Pagate i maestri come i ministri

Per festeggiare il centenario della nascita di Natalia Ginzburg, nata a Palermo il 14 luglio 1916, pubblichiamo alcuni articoli apparsi sulle pagine dei quotidiani e non ancora riproposti nelle raccolte dei suoi saggi, introdotti da Maria Rizzarelli.

 

Come dovrebbe essere la scuola

 

Ci sono diversi articoli di Natalia Ginzburg che testimoniano l’attenzione costante riservata al mondo scolastico. Quando, il primo ottobre del 1976, pubblica sulla prima pagina del «Corriere della Sera» l’articolo intitolato Pagate i maestri come i ministri (qui di seguito riproposto), la scrittrice è già intervenuta nel corso dello stesso anno e dell’anno precedente sui temi degli esami di maturità e continuerà, successivamente, a dire la sua a proposito della scuola. Discutere dell’istruzione scolastica le consente di puntare lo sguardo su un osservatorio privilegiato del mutamento della società italiana, e ancora le dà la possibilità di riflettere su quello che lei ritiene, a ragion veduta, il centro nevralgico su cui concentrare la responsabilità e l’ansia di cambiamento. Il commento degli esami di maturità le riporta alla memoria i ricordi della propria esperienza scolastica, scandita dall’alternarsi di paura e noia («si usciva dalla zona della noia per entrare nella zona della paura», Esami, la paura dei ragazzi e quella dei professori, «Corriere della Sera», 15 luglio 1976).

 

La paura era legata allo studio della matematica che lei non capiva, la noia era causata invece dalla distanza siderale dall’orizzonte del presente che percepiva nello studio del latino (Catullo primo amore, «Corriere della Sera», 23 marzo 1977). L’occasione di mettere a confronto la scuola del passato e quella del presente conduce Ginzburg a denunciare la prospettiva di un’educazione slegata, ora come allora, dalle urgenze dell’attualità e incapace di parlare il linguaggio della vita quotidiana: i temi degli esami puzzano di «naftalina» (I temi che io avrei scelto, «Corriere della Sera», 3 luglio 1975) e fanno pensare a «un corteo di dinosauri», invitano a nozze i «cucinieri di luoghi comuni», mentre «dovrebbero insegnare soprattutto […] il rifiuto assoluto a scrivere anche una sola sillaba tratta fuori dall’indifferenza» (Un corteo di dinosauri, «Corriere della Sera», 6 luglio 1976).

 

Questi pochi ma significativi interventi lasciano convivere le due prospettive che spesso si intrecciano nella sua scrittura giornalistica, cioè la denuncia del degrado e delle storture del paesaggio desolato dell’attualità e l’apertura verso l’orizzonte di un possibile (anche se difficile) mutamento: la scuola com’è e soprattutto come dovrebbe essere, in tutti i suoi aspetti, nella più ampia prospettiva pedagogica che aveva ispirato il bellissimo saggio su Le piccole virtù e sull’educazione dei figli. Parlando dell’opportunità dell’educazione sessuale (Il sesso spiegato a scuola, «Corriere della Sera», 13 agosto 1976) e della necessità di utilizzare un linguaggio «semplice e rudimentale», chiamando le cose con il proprio nome e rifuggendo stupidi ed inutili vezzeggiativi, Ginzburg si spinge ad immaginare l’istituzione di consultori all’interno degli edifici scolastici, gestiti dagli stessi studenti; a proposito del dibattito sull’ora di religione vagheggia la lettura di tre libri fondamentali (la Bibbia, il Vangelo e il Corano) quanto mai assenti dalle aule scolastiche (Che sapore amaro dopo quel dibattito sull’ora di religione, «l’Unità», 18 ottobre 1987). 

 

L’articolo dedicato ai maestri elementari vuole essere, innanzitutto, un invito a porre un’attenzione assoluta e prioritaria alla scuola di primo grado, alla responsabilità collettiva della formazione delle giovani generazioni, all’idea di futuro che rappresentano. Le due facce mostrate dai «nuovi maestri» si polarizzano fra il «cinismo» e l’«amarezza», che sembrano invadere l’animo della maggioranza, e l’«abnegazione» e il «sacrificio», che in pochi casi isolati lasciano intravedere un’alternativa alla mediocrità e una possibilità di resistenza al degrado. Ma la provocatoria richiesta di riconoscimento paritario del ruolo dei maestri e dei ministri suona anche come il reclamo – sempre presente, in realtà, nella scrittura di Ginzburg – del «diritto di cittadinanza» dell’utopia, della necessità di «staccare gli occhi dalle rovine» e di «battersi ogni giorno contro lo sfacelo». Questa appare l’unica via di scampo per la “buona scuola”.

 

 

Mi succede spesso di pensare ai maestri elementari. Come dovrebbero essere fatte le scuole, lo ignoro del tutto. Come invece dovrebbero essere fatti i maestri, non dico di saperlo, ma credo sia più facile per un profano, immaginarlo, radunando nella memoria le qualità migliori delle persone che gli è accaduto di incontrare.

Riguardo ai maestri elementari, penso che la nostra società si conduca, nei loro confronti, in un modo completamente sbagliato. Penso che tale professione dovrebbe essere situata al più alto grado della scala sociale: penso che i maestri elementari dovrebbero essere pagati moltissimo, in modo che la società potesse così esprimergli, al tempo stesso, sia la propria alta considerazione, sia anche la severa importanza di ciò che essa vuole da loro. Soprattutto dovrebbe essere, tale professione, insignita di una dignità simile a quella che si prodiga alle professioni più alte, più responsabili, più delicate: essi dovrebbero essere, nella scala sociale, pari ai ministri, o agli altri magistrati. Inutile forse osservare qui, che la società usa condursi in modo sbagliato e nefando nei confronti di ogni professione e di ogni lavoro: poiché raramente viene tenuto conto delle fatiche e delle difficoltà che uno è costretto ad affrontare. Ora stiamo parlando unicamente dei maestri elementari.

 

La nostra società è dunque, nei confronti dei maestri elementari, assai sprezzante e distratta. Mi dicono che ho torto, perché i maestri elementari sono ora pagati abbastanza bene, ed è una professione assai ambita: eppure a me sembra che, se anche i maestri sono pagati ora un po’ meglio di una volta, è però totalmente assente nella nostra società la consuetudine a pensare a loro come a uno dei punti essenziali della vita del paese. Ai maestri elementari sono affidati i bambini: e i danni che essi possono fare, abbeverando questi bambini di imbecillità, o pascolandoli fra quisquilie, o nutrendoli di idee false e infami, sono danni di una specie insanabile. Nello stesso modo, ciò che possono dargli di giusto e grande è un bene di qualità impareggiabile.

Riguardo al fatto che si tratti oggi d’una professione ambita, ciò deriva, penso, dalla disoccupazione, e ciò quindi non dimostra nulla, e inoltre deriva da uno stato generale di confusione e forse dall’idea errata che fare il maestro elementare sia cosa più di altre facile: ed è invece quanto di più arduo esiste al mondo. Penso che dovrebbe essere, la scelta dei maestri elementari, affidata a una commissione scelta e selezionata con cura estrema, formata dalle persone migliori del paese: e sarebbe necessario che si valutasse, in ogni singolo maestro, non soltanto la cultura, ma la forza vitale, l’intuito, la chiarezza mentale, la capacità di comunicare col prossimo, l’incorruttibilità, il senso della giustizia, l’assenza assoluta di preconcetti di qualsiasi natura, e un libero e spregiudicato ingegno.

 

 

Mi dicono che tutto questo è pura utopia. Utopia è ritenere che esistano in gran numero simili persone; utopia è ritenere che possa esistere una commissione dotata di un’immediata o rapida facoltà di individuarle. Ma anche le utopie hanno un diritto di cittadinanza: per quanto pazzo o stupido possa apparire un disegno tanto lontano dal vero, non può essere proprio pazzo affermare che avremmo un’estrema necessità di un simile disegno. Ciò tutt’al più potrà apparire stupido perché ovvio. Nella realtà, appare impossibile sollevare il ruolo dei maestri dal caos in cui esso è caduto: le commissioni tenute a esaminare i maestri sono una sorta di macchina burocratica, corrotta, codarda e svogliata come sono tutte burocrazie; essa è del tutto insensibile alle qualità e ai vizi dei singoli: non è dotata né di udito, né di sguardo. 

 

Una folla enorme di maestri aspetta da questa macchina le decisioni e le scelte; ognuno sa che le decisioni e le scelte saranno arbitrarie, stanche e casuali. La stanchezza e l’indifferenza con la quale sono stati scelti, genera negli stessi maestri una profusione di stanchezza, e di indifferenza e genera in ciascuno di essi un’amara sfiducia nelle loro qualità migliori; già in partenza pensano che gli saranno inservibili.

Smarriti, si trovano davanti aule affollate di bambini, nelle quali è impossibile o estremamente difficili stabilire rapporti personali coi singoli; li aspetta un’esistenza dura e faticosa; molto spesso devono raggiungere sedi lontane, in campagna o in montagna, alzandosi prima dell’alba e viaggiando in gelidi treni; oppure trasferirsi in quelle località, deserte per loro di amici, e di ogni specie di umano conforto; solitudine e noia penetrano immediatamente nel loro sbigottimento iniziale; essi diventano acrimoniosi e cinici, avendo la sensazione di avere perduto, nella vita che conducono, mille altre luminose possibilità.

Il cinismo è contagioso, e quindi ciò che regna e impera nelle aule scolastiche, è un atteggiamento cinico dinanzi all’esistenza; il cinismo è beffardo nei confronti della sete di conoscere, beffardo nei confronti della grandezza, beffardo nei confronti dei più nobili valori umani; si adatta a una forma di studio incolore e sciatta, inghiotte idee convenzionali perché scivolano lisce e senza né dolore né meraviglia, deride e rifiuta le idee strane e crudeli e vere.

 

Non sarebbero diseducativi in se stessi, l’amarezza e il cinismo, se si accompagnassero alla grandezza; ma questo tipo di cinismo, affondato nella mediocrità, pascolante fra quisquilie per acrimonia, per dispetto e per inerzia, è profondamente diseducativo. Esso adopera beffardamente i primi strumenti che si trova fra le mani, e si tratterà dunque di strumenti vecchi e logori, fra i più vecchi e i più logori che la nostra società possa offrire; i maestri elementari useranno, per insegnare, strutture putrefatte. 

Mi dicono che ben prima di occuparsi dei maestri, la nostra società dovrebbe pensare a riformare la scuola, e rinnovarne le fatiscenti strutture; prima di occuparsi dei maestri, e di migliorare le loro condizioni di vita, indispensabile sarebbe provvedere il paese di scuole e di aule, e provvedere che le scuole avessero tutto ciò che gli manca: il riscaldamento nell’inverno; latte e cibo per gli alunni poveri; aria libera nell’estate.

È vero. Però intanto è ugualmente vero e ingiusto che lo sguardo che la società posa sui maestri è uno sguardo smorto e disattento, e la richiesta che essa gli rivolge è quanto mai confusa, astratta, impersonale e brutale.

 

So bene che esistono, tra i maestri, alcuni rari esempi di persone singole che si rifiutano di soggiacere alle generale atmosfera di mediocrità e si votano alla loro professione senza risparmio di sé e con abnegazione e sacrificio; si tratta però di casi isolati e rari, e di sforzi singoli, costretti a difendersi e a sopravvivere nel grigio disordine universale. Penso che siano, l’abnegazione e il sacrificio, qualcosa che comunque accende i rapporti col prossimo, e anche se si insegna adoperando strutture antiche e fradice, e ritendendole per errore giuste e buone, l’abnegazione e il sacrificio possono rendere tali strutture meno tristi e tetre di quanto esse sono abitualmente; vi sono maestri che tentano di battere nuove strade; altri che se ne vanno per strade antiche illuminandosi con la fiamma d’una candela. Convenzionale e provinciale, la scuola è nelle sue strutture identica a ciò che era quarant’anni fa, cioè nei tempi del fascismo; e i nuovi maestri devono oggi fare i conti con essa, e liberarsi del suo intimo tetro spirito impone una iniziativa e una vitalità che oggi è ben difficile, nel grigio disordine universale, possedere e conservare. 

 

Ai nuovi maestri, e anche ai vecchi, la società deve chiedere questo sforzo vitale. Ma la qualità della richiesta è preziosa e immensa, e poiché ai maestri sono affidati dei bambini, cioè la zona più delicata e oscura che esista nell’universo, e la più fragile, la più facile da corrompere e da sciupare, non si capisce come non siano, i maestri elementari, al centro e nel cuore dell’interesse generale. Non vi dovrebbe essere alcun limite all’attenzione dedicata dalla società ai maestri: dovrebbe essere, il loro compito, reso più semplice con tutti i mezzi possibili; la richiesta dovrebbe essere di una qualità alta e pregiata, e di una qualità alta e pregiata dovrebbe essere la risposta.

In una società in sfacelo, è certo utopia invocare che i maestri elementari siano trattati così diversamente da come sono trattati: ma è forse un compito delle utopie guardare in remoti orizzonti e staccare gli occhi dalle rovine. Se noi crediamo ancora un poco nel futuro, i bambini sono il futuro, e le chiavi del futuro stanno in quella zona e non altrove. Quello che è certo è che non vorremmo un mondo futuro popolato di gente simile a ciò che siamo noi stessi; lo vorremmo diverso; nel pensarlo diverso non possiamo riportare qualche atto di fede altrove che nei bambini; perché da noi stessi, sappiamo bene ormai cosa ci possiamo aspettare. Quindi mi sembra una leggerezza enorme non situare, al centro dei problemi sociali, le scuole dell’infanzia, e le persone destinate all’educazione dell’infanzia e la scelta di esse.

 

Sbagliato sarebbe, da parte della società, costruirsi un’immagine del maestro elementare immota e unica, e quindi convenzionale; i  maestri elementari possono in realtà essere in mille maniere: molto vecchi, molto giovani, molto malinconici, molto allegri, molto severi, molto miti; essendo l’educazione una cosa ben misteriosa, della quale tutti parlano sempre, e della quale nessuno sa con certezza nulla di chiaro.

Mi dicono che dovrebbero esserci, per i maestri elementari, dei corsi in cui gli si insegnasse come insegnare: ma io non credo all’utilità di questi corsi, appunto perché è impossibile, su una cosa  strana e misteriosa come è l’educazione, tracciare delle leggi e formulare un tipo di comportamento unico, immoto e costante. La sola legge che vale oggi per tutti è battersi ogni giorno contro lo sfacelo. Non credo che esistano dei corsi dove questo si può insegnare.

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