Karl Ove Knausgård. La mia lotta

 

Raccontare se stessi e la propria famiglia, il rapporto con il proprio padre, poi con i propri figli e con la propria moglie. La mia lotta di Karl Ove Knausgård parla semplicemente di questo e lo fa in sei volumi pubblicati con successo in patria e che lo hanno portato ai vertici della letteratura norvegese contemporanea. Da poco uscito, il secondo volume, La mia lotta 2 (traduzione di Lisa Raspanti, Ponte alle Grazie, Milano 2011, 585 pagine) racconta del diventare padre, del cambiamento di una coppia che diventa famiglia e della vita quotidiana di uno scrittore, Karl Ove Knausgård, con tre figli, due femmine e un maschio: i bisogni dei bambini e le esigenze dello scrittore. La lotta è tutta nell’equilibrio fragilissimo di un uomo in combattimento perenne con la propria stessa sensibilità attraverso cui è in grado di trasformare in letteratura anche gli istanti più impalpabili della propria esistenza, ma che spesso tramutano in senso di colpa uno sguardo affilato sulle cose.

 

Accomunato a Proust per la sottile analisi degli eventi esistenziali oltre che per l’imponenza dell’opera che supera le tremila pagine, Knausgård sembra piuttosto avere tratti in comune con Georges Perec. A orientarci in questa direzione sono le lunghe digressioni spesso sotto forma di elenchi, seppur non esplicitati, con cui l’autore annota, prendendosi sulla pagina tutto il tempo che gli è necessario, lo stato dell’ambiente circostante, delle persone come degli oggetti. Se fosse possibile trasformare in schema le pagine, densissime, di Knausgård, troveremmo due colonne tra loro collegate. Da un lato i caratteri materiali: la lunghezza dei capelli, il colore di una tazza, lo stato d’uso di un giocattolo; dall’altro i sensi: cosa esprimono quegli occhi e cosa ricorda quella strada, cosa è successo a quel giocattolo il tal giorno. Tutto questo è coagulato al punto che non è possibile ridurre La mia lotta ad un semplice testo di autofiction.

 

Knausgård con estrema eleganza occulta infatti un lavoro fortemente sperimentale, non mette in mostra spudorati virtuosismi letterari, ma una volta scaricato il proprio ego nella biografia, va oltre la forma del romanzo sostanzialmente classico riattualizzata con successo da Jonathan Franzen, per dare vita ad una storia tanto personale quanto universale. Uno dei romanzi più imponenti degli ultimi anni è in realtà composto da storie lunghe poche righe, simili a volte a delle favole, altre volte a delle commedie, altre volte ancora a delle tragedie. Sono storie di attimi che hanno di volta in volta protagonisti diversi: un padre, un innamorato, un bambino, un vagabondo. Karl Ove Knausgård guarda all’Io esploso del nostro tempo una parola alla volta. Ogni tanto pecca di una certa ossessiva prolissità e di un filosofare un po’ ritrito e stancante, ma certamente è capace di una forma romanzesca che evita il manierismo giovanile e fasullo degli imitatori di Roberto Bolaño, David Foster Wallace e Thomas Pynchon per fare qualche nome, a cui troppo spesso ultimamente si è dato credito.

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