Palermo lattificata

Che Palermo sia un posto singolare è ormai parte delle banalità acquisite nei salotti milanesi. L’idea che vi accadano cose imperdibili, anche. Ecco che qualche tempo fa un amico palermitano ha deciso di aprire una specie di micro casa editrice nel proprio soggiorno; ha pensato di stampare piccole opere ormai introvabili e di distribuirle in poche copie, rilegate da lui stesso. Così, rovistando online, il mio amico Guido Giannici ha scoperto un romanzo del 1865 dal titolo assai promettente: Palermo lattificata di un misterioso Carlo De Belli. Poiché in pubbliche biblioteche ce ne sarebbero al mondo solo tre copie (una ad Harward, una a Taiwan e una – inaccessibile – alla nazionale di Palermo), ha deciso di stamparlo e di dargli diffusione. Me ne ha fatto omaggio e la lettura è stata una sorpresa. Dell’autore, per quanto si siano fatte accurate ricerche, non si sa nulla: era un siciliano?, o un torinese, visto che è stato pubblicato a Torino? Fatto sta che le descrizioni di Palermo sono accuratissime e “dal vivo”. Il romanzo è un caso di narrazione distopica ma realistica.

 

Siamo dunque nel 1865, cinque anni dopo l’arrivo di Garibaldi a Palermo e l’annessione della Sicilia al Regno d’Italia. Il narratore, il De Belli, funzionario di Casalecchio in provincia di Bologna, dice di essersi recato in vacanza a Palermo per curarsi (dal clima nordico) e per incontrare l’amico De Rimper. Alla descrizione dell’arrivo in “vapore”, alle prime impressioni dell’hotel di fronte al mare e della città segue la scoperta che l’amico è coinvolto in un grandioso progetto. Tra passeggiate e incontri galanti il narratore viene invitato alla riunione di una pomposa Società per la “Lattificazione” della città. Si tratta di un progetto futurista di immense proporzioni. Duecentomila capre su Monte Pellegrino dovranno alimentare una conduttura che raggiungerà direttamente le case dei palermitani, fornendo loro il latte. L’amico del narratore dovrà fornire i tubi in ghisa e i ciucciotti in caucciù da cui gli abitanti spremeranno direttamente nelle proprie labbra il prezioso liquido. La società ha pensato a tutto l’aspetto tecnico, ma l’ingentissima spesa per la realizzazione del progetto dovrà essere coperta dal governo italiano, perché altrimenti “Palermo si agiterà e con essa magari anche Lercara”(!). Per evitare i pericoli di possibili rivolte e per fare un’opera di sicuro interesse nazionale, e addirittura mondiale, si sollecita, tramite i giornali della città e della Sicilia, il governo nazionale a provvedere con urgenza al finanziamento. Siamo nel 1865, e la Sicilia è una terra ribelle e focosa.

 

La donna ed i suoi bambini stanno sempre a letto. In casa non ci sono né luce neé acqua, Palermo, 1978 - courtesy Letizia Battaglia.


Palermo non ha a quella data né fognature né acqua potabile nelle case. Eppure il gruppo che promuove la società per la “lattificazione” ha già capito che c’è un modo di agire che da sempre ha caratterizzato e caratterizzerà i rapporti della città e della Sicilia con il potere nazionale. Progetti faraonici, ponti sullo Stretto, ferrovie volanti, nuove Disneyland, grandi eventi, perché Palermo e la Sicilia sono “la speranza d’Italia e dell’umanità”. Ovviamente si finisce con un nulla di fatto, perché alla società per la lattificazione se ne aggiungerà una per la maccheronificazione e un’altra per la tarallificazione (che si propone la distribuzione canalizzata di taralli) e altre che vi si aggregano.

Il romanzo si chiude con la descrizione del carnevale a Palermo. Il narratore cerca feste, allegrie di piazza e si accorge che il carnevale è invece fondamentalmente una colossale abbuffata di dolci.

 

Il mio amico Guido Giannici, insieme a questo prezioso libretto, ne ha pubblicato un altro che data 1651 a firma di Bernardino Masbel, I coccodrilli del Papireto, essendo il Papireto uno dei fiumi sotterranei (sotterrati) che attraversano la città. In questo libello l’autore interpreta le parole di un’iscrizione affissa a una fonte della città, iscrizione latina molto ostica, e ne deduce la presenza di coccodrilli nelle acque del fiume Papireto (a quel tempo non ancora sotterrato) perché questo sarebbe in connessione diretta con il Nilo. Bernardino Masbel argomenta questa sua strampalata convinzione appellandosi all’autorità di testi antichi, facendo riferimento ad altri fiumi che scompaiono e riappaiono e alla fonte Aretusa di Siracusa, connessa direttamente con il fiume Alfeo in Arcadia. 

 

Il mio amico, pur essendo un grafico dilettante, ha una cura particolare per la carta e per le copertine, per cui assicuro che anche per questo vale la pena di procurarsi i primi due titoli di questa nuova collana domestica (se n’è aggiunto un terzo, I coccodrilli di Palermo, ma questa volta con una documentazione di tutti i coccodrilli disegnati da Steinberg). Soprattutto perché le due opere sono metafore di grande giovamento per comprendere la città di Palermo contemporanea, girando entrambe intorno all’idea fondamentale che tutto ciò che avviene in questa città è di natura tale da dovere “agitare” il mondo là fuori. Qui non c’è un micro, ma direttamente è già tutto macro e tutto già mondiale. Palermo è connessa con il resto del mondo e ne determina la sorte, i suoi fiumi sono il Nilo, il suo destino è quello della nazione intera e del mondo. 

 

Non è un caso che Palermo, a un secolo e mezzo di distanza da quel 1865, oggi sia stata proclamata “capitale della cultura” (cosa ciò voglia dire in una città in cui una biblioteca comunale, villa Trabia, non ha la luce elettrica dopo le 17 e si assiste a un balletto divertente degli studenti che si contendono lo spazio accanto alle finestre, è poco chiaro, ma si sa che non sono i libri a fare la cultura) e goda del privilegio di ospitare una manifestazione “mondiale” come Manifesta. Si tratta della manifestazione artistica più importante d’Europa, organizzata da un centro olandese e ospitata ogni due anni in una differente città. Il Comune ha sottoscritto un accordo con Manifesta e pagato fino ad ora tre milioni di euro per avere assicurata questa rampa di lancio mondiale. Ogni spazio pubblico, dall’Orto Botanico alla Scuola Sperimentale di Documentario, sarà subordinato a questo avvenimento. Fino a qualche giorno fa, se si cercava un programma di questa immensa manifestazione, non lo si trovava (la manifestazione comincia a giugno). Piuttosto esso veniva sempre promesso a breve oppure si diceva che è della natura degli avvenimenti artistici il non essere rivelati fino all’ultimo momento Adesso finalmente sono stati “rivelati” i nomi di alcuni artisti invitati.

 

Nel programma finalmente diffuso confondono artisti internazionali e iniziative locali che da molto prima di Manifesta sono presenti in città – ma anche questo viene presentato come qualcosa di politically correct, perché è dalla base e dalle periferie che Manifesta prende ispirazione. Nel frattempo Manifesta ha promesso una grande manifestazione di Rap a Piazza Magione, ha realizzato un Atlante, tipo Postal Market, (dove c’è l’impronta di quella furbizia tipica a Rem Koolhas e ai suoi, infatti Manifesta è affidata allo studio OMA di Rotterdam) di tutto ciò che di interessante c’è in città (a detta degli olandesi di OMA, ma in realtà è una specie di spesso depliant di stereotipi) e ha sguinzagliato giovani e non pagati volenterosi per diffondere le promesse (concorsi sono stati indetti per partecipare gratuitamente alle sorti progressive di Manifesta, anche il volontariato viene stimato essere un segno della democrazia di Manifesta). Il Comune di Palermo promette grandi cose, anche se gli artisti locali e i musicisti locali e parecchie iniziative locali vedono in questo futuro un modo classico di essere spiazzati in nome di “grandi eventi” mondiali (e per altro “Grandi Eventi” era la società che ha gestito durante il governo di Forza Italia a Palermo tutti i soldi per la cultura). Una parte di essi si sono costituiti in una anti-Manifesta dall’ottimo nome di Okulta.

 

Per rimarcare la maniera tutta verticistica e “dei soliti noti” di far le cose. 

Come il Ponte sullo Stretto, come la Società per la Lattificazione anche Manifesta “sorvola” la città attuale, va molto verso il futuro, non occupandosi del suo presente – cumuli di immondizia di affastellano sulle strade della città,”, il mercato di Ballarò è in mano alla mafia nigeriana che controlla il traffico di droghe e la prostituzione, il 10% del patrimonio storico della città è abbandonato ma quello che importa come nel 1865 è l’immagine e il rimandare ieri al Governo e oggi ai milanesi l’idea che qui accade davvero qualcosa di straordinario.

Inutile essere scettici. Le "magnifiche sorti e progressive", come nel romanzo del 1865, avranno la meglio, lo sappiamo già. E se non sarà così, tra un secolo qualcuno potrà scrivervi su un altro romanzo distopico. 

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