Houellebecq lercio misantropo

Michel Houellebecq ha sempre giocato sullo scandalo, salvo a volte inciampare nella pietra che lui stesso ha posato, sia sul piano personale delle ripercussioni che le sue prese di posizione hanno provocato nella sua vita privata, sia nella ricezione delle opere. Riscontri delle vendite a parte. Sottomissione non ha fatto eccezione; semmai ha accentuato gli effetti. Certo questo è stato causato anche da tragici eventi imprevisti, almeno nei tempi e nei modi, ma non certo imprevedibili in assoluto, di cui lo scrittore non ha nessunissima colpa. Sta di fatto che la coincidenza ha proiettato sull’argomento del libro una luce diversa da quella preventivata, e che le letture e il dibattito si siano spostati sull'asse socio-politico, lasciando in secondo piano, o addirittura oscurando tutto il resto.

 

Se è vero infatti che le vicende narrate sono ambientate in un prossimo futuro che vede un cambiamento di rotta della politica e della società francese sotto la guida di un visionario leader islamico moderato, con tutto ciò che ne deriva in merito all’interpretazione del presente transalpino e per estensione dell’Europa occidentale, è altresì vero che anche Sottomissione, come in genere tutti i romanzi di Houellebecq, è incentrato su altri temi, esistenziali e persino “metafisici”, e presenta una struttura di fondo di stampo archetipico. Il libro narra infatti la (solita) storia di una crisi, personale e storica, che prelude a un cambiamento che pur profilandosi come negativo poi si rivelerà non così gramo.

 

È la storia di una crisi sociale e religiosa, e di una tentazione, con il leader islamico Ben Abbès e il rettore della Sorbona Rediger nel ruolo dei tentatori suadenti e ragionevoli rispettivamente di parte della società francese e del protagonista, che già dal nome François ne rappresenta in qualche modo il cittadino tipico (l’uomo normalissimo che Houellebecq afferma essere il protagonista di tutte la sue opere, a lui tanto simile e in realtà replica di un “io sperimentale”, per dirla con Kundera, attraverso le cui ricorrenti caratteristiche filtrare le differenti indagini sulla realtà che ogni romanzo affronta). La posta in gioco sono il benessere, la sicurezza e la felicità; la rinuncia, quella all’identità e alla libertà. Il sospetto è che la tentazione, come capita quasi sempre, non sia poi veramente tale, cioè un’irruzione imprevista e un turbamento che sconvolge, ma solo l’esito di una parabola, la conclusione logica di un cambiamento già ampiamente in atto. Tuttavia il fatto che l’agente del cambiamento sia un politico islamico e il narratore-protagonista uno studioso di Joris-Karl Huysmans, uno scrittore che dopo un passato dissoluto, sublimato nel suo capolavoro À rebours, si è clamorosamente convertito al cattolicesimo (come vuole la regola, anche letteraria, dalle eroine di Defoe in poi), e che Houellebecq, oltre alle note posizioni anti-islamiche qui apparentemente (o forse veramente) ribaltate di segno, si sia sempre mostrato radicalmente critico verso l’attuale società occidentale che sarebbe prossima al suicidio, o già suicidata di fatto per aver rinunciato e anzi volontariamente distrutto i capisaldi su cui poggiava, ha pesantemente condizionato le interpretazioni del libro in direzione socio-politica più che letteraria con un eccesso di parzialità, se non di scorrettezza.

 

La vicenda narrata è ambientata nell’immediato futuro, secondo una costante comune ad altri libri di Houellebecq: dalla Francia tornata rurale, deindustrializzata ma più ancora disneyzzata, meta turistica da cartolina, ripopolata da stranieri extraeuropei che hanno acquistato case e interi villaggi e ora curano con amore le sue regioni tradizionali di La carta e il territorio; all’epoca in cui l’uomo sarà completamente modificato dalla biologia molecolare di Le particelle elementari; alla presunta imminente «federazione mondiale dominata dagli Stati uniti», con «la prospettiva di essere dominati da una massa di cretini» di Lanzarote, che resta uno dei suoi lavori migliori; al mondo popolato di cloni di La possibilità di un’isola.

 

Michel Houellebecq, ph. Lionel Bonaventure/AFP

 

Questa tendenza a proporre scenari futuri, non sempre cupi o ironici a dire il vero, è una diretta conseguenza dell’impianto fortemente sociologico della sua visione, oltre che della convinzione, encomiabile, che un libro o influisce sulla realtà, o non è niente. La profezia è quindi l’orizzonte naturale di queste premesse, la loro logica deriva, prima che un vizio del loro autore, che sarebbe in fondo innocuo come quello di chi si diletta a far previsioni su questo o quello. E del resto non vale per se stessa, ma è solo un modo, estremizzato, per leggere il presente, per portarne alla superficie con maggior efficacia i meccanismi e le deficienze. Se andiamo a cercare negli scrittori previsioni o, peggio, rassicurazioni, sia pure negative, siamo fritti. Anche quando a pretenderlo è lo scrittore stesso.

 

Indubbiamente però Houellebecq qualcosa da dire ce l’ha: più o meno su tutto. E non si fa pregare a comunicarlo. I suoi personaggi si possono tacciare di vari difetti ma non di reticenza, e infatti raramente si esimono dall’esternare ciò che pensano su questo e quello, o dal diffondersi in analisi, spesso notevoli per acume e arguzia, del mondo circostante e delle sue prospettive, e soprattutto delle proprie esistenze e attività, che interessantissime sempre non sono, invece. È la vita.

 

Gli elementi fondamentali da cui origina il suo discorso e il nucleo di Sottomissione  si trovano già nei tre libri con cui ha esordito nel 1991, simultaneamente in poesia narrativa e saggistica: in particolare la depressione in Estensione del dominio della lotta e il connesso rifiuto del mondo e della vita, esplicito anche titolo stesso della monografia su H.P. Lovecraft, e soprattutto il postulato potremmo dire fondativo enunciato con chiarezza nel testo di apertura di Restare vivi, non per nulla intitolato “Metodo”: «se il mondo è composto di sofferenza, questo accade perché è, essenzialmente, libero. La sofferenza è la conseguenza inevitabile del libero gioco delle parti del sistema. Dovete saperlo, e dirlo». Ne consegue che, pur di evitare o ridurre la sofferenza, i più sono disposti a rinunciare alla libertà, in parte o in toto. Come si può facilmente dedurre, non è solo questione di una capitolazione individuale, ma di un problema collettivo: lo dimostrano i dibattiti degli ultimi anni su libertà e/o sicurezza, e, dopo i recenti fatti, su rispetto, capacità di regolamentazione e autocensura responsabile, quanto a sé e per gli altri.

 

Quasi tutte le storie narrate da Houellebecq, nient’affatto minimalista (ma è anche la misura del suo impegno oltre che della sua ambizione) nonostante siano sempre incentrate su parabole individuali dai tratti costanti, vertono nientemeno che sul destino del mondo e dell’uomo; come se, alla lunga, già non fosse noto: una catastrofe dopo l’altra fino all’estinzione definitiva, che vorrà ben arrivare un giorno o l’altro. Nel far questo però centrano con infallibile precisione alcuni dei nodi più rilevanti e aggrovigliati della nostra società e cercano di districarli (riduzione degli individui a particelle elementari, cinismo, anaffettività, solitudine, turismo sessuale, terrorismo, mercificazione, ennesimo tramonto dell’occidente, crisi dei legami sociali, clonazione, ritorno delle religioni o di loro surrogati). In Sottomissione lo scrittore circoscrive il terreno e focalizza un bersaglio di portata apparentemente minore, anche se la diagnosi, come non è difficile ipotizzare, rimane la stessa: stavolta l’estinzione non riguarda più la specie, e nemmeno l’uomo occidentale, ma più modestamente la Francia, e al suo seguito, implicita ma scontata, anche quella degli staterelli minori del sud dell’Europa che le gravitano attorno (almeno nell’idea dei francesi), pianeti o satelliti che siano, che saranno però redenti, è questa la novità, dall’istituzione di nuovo impero o organismo sovranazionale che unirà tutto il Mediterraneo, che così tornerà ad avere un ruolo di capitale importanza, politica ma anche socio-culturale, civilizzatrice!, nel contesto dei futuri rivolgimenti mondiali. Il sogno di Alessandro, e poi soprattutto della Roma augustea, e ancora di Napoleone (di Hitler no, però, sia chiaro: è contro l’avanzata dell’estrema destra e dei movimenti identitari, infatti, che si forma l’alleanza politica inedita che porterà al cambiamento). Un sogno concepito e realizzato da chi? Da un leader islamico (moderato; anzi: moderatissimo), ma pur sempre (o proprio perché) francese, e che condivide molti dei valori fondamentali in cui si identifica la civiltà transalpina, o occidentale (illuminismo a parte, la bestia nera di Houellebecq, irredimibile ed esiziale). O viceversa, detto forse meglio: sognato, concepito, progettato e abilissimamente realizzato da un francese, sia pure islamico (se no il cambiamento dove starebbe?), erede convinto di una tradizione che non intende certo rigettare o cancellare, quanto piuttosto subordinare/integrare, e in tal modo superare e innalzare, in una vera e propria aufhebung (tedesca!) nel suo universalismo religioso, ragionevole se non del tutto razionale, certo più del vecchio credo umanistico e liberistico, origine e causa di tutti i disastri.

 

Se le premesse culturali e politiche fanno riferimento a elementi macroscopici in buona parte condivisibili, la loro generalizzazione e assolutizzazione nonché il modo in cui vengono tra loro articolati sono ampiamente discutibili: lo sviluppo del discorso storico-politico è ipotizzabile, certo, dal momento che Houellebecq lo ha fatto, ma poco plausibile (percentuali delle votazioni, alleanze, reazioni ai risultati); la transizione viene compressa in qualche scontro sullo sfondo (poca roba e di rapido assorbimento) e per il resto trascurata; il rivolgimento è tratteggiato in modo sbrigativo e sommario e la conclusione  è a dir poco affrettata e schematica, al limite del caricaturale (poche settimane e spariscono le minigonne – ma non i negozi di lingerie sexy, perché la sera le mogli devono accogliere sensualissime oltre che premurose gli stanchi capifamiglia; la Sorbona viene comprata dagli arabi e i professori convertiti riccamente compensati senza che sia poi richiesto loro chissà che tradimenti o distorsioni dei programmi; le strutture economiche private e di stato sono smontate e ricostruite in modo funzionale e con gran beneficio di quasi tutti ecc.). Come dire che o siamo in un pressapochismo dilettantistico (quello delle grandi sintesi che tanto piacciono a chi deve imbastire un articolo o una battuta sui social in quattro e quattr’otto) o che, a dispetto delle apparenze e del cancan mediatico, per quanto tragicamente potenziato dalle stragi recenti, i risvolti profetici non sono poi così fondamentali. Ma se si toglie questo, si dirà, cosa resta del libro? Facile: tutto il resto. Che non è poco.

 

Tutti questi elementi hanno la credibilità che serve a portare avanti la trama, a motivare le vicende e illustrare le esistenze del protagonista e di alcuni comprimari fungendo da occasione di cambiamenti e da reagenti per far meglio emergere la “vera” condizione loro e, se non di tutta la società, che resta sullo sfondo, di certe classi e categorie (in questo libro i docenti universitari, ridotti a opportunisti più o meno cinici, quando non a mentecatti monomaniaci abbarbicati al loro orticello, alle miserabili piantine ai cui stenti rami manco riescono a appendersi: ciò che sarà anche corretto, in qualche misura, ma che equivarrebbe a sparare sulla croce rossa se il vero bersaglio non fosse una cultura vista come cosa morta già da chi dovrebbe trasmetterla, e di totale irrilevanza per chi ne dovrebbe essere il destinatario – non si dice il beneficiario, perché suonerebbe irrisorio).

 

La tecnica (il giochetto) è risaputa (l’ultimo a parlarne, in modo brillante peraltro, è stato Walter Siti): si prendono personaggi, luoghi, eventi e contesti con le loro belle credenziali “reali”, con nomi, sigle e marchi, della cronaca e dell’uso, e li si introduce in contesti di finzione che sembrano procedere dalle suddette premesse con il maggior rigore possibile (secondo le procedure della scienza in Houellebecq, che su di essa si è formato e ne condivide visione e metodi), onde avvalorarne sviluppi conseguenze e proiezioni, rendendo plausibile anche la distopia più abborracciata, o generica, con una logica che sembrerà inscalfibile e, talvolta fino a lettura ultimata, poco o nulla discutibile. La sospensione dell’incredulità già in atto durante la lettura fa il resto, accentuando l’effetto. Ciò che viene narrato appare così veritiero (reale) dove non lo è, e meno simbolico proprio laddove lo è di più. L’impressione di pertinenza e profondità è accresciuta, assieme alla credibilità di ciò che viene detto o narrato, proprio grazie alla diffusa tonalità quasi da esposizione scientifica, come una fedele trascrizione di dati di osservazione sperimentale, mentre la tensione, anche notevole, che presiede alla scrittura di molti suoi libri resta sottesa, nascosta (non: stemperata) nel dettato che adotta i modi della distanza razionale, del totale controllo, almeno nelle ambizioni. Quanto più l’argomento si riscalda, tanto più la voce si fa ferma e senza inflessioni emotive. È questo uno dei caratteri salienti di Houellebecq, a dire il vero. E così, in quest’ultimo romanzo ancor più che nei precedenti, la lettura procede senza intoppi dall’inizio alla fine. Sin troppo facile, vien da pensare. Si legge talmente bene da indurre in sospetto: una volta assorbite le premesse tutto fila liscio, come una elementare dimostrazione matematica, o l’acqua su un leggero pendio, e non come un destino.

 

Come molti suoi confratelli houellebecquiani, anche François, il narratore-protagonista di Sottomissione, vive solo, ha storie andate a male alle spalle, genitori odiosi o indifferenti, una vita sociale scarsa o nulla, comportamento sessuale e preferenze in linea con gli standard del nostro romanziere (e del maschio eterosessuale politicamente scorretto: cioè “naturalmente”, inconfessabilmente ma poi manifestamente, egoista: e quindi represso, scontento e feroce: contro se stesso in mancanza d’altro); mangia cibi precotti, beve molto ma non si droga (a quello ci pensano i personaggi secondari, semmai), odia la società, ovvero, se è in buone, non se ne occupa. «L’umanità non mi interessava, anzi, mi disgustava, gli umani non li reputavo neanche lontanamente miei fratelli», dice, in un refrain che si può trovare in quasi tutti i suoi libri, a scanso di equivoci. La cronaca lo lascia indifferente, e più ancora la politica: al massimo segue i dibattiti pre-elettorali come puro spettacolo, pareggiato solo dai mondiali di calcio. La sua cifra è sempre di segno negativo: disdegno, disgusto, disprezzo, apatia, ecc. Cionondimeno soffre. (O soffre per questo, se si preferisce: causa o conseguenza che sia; probabilmente entrambe.)

 

Michel Houellebecq e il suo cane a Dublino, ph. Peter Marlow/Magnum Photos

 

Il suo tratto principale, come in quasi tutti gli altri libri, è la depressione, la solitudine (su cui terminano in modo esplicito vari capitoli), un senso di inutilità che condivide con tutti gli specialisti del nulla che popolano la sua facoltà (letteratura) e quindi per estensione con l’intera disciplina, se non con l’intera civiltà che di essi se ne impipa o si serve solo ai propri fini, per lo più propagandistici (come la Sorbona per i nuovi sponsor-padroni arabi: un fiore all’occhiello, qualcosa che non importa in sé ma per significare o alludere ad altro, come quasi tutto). Il posto di lavoro, se non prestigioso ben retribuito, e il piacere sessuale garantito sono un surrogato, l’equivalente del panem et circenses: la distrazione, il non pensare, il bisogno di una pacificazione che Huysmans e i frati dell’abbazia visitata da François hanno cercato e forse trovato nella vita conventuale – ma non lui –, e che la sottomissione, a ogni livello, in parte garantisce. Uno sguardo superficiale dovrebbe bastare a dimostrarlo: lo stereotipo e il contagio mimetico non caratterizzano solo il cosiddetto incolto, il beota televisivo, l’uomo davvero comune che comunque è sempre il primo e privilegiato destinatario di tutto il campionario del peggio e delle privazioni, ma anche la miriade di Charlie e compagnia bella che si trovano tanto bene a stare tutti insieme sotto questo o quello slogan, facendo aggio, se è il caso, anche sulle tragedie, oltre che sui trionfi (tutti innocui: sportivi): dove quello che conta non è tanto la giustezza dell'occasione, come talvolta accade, ma lo stare uniti, il farsi scudo e coraggio e consolazione reciprocamente. Il senso di identità. La sua provvisoria figurina.

 

 

E certo sì, è vero che tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria ecc., ma poi a quanto sembra tende a ricompattarsi in un altro modo; e ha un bell’ironizzare l’ateo o l’agnostico sulle religioni oppio dei popoli, e denunciare i loro danni, la corruzione dei sacerdoti, dalla base ai vertici, e il connubio con il potere mondano, sia che lo appoggino sia che vogliano sostituirlo; però, quando uno si trova di fronte questi imponenti movimenti, a queste masse che si uniscono e fanno forza a vicenda alla luce di un ‘verbo’, che se ne infischiano dell’Illuminismo o della lucidità vera o presunta di chi esorta a farne a meno, e sono pronti a travolgerli con tutti i mezzi (dall’assimilazione all’eliminazione con tutte le sfumature intermedie), allora la voglia di sorridere passa e bisogna pensare e fare altro. Non è così semplice, sembra dire lo scrittore, pretendere da chi fa fatica a vivere, la fatica supplementare di trovare un senso e un sentimento di appartenenza, così necessario anche a chi vuole distanziarsene, al di fuori delle forme consolidate nel tempo e nelle culture, nelle religioni costituite o in quelle non dichiarate, a volte persino a chi, come Houellebecq stesso (nonostante recenti dichiarazioni facciano intravedere anche qui una specie di ravvedimento) o il protagonista del romanzo, o anche chi qui scrive e forse chi qui legge, non condivide questi bisogni, ma non potrà mai prescindere dalla fragilità e dall’isolamento che in alcune circostanze, forse spesso se non proprio sempre, prova dolorosamente su di sé. E allora ecco affacciarsi «l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della società umana consista nella sottomissione più assoluta».

 

Sottomissione è di queste cose che parla. L’Islam, che come è noto significa appunto sottomissione, conta meno: è una scusa, acuta e furba (ma furba perché in parte reale, almeno nel sentimento del buon europeo; ma anche nel senso della furbizia classica: dove c’è sempre qualcuno o qualcosa che la ribalta in stupidità), ma avrebbe potuto essere altro (nel progetto originale del romanzo era la conversione al cattolicesimo: in pratica il ritorno delle religioni provocato dal fallimento della secolarizzazione e dalla impossibilità per il cosiddetto uomo occidentale contemporaneo di reggere le tensioni psichiche e emotive e la violenza reale e potenziale instaurate dal dominio della lotta biologico-evolutiva e dal capitalismo neoliberista che ha ormai pervaso ogni momento e aspetto dell’esistenza, rendendola intollerabile ai più), come altro è per tutti ogni giorno, praticamente ovunque. Nessuno escluso; nemmeno chi qui scrive. Al di là dei suoi limiti, la forza del romanzo consiste anche, se non soprattutto, in questo. E deriva dalla capacità della sua scrittura di far apparire verosimile, quasi scontata, l’evoluzione della vicenda personale, ma soprattutto degli eventi storici e sociali una volta accettata la plausibilità delle premesse.

 

Tanto che Houellebecq, come già visto, non si cura nemmeno di seguirne le tappe e meno ancora di affrontare il punto più difficile e delicato: quello del passaggio (il montaggio, l’ellissi, la reticenza, l’implicito: tutto ciò che interrompe e disarticola la continuità narrativa fanno anche questo bel servizio). Autostrade deserte quando il protagonista se ne va da Parigi il giorno delle votazioni, un paio di aree di servizio devastate, tre o quattro morti, finché, quando torna in città qualche giorno dopo, tutto è già compiuto e la routine più o meno tranquilla è ripresa come se niente fosse. Perché di fatto tutto, o quasi, riprende sempre, presto o tardi, come se niente fosse. Quello che è, è. Ci si adatta. Ci si sottomette. Si cerca di assicurarsi del cibo, un riparo, qualche soddisfazione, principalmente la più elementare, il sesso, nel modo migliore e più abbondante possibile. Quanto alla qualità: solo per chi può. Per chi ci tiene di più. I più forti, o adatti, come dice la selezione, nell’«estensione del dominio della lotta». Gli altri, solo quanto basta perché ci pensino, se ne facciano un cruccio magari, possibilmente non radicale (ci sono i surrogati, per questo) e non pensino ad altro. Soprattutto non a se stessi. Soprattutto se si vuole evitare quelle che ne sarebbero le logiche conseguenze: stress, demotivazione, depressione, inedia (passività no invece: quella fa comodo), notoriamente dannosissime per la macchina sociale, se generalizzate (gli esempi sono sin troppo facili da trovare). O meglio: soprattutto a se stessi, ma nei modi che la comune sottomissione consiglia e esige. Tranquillità, sicurezza, speranza; un senso; una direzione. In fondo non serve molto. La vera desolazione (la ferocia forse) del finale del libro, è che è vero.

 

Il Rapimento di Michel Houellebecq (L'Enlèvement de Michel Houellebecq), telefilm, regia Guillaume Nicloux, 2014

 

Al di là della banalizzazione e della tendenziosità che questa sintesi può trasmettere, come del resto avviene per ogni semplificazione anche quando essa è una delle procedure adottate esplicitamente dall’autore («Per raggiungere lo scopo decisamente filosofico che mi propongo (...) occorre sfrondare. Semplificare. Sterminare uno alla volta dettagli infiniti. Ad aiutarmi ci sarà il semplice gioco del movimento storico», si legge già in Estensione), Sottomissione è romanzo ricco di azioni, dialoghi e riflessioni, descrizioni di luoghi e situazioni, distribuiti con grande equilibrio e dovizia. Houellebecq è uno scrittore prodigo. La sua abilità di narratore (e sottolineo narratore anche quando eventi e azioni sono ridotti all’osso e restano dietro le quinte invece di essere raccontati direttamente) consiste nel non far percepire questa ricchezza a discapito della fluidità della narrazione e dei dialoghi, nell’evitare di marcare le salienze, di cui si avverte vagamente la consistenza solo dal senso di densità che viene dalla lettura, anche se sul momento non si saprebbe spiegarlo (ammesso che importi). È lo stile della dissimulazione nella massima evidenza.

 

La fluidità è data dall’apparente uniformità del tono, dalla temperatura quasi costantemente fredda che pervade i suoi libri, soprattutto laddove la tentazione del sussulto (emotivo, ironico, moralista...), e con essa quella della blandizie e dell’esibizione di virtuosismo, è più allettante. Poco narcisismo puntuale, insomma, a favore di un narcisismo diffuso, e tanto più forte che l’impercettibilità rende “naturale”. E sia pure: l’effetto, alla lettura, è di sicuro impatto. Certo ci sono cadute, ma espungere qualche espressione e generalizzare è solo malevolenza. La tenuta complessiva non è al livello dei libri migliori ma è comunque buona, se non ottima.

 

Delle sporgenze, pointes o altro, definizioni e osservazioni fulminanti, spesso ci si accorge solo dopo, a cose fatte, o a una lettura ravvicinata, rallentando volontariamente il corso che di suo va veloce. Allora la causticità, l’ironia, e persino il sarcasmo a volte si danno a vedere. Ma anche quando sporgono, l’espressione e il paragone esasperati, estremisti, fanno parte della parte che recita il narratore Houellebecq: sono una cifra stilistica, l’indice di un punto di vista, di una scelta prospettica.

 

Anche in Sottomissione non mancano battute o allusioni non sempre felici («già solo la parola umanesimo mi metteva una leggera voglia di vomitare, ma forse erano le focaccine, avevo esagerato pure con quelle; presi un altro bicchiere di Meuersault per farmela passare»: dove, oltre alle focaccine, variante ironica dell’immancabile madeleine proustiana – e va be’ –, c’è anche il Meursault di Camus, da scolare fino in all’ubriacatura; ma non escluderei anche, dato il contesto e certe predilezioni dell’autore, il Meurs saoul: muori ubriaco, se solo fossi più spericolato). Del resto non è facile tenere il livello sempre alto, e in genere Houellebecq ci riesce, con quelle osservazioni a latere, o incisi pungenti ma senza cambio di tono o ritmo, perfettamente incastonate nella frase descrittiva o narrativa, più ancora che nelle riflessioni o nei dialoghi dove uno invece se le aspetta, senza alterare la planimetria e l’equilibrio della frase, come se vi facessero naturalmente parte, mentre proprio lì l’intelligenza anche narrativa di Houellebecq si cela, e si rivela, con maggior perizia. Il sarcasmo è esigente. Non tanto verso i destinatari, che non sono controllabili: sono quello che sono e non dipendono da esso; quanto verso colui stesso che lo fa.

 

Lo so che dire di uno scrittore che è lucidissimo e molto intelligente può suonare anche come un’offesa (meno che se dicessi il contrario, però), ma che ci posso fare: Houellebecq è proprio questa l’idea che dà, fuori di ogni dubbio. E comunque io non la considero un’offesa. Non varrebbe nemmeno la pena di fare queste osservazioni se lui stesso non avesse sempre giocato, in modo palese o velato, come a nascondino, con la propria immagine, recitando apertamente vari ruoli, a volte tanto provocatori e ributtanti da renderlo persino simpatico, senza contare il suo talento. Sotto questo aspetto si inserisce a pieno titolo, e direi con passo trionfante, nel glorioso solco della tradizione dei vecchi Léautaud e Céline, lerci misantropi, ai quali non ha nulla da invidiare nemmeno quanto a bruttezza, da lui coltivata, da sgamato abitante dell’era dei media, con la squisita arte dell’abbrutimento volontario, assecondando con snobismo una certa predisposizione, accentuata dall’età.

 

Louis-Ferdinand Céline, Paul Léautaud 1954, Michel Houellebecq e il suo cane

 

A proposito di Meursault: l’eccesso di allusioni (non di allegorie), così come la nominazione esplicita di personaggi pubblici, soprattutto politici in Sottomissione, il riferimento giornalistico e a volte scandalistico a cose e eventi privati e pubblici, come a prendersi vendette personali, e a solleticare la propensione alla malignità del lettore (compiacere la meschinità funziona sempre), fanno sospettare che, come per ciò che troppo brilla e viene messo in primissimo piano, la loro funzione principale sia quella di nascondere. Cosa? Magari, approfittando della consuetudine, e persino dell’automatismo al sospetto che l’apparentemente smaliziato lettore occidentale ha ormai introiettato, proprio la superficie, la lettera, così palesemente reazionaria (nel senso anche di emotivamente reattiva al presente; irritata, allergica alla sua insopportabile banalità e stupidità, specie se ammantata di cultura ecc.: il repertorio è noto). E forse allora sì, viene spontaneo accostare Houellebecq a quei reazionari che, lamentando la scomparsa delle illusioni e dei legami del mondo contemporaneo, di fatto contribuiscono a conoscerne meglio la natura (sociale) e a dubitarne ancora di più, cioè a dare una mano a smantellarle.

 

A rendere necessario più che con altri scrittori il sospetto da parte del lettore è la tonalità prevalentemente assertiva e descrittiva che viene attribuita alla voce narrante, come se si limitasse a mostrare un dato di fatto, qualcosa di non problematico, incontrovertibile (come se il fondo della desolazione favorisse l’oggettività; o viceversa come se l’oggettività non fosse distinguibile dalla desolazione, la lucidità dall’assoluto disincanto). Ma, essendo questo un romanzo e non un saggio o un testo scientifico (e anche qui...), proprio l’aura di fatticità, la serietà e l'impassibilità quasi minerale che sembrano emanare da ogni frase, si traducono in indecidibilità, autorizzando, se non addirittura richiedendo, una lettura ironica, cioè che vi intravede il contrario o qualcosa di molto diverso da ciò che è enunciato. Io, in ogni caso, forse sbagliando, ho letto in questo modo più di un passaggio, di questo come dei suoi libri precedenti, e persino, in una certa misura, anche il senso complessivo (per chi non può fare a meno di cercarne uno): forse a causa dell’implacabilità della prospettiva, se non della diagnosi e dell’autore.

 

Ma certo questa è la deriva di chi è cresciuto con un piede nel moderno (la scuola del sospetto) e con l’altro nel postmoderno, in quella che Ricardo Piglia chiama la «fiction della paranoia, basata sull’idea che la società sia edificata su un complotto, e che a sua volta sia in atto anche un contro-complotto»; mentre invece Houellebecq sembra pensare e agire (scrivere), in modo del tutto opposto, come una ripresa del romanzo-saggio del modernismo (sul versante Musil e non  su quello Joyce) ma dopo il post-moderno, e dice tutto in modo chiaro: le cose si svolgono sotto gli occhi di tutti, non c’è mistero, solo una logica implacabile, giuste o errate, anzi: buone o cattive (perché il male è sempre presente nei suoi libri, centrale), che esse siano: il fatto indubitabile che la società occidentale, portando alle estreme conseguenze le sue premesse umanistiche e capitalistiche, si sia ormai suicidata e viva in uno stato di prolungata post-morte che abbisogna di un rinnovamento che paradossalmente può venire solo da chi essa percepisce come altri e nemici. In Sottomissione l’Islam. Qualcosa non quadra.

 

Non è certo da narratore avveduto, come Houellebecq  è di sicuro, imprigionarsi in tesi o teorie affermate in modo risoluto e univoco e  tenute ferme come una parola d’ordine, o di verità (anche se il rischio c’è, e lui non di rado ci marcia). Se nelle dichiarazioni e interviste ne sbandiera questa o quest’altra versione, mi sembra soprattutto una provocazione, una posa, mentre nei romanzi mantiene quasi sempre, a mio modo di vedere, una forte ambiguità che la sua scrittura senza orpelli, quasi ecfrastica, sia pure meno di cose che di situazioni e contesti, reali e immaginari come se fossero reali, accentua. Le opinioni e riflessioni più radicali sono espresse da personaggi a loro volta ambigui o negativi (cioè i cui lati meno edificanti sono apertamente mostrati e spesso ribaditi), e ancora più spesso da un narratore-personaggio che gioca con la somiglianza con l’autore per confondere meglio le acque, piuttosto che per renderle più cristalline, e risultano quindi di parte, a volte smaccatamente, e di una tale meschinità, di un cinismo così spudoratamente esibito (gente che abita metropoli, intellettuali, artisti, figure popolari dei media, imprenditori, manager: navigati, allegramente depravati e corrotti, con una bella propensione all’alcol e al sesso mercenario o come forma e espressione e conferma di un potere; ma anche impiegati, quadri, gente mediocre, affetta però da disincanto, stressata, tanto ossessivamente razionalista, più che razionale, da aver bisogno dello stordimento ecc.) da rendere improbabile una qualsivoglia adesione dell'autore, e del lettore, alle loro analisi e conclusioni. Soprattutto perché chi è tanto abile a (ri)costruirle e dar loro una certa coerenza e credibilità, in modo tanto lucido e distaccato, è piuttosto difficile che vi aderisca con una qualsiasi forma di fede, sia pure quella, potente, del risentimento, peraltro «necessario a ogni vera creazione artistica» (come già detto in Estensione). Sono quindi da prendere in modo critico, in particolare quando, grazie all’intelligenza e all’efficacia con cui sono espresse, tendono a blandire le propensioni più oscure del lettore, a portare in superficie i nostri lati meglio custoditi, spesso celati persino a noi stessi, ma il cui rumore di fondo a volte avvertiamo, per subito allontanarlo a causa del disagio che suscita, del potere di demolizione interiore che, se non arginato, o anche rimosso, manifesta. Se abbandonarvisi conduce all’orrore, meglio arginarle. Persino rimuoverle (le norme ci sono anche per questo; a meno che, all'orrore, non siano esse a condurre). Meglio conoscerle comunque. Sapere che ci sono e come sono. In questo scrittori come Houellebecq sono fondamentali.

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