino  in  cui la morte è stata al tuo fianco, anche quando non era evidente. È così? Cosa significa per te dialogare in modo così serrato con questa realtà dell’addio?

 

L’addio è stato sempre al mio fianco. Il tema dell’addio mi insegue dovunque e dovunque ho amato ogni cosa con l’addio. “Addio”, ad deum committere sensum, affidare a un dio il nostro significato, affidare all’Altro il senso di ciò che finisce. Solo l’Altro, non io, ha la sapienza per dialogare con la morte. Per me non c’è dialogo con la morte. C’è solo un grido. Grido di soccorso, grido di rabbia, grido di sdegno, grido di stupore: di fronte alla morte c’è la solitudine del grido.

 

 

Di fronte al senso della morte che incombe o addirittura ci assale, cosa ci rivela l’intensità di

un momento sorprendente, come quello di un gol fatto, di un dribbling riuscito, di una partita giocata fino all’ultimo secondo in uno dei cortili che evochi nella tua poesia?

 

Qualcuno ha detto che questo non è un libro dell’essere o del divenire ma piuttosto un libro dell’accadere. Incontri, apparizioni, insorgenze, ritrovamenti, epifanie, qualcosa che rivela un tempo prodigioso dietro il velo del tempo quotidiano. Ecco, un dribbling perfetto, un assist sorprendente, un tiro all’incrocio dei pali sono momenti di un’estasi. Sospendono il tempo, aboliscono l’inizio e la fine, gettano la scena più contingente nel cuore di una durata che non ha più orologi né calendari. E in quel tempo assoluto confluiscono tutti i gesti atletici della nostra vita: da quello sconosciuto compagno di classe, Giancarlo Landriani, che in una finale studentesca del 1964 partì dalla nostra porta, al terz’ultimo minuto, dribblò mezza squadra e accarezzò la palla in rete…fino a quello celebre e celebrato di Marco Van Basten, a Madrid, nella semifinale di Coppa Campioni del 5 aprile 1989, con un colpo di testa in torsione dalla linea dell’area di rigore. Alla fine della partita il centravanti del Real Madrid – il grande goleador Emilio Butragueño – parlando di lui e del Milan, pronunciò una frase che rimase storica: “Por el Bernabeu pasó un equipo maravilloso”. Bei tempi, altri tempi…

 

 

Puoi commentarmi questo verso di Incontri e agguati: “Morirai invaso dalle domande / correndo contro vento a braccia tese”

 

Questi sono due endecasillabi (il secondo giambico) e sono pronunciati in modo sapienziale. Sono le parole della Morte, che si rivolge a me e minaccia la più terribile delle punizioni. Dopo avere affermato che sarò una sillaba senza luce, una recidiva, l’unica voce che non si rigenera morendo, ora infierisce e porta il suo attacco più feroce: “Morirai invaso dalle domande / correndo contro vento a braccia tese”, con una cadenza solenne e memorabile, anzi memoranda, scolpita sulle tavole della legge, come suggerisce l’accento sulle sillabe pari. Non avrai pace, continuerai a interrogarti, non conoscerai il dolce requiem di chi ha trovato un senso alla sua vita. No, al contrario: la tua morte sarà invasa dalle domande. Tu stesso, come un pazzo posseduto, inizierai a correre per trovare salvezza, ma sarà inutile, correrai contro vento, verrai bloccato dalle forze, non potrai fuggire.

 

Milano, Luna-Park delle Varesine. 

 

Non solo la morte in agguato, ma anche tanti incontri dolorosi con “anime vaganti”, persone bruciate dalla tossicodipendenza o dal carcere, che hanno perso il “vigore cosmico” e “la giovinezza di frutteti”. In questi incontri, il nulla non è un male interiore, ma una realtà concreta che lentamente vampirizza e priva della vita. Come sono nate le poesie della seconda sezione? Qual è il corto circuito tra il senso di rifiuto e, allo stesso tempo, di amore verso queste persone tanto provate?                                                          

Le “anime vaganti”, come dici molto bene,  mi hanno sempre attratto, quelle che camminano sull’orlo dei pozzi, sul filo delle grondaie, nel pendio dei tetti, tra i pali dell’alta tensione, creature senza appoggio, senza il sostegno di una fede religiosa, politica, morale, in continuo pericolo. Mi hanno sempre attratto: infinitamente vulnerabili, sotto gli uragani della storia e della propria mente, incapaci di trovare una risposta o un patto con la società. Sono in carcere, sono negli ospedali, ma sono anche tra di noi. Nascosti dietro a un mestiere o a una professione, un camice, un ruolo, una divisa, ma sempre lì, a un millimetro dal crollo o da un feroce regolamento di conti con se stessi.  

Le anime vaganti, le anime bruciate dal carcere o dalle droghe sono parte di me. Io sono stato una di queste anime e quando parlo di quel povero cristo sdraiato tra i rifiuti e inseguito dalla Polfer, parlo di me stesso. In queste poesie dunque tutto si fa incandescente. Conosco bene le vie tortuose e seducenti della distruzione. Le ho percorse tutte, una per una, trent’anni fa. Ma ne sono uscito vivo, come vedi, e posso raccontare, con il tono di un superstite, di un miracolato, di uno che ha trovato chissà come qualche santo in paradiso, posso e devo raccontare la storia di chi è rimasto.  

 

 

Nell’ultima sezione introduci il lettore nel carcere di Opera, ponendo in esergo un verso centrale di Oscar Wilde di La ballata del carcere di Reading: “ognuno uccide ciò che ama”. Questo impasto di bene e di male - questa contraddizione feroce che fonda la nostra fragilità, fino a conseguenze devastanti, quasi peggiori della morte stessa - è il vero campo di battaglia in cui ti sei voluto gettare (insieme alla grande letteratura di ogni tempo)? Possiamo pensare al poeta come al reporter della guerra che si svolge nell’intimità dei muri, delle brande, del cortile dell’istituzione e dell’interiorità del detenuto? Puoi parlarci ancora del carcere come luogo di memoria e ritrovamento?                                                                 

 

                                                 

Il carcere certamente è un luogo di scavo interiore ed è un luogo di memoria. Ma è una memoria spezzata in due parti. Gli anni trascorsi in carcere tendono a impastarsi in un’unica monotona entità, sempre eguale a se stessa, una litania di colloqui, controlli, ore d’aria. E invece ciò che è avvenuto prima dell’arresto assume i contorni favolosi della giovinezza, di un tempo così perduto da essere eternamente vivo. Si trova perciò, nei detenuti più sensibili, una memoria prodigiosa, capace di fermarsi su un giorno lontano, di restare lì, di abitarlo, una memoria che si fa moviola, che ingrandisce i dettagli, che rallenta l’azione, opera un fermo-immagine che impone allo sguardo quella scena e non gli consente di uscire dalla visione. L’esilio insomma, insieme a tante cose drammatiche, può offrire almeno questa bellezza inconsueta del ricordo. E devo dire che Franco, il protagonista dell’ultima sezione, è stato un maestro di rievocazione, tempo perduto che pulsa nel presente. Per questo gli ho lasciato la parola nella scena sanguinosa del crimine. Lui ha davvero conosciuto il rimorso inesauribile di avere ucciso la cosa più amata. 

 

La parola data, interviste a Milo De Angelis 2008-2016, con DVD di Viviana Nicodemo e prefazione di Luigi Tassoni, ed. Mimesis 2017.

 

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