Lars von Trier. Melancholia

Nell’ultima intervista a James Hillman (pubblicata su Tuttolibri sabato scorso) il filosofo parla di coagulatio e dissolutio come di due momenti strettamente interconnessi. “Coagulatio in alchimia significa rapprendersi in un punto, diventare più solidi, più definiti, formati, dotati di morphe”, ma il punto estremo di questa concentrazione di materia coincide con la dissoluzione totale di questa. La vita si deflagra diventando altro, dissoluzione, morte. Ed è proprio questo il tema centrale di Melancholia l’ultimo film di Lars von Trier.

 

 

La struttura è come un dittico, i due capitoli sono intimamente connessi, si guardano, si riflettono. Il primo è dedicato a Justine, interpretata da Kirsten Dunst. Si è da poche ore sposata, sembra felice: una candida limousine, lo sposo sorridente, il ricevimento in una elegante villa, tutto sembra coincidere con l’espressione spensierata e felice di Justine, bella e radiosa reginetta sposina. Ma questa non è che la coagulatio il cui punto estremo coincide con la disgregazione totale. L’inizio della fine viene inaugurato dai genitori di Justine nel momento del discorso ufficiale rivolto alla nuova vita della figlia. Il padre, un personaggio piuttosto imbarazzante, si rivolge alla sposa con una sfilza di banalità poco convincenti che innescano la brusca reazione da parte della madre che dichiara ufficialmente il suo disprezzo per il matrimonio e le sue false illusioni. Silenzio nella sala, gli ospiti raggelati e il tentativo di alcuni componenti della famiglia di mantenere la situazione sotto controllo, tutto ciò non può che ricordare lo splendido Festen del danese Thomas Vinterberg. Da questo momento tutto precipita, la sposa s’assenta in continuazione, quando vaga tra gli ospiti il suo viso pur nascosto da forzati sorrisi è spento, la sua mente assente. Lo sposo si fa goffo, stucchevole nelle sue prospettive di felicità. Dissolutio. Il matrimonio fallisce il giorno stesso del suo suggello.

 

 

La seconda parte del dittico è dedicato alla sorella della sposa, Claire, interpretata da Charlotte Gainsbourg. Nel capitolo precedente era l’organizzatrice del ricevimento, colei che cercava di mantenere ordine, di far sì che la sposa fosse sposa e non vittima della sua propria scelta. Claire era l’espressione della disciplina e della forza. Anche qui inizialmente sembra esserlo, accudisce la sorella caduta in una profondissima depressione. Ma il comparire di una presenza esterna minacciosa, un pianeta errante destinato a distruggere la Terra, le farà perdere qualsiasi stabilità psichica, come se questa mania di ipercontrollo sulla propria vita e quella altrui non fosse altro che un modo di nascondere profonde insicurezze e malesseri (Michela Marzano nel suo ultimo libro Volevo essere una farfalla porta alla luce proprio queste dinamiche di eccessivo autocontrollo che finiscono con l’innescare meccanismi autodistruttivi). Justine, invece, nella sua malinconica accettazione della morte imminente, saprà andare incontro all’annientamento con dolorosa serenità e accettazione. Le due sorelle non sono altro che la rappresentazione in estrema sintesi dei caratteri umani, e le due figure sembrano coincidere con la dicotomia a cui giunge Jung nel suo studio sui tipi psicologici, da una parte il tipo estroverso tutto proiettato sulla realtà esterna (Claire) e dall’altra il tipo introverso rivolto invece al proprio mondo interiore (Justine).

 

 

Il pianeta, emblema della fine della vita e della speranza, è la costante angosciosa che percorre tutto il film, un tema ricorrente che come in una sinfonia riappare da un movimento all’altro. E qualcosa d’orchestrale c’è davvero, le immagini del pianeta in avvicinamento sono sempre precedute e accompagnate dalle note del preludio del Tristano e Isotta di Wagner, e non si tratta di una musica catastrofica, apocalittica, da fine dei tempi bensì sembra esprimere una malinconica accettazione del susseguirsi degli eventi. E questa è la stessa sensazione che si ha nel leggere l’ultima intervista a James Hillman, in quella pacata ma assai vitale constatazione, attesa e accettazione della fine.



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Commenti: 11
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mm1 Mer, 09/11/2011 - 12:25

non me ne voglia il recensore, ma trovo questo pezzo piuttosto semplificante; qualcosa sul film ho già detto mesi fa sul mio blog. la prima sezione ruota attorno a ciò che già in "festen" von trier aveva analizzato alla perfezione; il padre non è imbarazzante, il padre ricopre una funzione precisa interna alla struttura - claustrofobica e mammuthiana - che ogni "famiglia" incarna; le convenzioni sociali, i cliché, i vuoti e i buchi neri, ogni cosa è presentata nella sua cruda performatività.
per quanto riguarda la seconda parte, be', claire non è affatto la rappresentazione della disciplina e della forza; semmai lo è il marito - e sappiamo che fine fa. claire, casomai, rappresenta l'uomo medio, il personaggio in cui ciascuno degli spettatori viene ad identificarsi: né troppo coraggiosi, né troppo saldi, né troppo disgrega(n)ti.

ad ogni modo, alla seconda visione di "melancholia" ho notato una cosa curiosa, forse una coincidenza voluta, chi lo sa: nella "25a ora" di spike lee, il cui sottotitolo potrebbe essere "poteva andare altrimenti?", la venticinquesima ora, l'ora che non esiste, è proprio l'ora in cui, mentre il padre del protagonista lo accompagna in carcere, ha luogo quell'altrimenti immaginato che, ovviamente, non può avere luogo.
in "melancholia" von trier insiste nel farci notare due cose: 1. che il luogo in cui si svolge la scena è dotato di "un campo da golf con 18 buche" (per chi non lo sapesse, un campo da golf ha al massimo diciotto buche); 2. che tuttavia esiste una diciannovesima buca, ripresa più volte e cui dedica persino uno dei magnifici slow-motion iniziali.
che significa dunque? lo farà ben dire a justine in uno dei dialoghi finali: la vita è questo, la vita è miseria e caos e disordine che pulsa al di là di ogni controllo, proprio mentre claire la implora di fingere, negativamente, che tutto questo non stia per succedere ("bere un bicchiere di vino sulla veranda..."), invece che accettare, positivamente, il dato di fatto e cercare di agire in virtù di questo dato di fatto (ciò che chiamo "le belle illusioni" nel post linkato sopra). la vita è sofferenza, signori, e ringraziamo von trier che ci abbia mostrato la merda come pochi altri - il "faust" di sokurov? - hanno recentemente saputo fare.

- speriamo il filtro mi passi il commento...

mm1

clo zunino Mer, 09/11/2011 - 16:30

Correggo il lapsus di mm1 per i lettori del commento, perché immagino di questo si tratti. "Festen" non è di Lars von Trier ma di Thomas Vinterberg.

A parte questo non dettaglio ci tengo a rispondere a mm1 partendo dal fondo.
Ti ringrazio per l'indicazione delle buche da golf, non me n'ero accorta. Ma gli elementi di questo film sono così tanti che non è facile coglierli tutti al primo colpo. Ad esempio, tu hai notato il particolare dei cioccolatini? Forse mm1 ha notato anche questo. Claire, la sorrella estroversa (passatemi questa distinzione junghiana di cui ho già accennato nella recensione) distribuisce i cioccolatini nelle camere degli ospiti, come in un albergo li mette sul cuscino del letto. Justine invece, la sorella introversa, li mangia uno dietro l'altro direttamente dalla scatola. Anche da questo dettaglio viene fuori la dicotomia umana: da una parte cercare di ordinare l'esistenza, dare un senso al caos (Claire) e dall'altra conoscere per capire la vita, accettandone il disordine (Justine)

La 19a buca, come la 25a ora. Mah, mi sembra un po' tirato l'accostamento... Ad ogni modo: dici che la 19a buca sta a significare "miseria caos disordine". Ma la 25a ora non è proprio l'esatto contrario? L'ora inesistente? Quella delle illusioni, delle false speranze?

Il padre l'ho definito "imbarazzante" non perché si circonda di fanciulle e fa scherzi scemi al cameriere, ma perché rifugge dalle proprie responsabilità, in ciò ricoprendo un ruolo all'interno della struttura di QUELLA famiglia.

Claire: non ho detto che nella seconda parte lei sia l'emblema della disciplina e della forza. Dico che lo è nella prima, o prova ad esserlo.
Non sono d'accordo sul definire Claire "uomo medio", quello in cui lo spettatore si identifica più facilmente. Claire, ribadisco la mia opinione, è un tipo di carattere umano. Così come Justine.

anna Mer, 09/11/2011 - 16:54

io a proposito dei tipi umani delle due sorelle - un altro facile punto da cogliere è il momento in cui Justine sostituisce i libri - condivido nel vedere l'ansia di ordinare di Claire un tentativo di risposta a quel male che anche lei conosce ma. (come appunto nella scena in cui propone il brindisi con la consapevolezza di quel che sta dicendo e del perché del che risposta riceverà). tentativo, quello di Claire, che è poi uno accanto alle altri messi in scena da Von Trier, siano esse la scienza o l'accettazione di riti e formule vuote. Quanto a Justine però non sono tanto d'accordo nel parlare di comprensione della vita come desiderio e di accettazione del disordine. Il punto è che mi pare che justine sia condannata alla consapevolezza: insomma è sulla componente di "desiderio" e di "accettazione" che ho delle riserve. il suo dolore è lacerante, scena emblematica per me è quella in cui tenta di entrare nella vasca da bagno e il suo corpo non riesce a reggere il peso, e mi pare che questo sia reso via via più chiaro tanto più la fine si avvicina e justine diventa capace di una serenità prima impossibile perché ora quello che lei prima non poteva nascondersi è patrimonio di tutti e la vita e le sue possibili risposte che per lei non erano mai valse, non valgono più per nessuno, insieme a lei. e allora l'unico spazio rimasto è lo spazio della capanna magica. insomma il momento del rapporto carnale e sopratutto il momento in cui lei alza il vestito e piscia guardando al pianeta, io non li ho visti tanto come accettazione del proprio corpo carne, ma come condanna a dover rispondere al proprio corpo carne e al proprio sguardo lucido. insomma a me pare che la potenza di Justine sia in questo suo non incarnare la conoscenza che si desidera e che rende la vita faticosa, ma la consapevolezza che si subisce, da cui non ci si può liberare. che è poi un po' questa idea di "forze dominanti" che mi pare siano, insieme alla componente simbolico-visionaria (e strette insieme in un saldo nodo), la costante del film, tutta in quel prologo immaginifico di tableau vivant.

mm1 Mer, 09/11/2011 - 18:07

grazie alla precisazione su dogma 1: colpa mia.
sul resto non ho altro da aggiungere, la mia posizione è già sufficientemente chiara, anche sulla questione della 19a buca (chiaramente non sto lì a pensare che von trier stia citando lee...).

per quanto dice anna, invece, be', mi viene da dire che il tentativo di normalizzazione della nemesi nera sia ben riuscito: che sia una condanna il fatto che si sia agiti dall'irrazionale (irrazionalizzabile) mi pare marcatamente un pensiero cristiano.

[a ben vedere, "melancholia" è il romanzo di formazione di due umanità: quella della terrena justine (matrimonio come punto di partenza e capanna magica come arrivo, passando per trauma, la madre gaby, che fa esplodere la crisi, la discesa negli abissi, la vasca da bagno, come dici giustamente tu, e, appunto, la creazione come salvezza) e quella dell'ordinaria claire].

ah, utilizzare il concetto di desiderio in questo contesto può essere fuorviante, soprattutto perché sei in odore di personalizzazione.

- ma qui si finisce sulla disputa personal/filosofica sull'esistenza, me lo sento!

anna Mer, 09/11/2011 - 18:48

io invero il concetto di desiderio l'ho utilizzato solo per dire di qualche mia perplessità rispetto a questa volontà/desiderio di capire la vita che muoverebbe justine.
quanto al termine condanna, esprimendo esso un giudizio di valore è in effetti fuorviante e l'ho usato in maniera erronea, dal momento che quello che volevo restituire era semplicemente il "non poter altro che" senza voler implicare nessun male peccato inferno.

Eleonora Z Mer, 09/11/2011 - 19:01

Sono molto d’accordo con la metafora alchemica proposta dalla recensione: Melancholia è un film sulla materia e sulla potenza della materia. Per me l’immagina più potente è quella di Justine accovacciata nell’atto di liberare la propria vescica sull’erba disciplinata del campo da golf, senza distogliere lo sguardo dalla luna, come in un momento di possessione inconsapevole, in cui le sue funzioni fisiologiche, materiche e organiche le ricordassero la sua (nostra) origine stellare. Siamo fatti della stessa sostanza delle stelle, per questo Justine de-sidera il cielo, non in quanto sede dello spirito, ma come monito nostalgico della propria origine materica, fisica. Von Trier ci mette di fronte a una materia intrisa di spirito, non perché arricchita da esso, ma in quanto essa É spirito, come la luce è onda e particella al contempo. La potenza di questa immagine rivelativa sta nel fatto che il legame uomo-materia è solo accennato e suggerito; ci viene invece riproposto in un trionfo nel secondo capitolo, quando Claire sorprende la sorella nuda, sdraiata ai margini di un sentiero che riceve i raggi di Melancholia, in una condizione di semi-estasi. Viene da pensare alle immagini fortissime di Antichrist, in cui la Gainsbourg, in questo film protagonista, correva frenetica per raggiungere la radura di un bosco, presa dal desiderio impellente, fisiologico, di masturbarsi rivolta verso i raggi della luna. Anche lei una strega, ma completamente sopraffatta dalle forze dell’inconscio. Justine, invece, ce la fa: se il suo femminino profondo, che la mette in contatto con gli aspetti più terribili e carnali della realtà non le permette di reggere il mondo nella sua forma comune e visibile (matrimonio, lavoro, l’esistenza umana tout court), nel momento in cui la materia manifesta la sua potenza nella collisione fra i pianeti, la donna si sente “come a casa”, trova immediatamente il senso delle cose e riesce a reggere la realtà dell’evento: Justine “sa le cose”, perché le conosce con il corpo, attraverso un travaglio che può essere condanna o salvezza. Per questo forse, il riferimento ai tipi psicologici è un po’ riduttivo: Justine è figura limite, non una possibilità fra le tante (la madre anticonformista, la sorella “normale”, il cognato scienziato), ma al di là dei tipi.

isaac Mer, 09/11/2011 - 19:34

Anch' io avevo notato la buca 19 credo nella scena di Claire e figlio in fuga sotto la grandinata. È sicuramente qualcosa che destabilizza, per tutto il film il marito di Claire ci tiene a ricordare le diciotto buche del suo campo da golf e poi sbuca la diciannovesima a smentirlo e a far crollare ogni certezza.
Il riferimento a Festen lo ritengo un aspetto marginale. Condivido quello che dice Mm1 su Claire che se di tipo si tratta è di certo quello che rapresenta la maggiranza del genere umano. http://goo.gl/y4FAs

Butterfly hunter Mer, 09/11/2011 - 20:20

Sarebbe fuori da ogni prevedibilità vedere che un contenitore come doppiozero “che ha a cuore le sorti della cultura e dell’editoria” censurasse i lettori che esprimono la propria opinione, pur in antitesi con il redattore di turno. Sono questi gli spazi preziosi che ci restano, per spegnere il pc con la piacevole sensazione di avere imparato una piccola cosa in più o aver saputo vedere attraverso gli occhi più allenati di qualcun altro.
A questo proposito ringrazio tutti e due i recensori quassù, perché mi regalano la diciannovesima buca e il particolare dei cioccolatini. Entrambi sfuggiti.
Al di là dei particolari che posso aver colto io, è sul dibattito aperto che vorrei esprimere un parere, senza voler stimolare assenso o disapprovazione, ma piuttosto riflessione. (il pregio dei non addetti ai lavori é di dire quello che vogliono senza aspettarsi proseliti..)
Parto dal padre di Claire e Justine.
Benché il ruolo lo chiami in gioco per un tempo estremamente ridotto John Hurt si cala perfettamente in una parte che mi sembra essenziale alla comprensione di alcune dinamiche della famiglia.
Egli non sa fare il padre, né il marito, riempie il suo tempo con giochi ad effetto e sciocche battute che dovrebbero restituirgli uno smalto sepolto. Ormai gode della propria superficialità, e si gloria delle proprie beffe, raccogliendo l’assenso di passabili donnette. Non risponde alle sue responsabilità, né alla voce implorante della figlia.
Non riesco tuttavia a non vedere il lui il dramma dell’incapacità di amare. Egli è sconfitto da se stesso. Il personaggio riesce a farmi pena, non sono disposto a condannarlo, ma certo sento addosso il penoso imbarazzo che genera nella sua famiglia e negli astanti.
Quell’uomo, pieno di dolcezza, lascia la festa perché non è in grado di rispondere alle domande della vita. Parte (dalla vita) lasciando poche certezze e molte sensazioni. Forse la figura meno claustrofobica della pellicola, l’unica punta di pallido umorismo.
E senza quella figura di padre, come potremmo giustificare il personaggio di Gaby, perfettamente e compiutamente cinica e disillusa, capace di mostrare alla figlia in crisi la realtà atroce, senza filtri, senza orpelli, né giri di parole.
Osservo, per arrivare alla seconda considerazione, che il personaggio che rivela i propri dubbi e le proprie paure in un’unica occasione (abbracciato alla zia Justine) (e in questo senso il più “coraggioso”) è Leo, il figlio di Claire. Benché strattonato dalla madre di qua e di là alla disperata ricerca del posto che non c’è, egli rimane animato dalla naturale e cieca fiducia. Nella capanna magica tutto andrà bene.
Claire mi sembra il personaggio più giudicante del film. Al cospetto di una sorella in ritardo di due ore che vuole recarsi nelle stalle un minuto per abbracciare il proprio cavallo prediletto e più tardi in altre occasioni, le esprime odio a voce alta, con una formula che sa di istintiva abituale cantilena. (“A volte ti odio così tanto.”). Come ogni essere molto giudicante, è condannata a ricercare l’altrui stima, rispettando con ferrea disciplina quei canoni propri delle più radicate sovrastrutture sociali.
La sua forza sta ancora una volta nella sua condanna.
Ma è nella parte di pellicola dedicata a lei, che crollano le sovrastrutture. E diventa umana, terrena, completamente soggiogata dalla paura, fragile. Paradossalmente più fragile della fragile Justine.
Non trovo coraggio nemmeno nel personaggio di suo marito, un ottimo Kiefer Sutherland. Egli punzecchia la moglie per tutto il film perché lo tolga dall’imbarazzo. Si lamenta addirittura con la sposa dell’enorme somma spesa per far sì che tutto andasse bene. E in questo, cade nell’ennesimo cliché dell’uomo che crede nell’equazione: tanto denaro speso uguale tanta felicità.
Sceglie di perdere la vita prima della faccia, ma ancora una volta, non mi sento di condannarlo.

Ma alla fine, chiedo ai recensori e a tutti quelli che hanno visto il film: non trovate che tutti i personaggi siano estremamente umani, comprensibili, giustificabili, non condannabili a priori? Vi sentireste di condannarne qualcuno?
La bella Justine? Certo una donna insulsa se ci si pone negli occhi del neo-marito. Ma ella dimostra proprie sensibilità e il mondo che vive non la sta ascoltando. (non cerca conforto nelle stelle?) E per quanto bussi e chieda, intorno a sé raccoglie solo giudizi morali, insensibilità e sguardi vacui.
Nonna Gaby? Una nonna senza fiabe e caramelle, con una dura parola di verità per sua figlia e per tutti: smettete di sognare! Ma quella ribellione non è forse la strada che allontana la disillusione in cui tutti cadiamo, dopo tante fiabe e caramelle?
Claire? Che si danna perché tutto vada bene e tutto va male proprio perché questo è il suo unico obiettivo? Claire, la giusta miscela di padre e madre. Compie massimi sforzi per salvare la situazione. E verso la sorella alterna continuamente carezze e implacabili giudizi.
Credo che il film sia una cruda fotografia dell’essere umano. E se il messaggio vuole essere quello di abbandonare ogni speranza, per vivere quel che resta in una forma più consapevole, be’, non vedo come dare torto al regista danese.
Spogliarsi dei retaggi, delle sovrastrutture, delle aspettative, delle ipotesi potrebbe essere la giusta indicazione per la via del poi.
Certo, Von Trier la mette giù dura… pardon,..la mette giù vera. Il cattivo odore di quelle relazioni famigliari stagne e obbligatorie che tutti vivono, “gestiscono” come meglio riescono (per salvare le apparenze, e, se si può, se stessi), si propaga nelle sale e riusciamo a riconoscerne l’origine, ma non impariamo a fare di meglio. Eterna coazione a ripetere.
Le cose vanno proprio così. Ineluttabile destino.
Von Trier coglie l’occasione per un memento mori, ma non è detto che non suggerisca una strategia.
BH.

clo zunino Gio, 10/11/2011 - 11:15

@anna: la tua è una sottilissima correzione di prospettiva e credo che sia in fondo intimamente vicina alla mia. di desiderio non ho parlato, quindi lo accantono. Justine come "accettazione della vita" (parole mie), oppure J. come "condannata alla consapevolezza" (parole tue). con accettazione intendo consapevolezza, quindi siamo molto vicine sì.
freeeeeenooo.. leggo ora il tuo secondo intervento in cui sostituisci "condanna" con "non poter altro che", e mi sembra che "accettazione" sia un sinonimo di quel che intendi. o no?

@eleonora: J. a suo agio solo quando "la materia manifesta la sua potenza", quando il corpo è sentito e corrisposto in una concentrazione che potremmo ancora una volta definire coaugulatio-dissolutio. d'accordissimo con te. per quanto riguarda i tipi psicologici... tengo duro!! :)

@BH: non si è qui per condannare o salvare i personaggi, ma credo non si possa rimanere indifferenti al modo in cui i diversi caratteri vengono descritti nel tragico attimo che precede la dissoluzione totale. una Claire impazzita che rincorre un rifugio che non trova e una Justine tranquillizzante, che offre al bambino l'estrema illusione che gli si deve, e alla sorella la mano, l'ultimo affetto. l'osservazione delle diverse tensioni psicologiche dei personaggi è uno dei punti a cui il regista tiene di più (ecco perché togliere sin dal prologo il "come va a finire", l'elemento di suspance): prima la vita abituale e poi in una vita impazzita, che vita sta per non essere più, e le diverse reazioni, i rapporti psicologici, le dipendenze al proprio carattere, alla propria natura.

anna Gio, 10/11/2011 - 12:10

sì sì infatti era proprio una sfumatura, mi distanziavo un po' dal tuo "conoscere per capire la vita, accettandone il disordine", perché appunto leggevo più quella potenza che descrive poi molto bene eleonora, mettendone in luce quel "conoscerle con il corpo". insomma un problema di intenzioni, volontà, agito/ subito.

Rosemma Sab, 19/11/2011 - 11:37

Non ho ancora visto il film. Porto un mio contributo segnalandovi uno scritto,recensione al film di Von Trier , trovato in Contrattempo - un taccuino di Roberto Porta.Lo scritto in questione inizia con riferimenti al crollo del sistema capitalistico e chiude su una lettera di Wagner a Liszt. Che ne pensate? Ciao.

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