Non si deve studiare la Ferrante all’Università

Il 7 aprile 2017 si è tenuta all’Università di Napoli Federico II una giornata di studio dedicata a Elena Ferrante, dal titolo «“di Napoli non ci si libera facilmente”: per Elena Ferrante». È stata la prima celebrazione della Ferrante nell’Università della città in cui sono ambientati i suoi romanzi, in particolare la tetralogia dell’Amica geniale che le ha dato un successo planetario. La giornata napoletana ha fatto seguito alla pubblicazione di un’inchiesta della rivista «Allegoria», sempre attentissima alle dinamiche del contemporaneo, sulla stessa Ferrante. L’Università inglese era arrivata prima, come spesso in questi casi, con panels dedicati alla Ferrante ai convegni della Society for Italian Studies a Oxford nel 2015 e a Dublino nel 2016, più seminari, conferenze e tavole rotonde a Londra, Durham, Leeds, Brighton e altrove. È anche appena uscito un interessante volume in inglese: The Works of Elena Ferrante: Reconfiguring the Margins, edited by Grace Russo Bullaro and Stephanie Love, Palgrave Macmillan, 2016.

 

 

Va tutto benissimo, perché la Ferrante è un caso commerciale, che merita discussione e approfondimento; perché il suo nome è femminile e fa gioco alla promozione dei gender e women studies; perché i suoi romanzi hanno anche uno spessore letterario oltre a essere un prodotto da supermercato. Dov’è lo scandalo, allora? Nel fatto che l’Università si occupi del contemporaneo? O che si occupi di una scrittrice/scrittore di successo? O che insegua le classifiche e le mode? Sono tutti argomenti vecchi, questi, si sa: dai tempi di Croce, che negava dignità al contemporaneo in quanto privo di quella distanza che sola consente di valutare criticamente l’oggetto, tante cose sono cambiate, a cominciare dai quei cultural studies che negli anni Settanta hanno rifiutato la pregiudiziale estetica del canone e promosso l’indagine dei fenomeni culturali nella loro ampiezza, fino ad arrivare a più recenti aperture, spesso purtroppo autopromozionali, verso tutto ciò che respira.

 

Datemi cose vive, chiedeva Francesco De Sanctis a proposito della critica letteraria; datemi cose che respirano, potrebbe essere il motto di tanta critica accademica che lavora oggi col cuscino sulla faccia del proprio oggetto. Mi scuso per la metafora, ma la situazione di gran parte della critica è proprio questa: non conta il partner (l’oggetto del mio studio), ma la performance e il suo risultato (la mia ostentazione e il mio successo). Sono meccanismi notissimi della società di massa, che Guy Debord analizzava benissimo esattamente cinquant’anni fa. Né c’è bisogno del genio di Claudio Pavone, che dieci anni fa rivendicava in un bellissimo libro la legittimità della storia contemporanea, per accettare che si parli di Ferrante all’Università oggi.

 

 

Eppure qualcuno ancora storce il naso, resta perplesso, polemizza su Facebook. Non ti piace la Ferrante?, gli chiedono, accusandolo di lesa maestà. Ma no, è un passatista, che ritiene che l’universitario debba essere una vestale del canone, suggeriscono altri, più open minded, con sufficienza. Ed ecco che si fa strada l’attacco più insidioso, infamante: è invidioso del suo successo. Beato Croce, verrebbe da dire, che almeno aveva a disposizione delle categorie molto chiare per ribattere. Si può sostenere oggi, nel 2017, che studiare la Ferrante (e il contemporaneo in generale) sia facile, primo, e superficiale, secondo, perché sui suoi scritti non c’è quel deposito d’interpretazioni, di sforzi critici e d’impegno intellettuale, che hanno caratterizzato, per esempio, la critica dantesca o manzoniana? Si può dire che per studiare la Ferrante non si deve andare in biblioteca e in archivio, fare ricerca, confrontare testi ed elaborare riflessioni? Si può dire che la Ferrante va bene come argomento da salotto o giornalistico, ma non per le aule universitarie, con un’opposizione tra superficialità pettegola del giornalismo e cultura alta dell’Università? Si può dire, soprattutto, che ciò che si colloca in un periodo ancora aperto riguarda la polemica anziché la critica, essendo di pertinenza più del politico che dello storico?

 

No, non si può. Però viene fuori proprio così la domanda clou su cosa debba fare l’Università oggi, che è questione ormai ineludibile. Per Croce la risposta sarebbe stata facile: elaborare gli strumenti del pensiero attraverso la ricerca storica per formare persone intelligenti, dotate di patrimonio culturale e senso critico, cui spettano le funzioni direttive nella società grazie alla loro capacità di discernimento anziché per le loro conoscenze tecniche. Per noi le cose sono molto più complesse, per fortuna. Però ricorrere a qualche discrimine potrebbe non essere così perverso: quello tra descrivere e interpretare, per esempio. L’Università tende sempre di più, in tutto il mondo, a descrivere l’esistente: l’oggetto è interessante semplicemente perché è fatto così e io te lo descrivo. L’universitario sta diventando un anatomista, dotato della capacità di fare l’autopsia di quei fenomeni e testi che tratta come cadaveri da sezionare (un po’ come il partner col cuscino sulla faccia).

 

Che significati ci siano in quell’oggetto, quali problemi porti con sé, che senso abbia per la nostra intelligenza di noi stessi e del mondo, sembrano approcci confinati in un iperuranio che l’Università student-friendly, capace di mostrarci che gli intellettuali non sono diversi dall’uomo comune, ma uguali a lui, solo un po’ più intelligenti, poco poco, non può che vedere con terrore. Che accadrebbe se gli studenti cominciassero a ragionare in termini di simbolico, di discorso, di costruzione e decostruzione e ricostruzione, di rete della cultura e critica del potere? Magari ci mettono in difficoltà, ci contestano, ci spiazzano, ne sanno più di noi. Meglio evitare, allora, così lo sforzo del pensiero non tocca più a nessuno.

 

Perché è l’intellettuale il grande nemico della società mediatica e capitalistica, che è riuscita ad affidare questo ruolo ai giornalisti televisivi, agli sportivi e al mito della gente, nel tentativo di sottrarlo a chi potrebbe svolgerlo diversamente da una chiave emotiva e impressionistica. Il professore-filosofo, che è l’unico vero professore possibile, perché insinua il dubbio, promuove la curiosità, invita ad andare oltre e stimola la conoscenza, è la figura più stigmatizzata dall’Università burocratica e aziendalista che da decenni si è imposta in tutto il mondo.

 

Che c’entra tutto questo con la Ferrante? C’entra, perché la Ferrante (come un corso sulla Juventus o su Fedez o le lauree honoris causa a Vasco Rossi e Roberto Saviano) serve solo a dire che l’Università parla di noi, del mondo che ci circonda, dei vincenti nel sistema mediatico e capitalista di cui si parlava più su: si tratta anche di te. Perché Elena Ferrante all’Università anziché Giovanna Marmo, Maurizio Braucci o Ferdinando Tricarico, scrittori napoletani di oggi, probabilmente altrettanto o più bravi, ma certo meno conosciuti di lei/lui? Eh, ma perché lei è più interessante, visto che è emersa, mentre questi ultimi non sono ancora consacrati dal successo… Allora successo=interesse, con un’equazione che fa orrore a chiunque abbia un minimo sentore di coscienza politica e ambizione estetica (l’alternativa alla Ferrante non essendo comunque loro tre, ma tutta la letteratura, da Omero ai giorni nostri). I romanzi della Ferrante potranno pure essere letterariamente bellissimi, ma l’Università avrebbe il dovere di lavorare su oggetti di più largo respiro per porre problemi culturali che potranno servire alle future generazioni come strumenti per riflettere sul presente e pensare le alternative.

 

 

Appiattirsi sull’esistente, senza più uno slancio verso qualcosa che è ancora a venire, è la tristezza dell’Università di oggi (la “bassa manovalanza” o “bassa cucina”, come amano dire gli universitari stessi, senza troppa ironia e con una metafora che serve a farli sentire meno intellettuali). Lo statuto critico del sapere accademico nella cultura occidentale– su una linea di lunga durata che va da von Humboldt, Fichte e Ortega y Gasset fino a Martha Nussbaum, per citare solo alcuni punti di riferimento imprescindibili sulla funzione dell’Università come istituzione politica – non si deve al gusto di criticare sempre e comunque, per partito preso, ma all’obiettivo di pensare un’alternativa al mondo in cui viviamo, perché non si ripeta sempre e solo il già detto, il già noto e il già affermato: se anche fosse vero che il romanzo della Ferrante può essere uno strumento di critica al capitalismo, come sostiene qualcuno, lo farebbe comunque ormai da icona del capitalismo e una critica che brandisce i feticci del proprio avversario come strumenti antagonistici rischia davvero di ripiegarsi su se stessa e confermare ciò che dice di contestare.

 

Il rischio è insomma quello di ribadire ciò che abbiamo davanti gli occhi, per imbrigliarlo, classificarlo, inserirlo in gabbie e bacheche, perché non ci sfugga più, non sia vivo, lo possiamo padroneggiare e soprattutto spiegare: l’universitario sarà vicino al suo pubblico-utente, ma sempre un po’ più intelligente di lui. Favoriti dall’intrigante giallo della sua identità misteriosa, ordinatori implacabili dello spirito e delle sue caducità terrestri, classificatori da manuale instancabili nell’applicare logore griglie, rivenditori del reale a fette e bracconieri dell’anima genuina si fiondano, provvisti di buone intenzioni e pensieri sublimi, a sezionare, distinguere, schedare e catalogare la Ferrante e i suoi romanzi. L’essere contemporaneo, però, diceva Agamben qualche anno fa in un aureo libretto, Che cos’è il contemporaneo?, non sta nella com-presenza al proprio tempo, che è puro dato storico, ma nella capacità di smontare il proprio tempo, tagliarlo con altri tempi, renderlo inattuale e problematico: «il contemporaneo non è soltanto colui che, percependo il buio del presente, ne afferra l’inesitabile luce; è anche colui che, dividendo e interpolando il tempo, è in grado di trasformarlo e metterlo in relazione con gli altri tempi, di leggerne in modo inedito la storia, di “citarla” secondo una necessità che non proviene in alcun modo dal suo arbitrio, ma da un’esigenza a cui egli non può non rispondere».

 

Più recentemente, in un libro che è tutt’altro che accademico per spirito e scrittura, Lettori selvaggi, Giuseppe Montesano ha sostenuto che la lettura è l’unico antidoto al chiacchiericcio mediatico del presente che ci circonda:«La lettura deve evadere dall’obbligo dell’attualità che è solo la decrepitudine che la nube mediatica vuole vendere come new: leggere è una delle poche armi rimaste a chi non voglia soccombere all’onnipresente sistema della menzogna che cambia persino il senso delle parole». Si potrà anche leggere la Ferrante, allora, pure all’Università, ma solo se l’intento è quello di liberarsi di lei (e di Napoli): facendola reagire e interagire con l’alterità, individuandone crepe, lacune e omissioni, sporcandola di fango e di sangue. Perché ogni mitografia abbia la sua decostruzione anziché inutili conferme e prevedibili consensi: la Ferrante all’Università va benissimo, allora, ma forse è l’Università che non è pronta ad accoglierla.

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