Musica

Libertà, razionalità, corpo e comunità

La musica classica ha sviluppato, già a partire dall’Inghilterra del XVII secolo, delle precise regole di comportamento che gli spettatori devono seguire durante i concerti: vestiti adeguati, divieto di parlare, bere e mangiare durante l’esecuzione, applausi di consenso, bis finali. Nella musica giovanile, invece, tali regole sono state largamente destrutturate. Rimangono attive soltanto quelle che consentono di creare un canale di comunicazione con i musicisti, come gli applausi e i bis. D’altronde, la musica giovanile rappresenta un ambito nel quale la dimensione corporale è particolarmente sviluppata. Lo dimostra l’importanza del suo legame con la performance dal vivo, ovvero il momento del concerto. Questo, infatti, è in grado di costruire un’intensa partecipazione fisica delle persone grazie alla capacità della musica, in conseguenza del suo ritmo ripetitivo e del suo volume elevato, di produrre un effetto di stordimento e di trance. I corpi degli spettatori sono spinti così a muoversi in sintonia con la musica. Sono spinti cioè a fare ricorso alla danza, che sembra permettere all’essere umano di trascendere la sua condizione materiale e terrena. 

 

 

Ne deriva una grande centralità della relazione che si sviluppa tra i corpi degli spettatori e quelli dei musicisti e dei cantanti. Il concerto è infatti particolarmente importante nella musica giovanile perché in esso tra i fan e i musicisti si instaura un processo di scambio talmente intenso che può essere considerato un momento di fusione. I musicisti cercano quelle conferme che gli danno le folle osannanti del concerto e hanno bisogno perciò di grandi quantità di fan per essere riconosciuti pubblicamente come divi. I fan necessitano invece della possibilità d’identificazione che i divi gli offrono. Perciò fanno di tutto per essere più vicini al palco e, in generale, a quel particolare mondo in cui i divi vivono. Riescono in tal modo a sentirsi unici e differenti rispetto alla massa. 

Va considerato però che i fan sono una moltitudine e il singolo fan si fonde perciò anche con i suoi simili. Si crea una comunità immaginaria che unisce i tanti fan e i musicisti operano dunque anche come uno strumento per accedere alla comunità. La musica permette perciò ai giovani di sentirsi in una condizione di indipendenza rispetto al mondo adulto, perché li colloca all’interno di una comunità di simili. E ciò è particolarmente vero durante il concerto, vissuto come un momento di intensa partecipazione. Come un evento cioè che, similmente alle cerimonie religiose, costruisce e rafforza i legami collettivi e dà vita dunque alla comunità. 

 

Probabilmente, è proprio grazie alla sua capacità di costruire un senso di partecipazione comunitaria che il concerto viene spesso vissuto dai giovani come un momento spontaneo e creativo. Ma la musica nelle società contemporanee non può che essere evidentemente un prodotto seriale, realizzato industrialmente e promosso e diffuso attraverso i media. È dunque priva di quell’aura di unicità che era propria dell’opera d’arte tradizionale. Un’aura che dà l’impressione di poter rinascere proprio attraverso il concerto, evento unico e irripetibile nel quale la musica sembra nascere al momento. Attraverso cioè una performance compiuta dal vivo davanti ad un pubblico si dà una nuova vita alla canzone registrata, che diventa lo strumento di una comunicazione diretta tra il musicista e il suo pubblico. 

Non è un caso perciò che l’odierna musica pop derivi da quella rock, la quale è figlia a sua volta della musica popolare degli afroamericani e in particolare del rhythm & blues. Cioè da quell’ambito che ha dato vita a tutta la tradizione della musica jazz. Il pianista Arrigo Cappelletti ha messo in luce nel volume Le avventure di un jazzista-filosofo (Arcana) le difficoltà di dialogo esistenti tra quella libertà espressiva che caratterizza il jazz e la razionalità propria della musica classica nata all’interno del pensiero occidentale. Il jazz, infatti, ha dovuto scontrarsi con una tradizione musicale dove l’arte viene considerata tanto più elevata quanto più riesce ad essere formalizzata e complessa. Dove cioè la fisicità e la sensorialità del corpo sono state trasformate in astrazione e pensiero. E dove, infine, l’improvvisazione libera è diventata una struttura rigida e strettamente codificata. 

 

Eppure, nonostante ciò, il jazz ha saputo conquistarsi un suo spazio in Occidente. Lo mostra il libro scritto da Giordano Gasparini Reggio Emilia Jazz 1925-1991. Dalla provincia al mondo (Aliberti), il quale ricostruisce minuziosamente le centinaia di eventi musicali che si sono svolti in quasi un secolo in una tipica città italiana di provincia. Eventi nati dalla volontà di numerosi appassionati di fare vivere una musica fuori dagli schemi musicali occidentali come il jazz. Una musica che ha saputo mantenere centrale il ruolo svolto dal corpo e non a caso ha spesso stabilito nella sua storia una stretta relazione con la dimensione del ballo. 

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