Predrag Matvejević. Un battitore libero attraversato dalle frontiere

Un’isola del Quarnero, un’estate torrida come quella del 1991. La casa è affollata di amici e parenti, così Predrag Matvejević scende da basso e mostra con orgoglio lo studio che si è ricavato nell’ombra del garage: un seggiolino e una macchina da scrivere, due mollette che tengono le pagine a mo’ dì leggio. È l’anno del successo planetario di Breviario mediterraneo, e sta già pensando a quello che, molti anni dopo, diventerà Pane nostro (2010). A pochi chilometri è terminata da poco la cosiddetta breve guerra slovena, ma in agosto viene interrotta l’autostrada tra Zagabria e Belgrado, a fine mese inizia l’assedio di Vukovar.

L’anno successivo Predrag non può più tornare sulla sua isola, insieme a molti intellettuali del paese diventato ex, inizia la sua avventura tra asilo ed esilio (così suona anche il titolo di un suo “romanzo epistolare” del 1998). Da quel momento il domicilio è temporaneo, il ritorno provvisorio, la “nostra patria” diventa una condizione momentanea che può materializzarsi ovunque. Perché a Zagabria, nella fase della trance nazionalistica, nella guerra tra “noi” e “loro”, non c’è spazio per chi ha storie miste o si sente ancora jugoslavo. Così accade alla filosofa Rada Iveković, alle scrittrici Slavenka Drakulić e Dubravka Ugrešić (è proprio di Predrag Matvejević la prefazione al suo primo testo pubblicato in italiano, Il museo della resa incondizionata) accusate di essere, insieme a due giornaliste, “streghe che tradiscono la propria patria”.

 

Scriverà poi, nel 1996, in Mondo ex: “Lo statuto di un “ex” è più grave di quanto non sembri a tutta prima: quell’“ex” è visto come un marchio, talvolta come delle stimmate. È di volta in volta un legame, involontario, o una rottura, voluta. (…) Essere “ex” è, da una parte, avere uno statuto mal determinato e, dall’altra, provare un sentimento di disagio. (…) La parola critica oscilla tra tradimento e oltraggio, in particolare in contesto plurinazionale: criticare la propria nazione equivale a tradirla; criticarne un’altra vuol dire offenderla”.

 

Predrag, che all’università di Zagabria insegna letteratura francese, e che ha pubblicato Sartre (1965), Conversazioni con Miroslav Krleža (prima ed. 1969), Pour une poétique de l’événement (1979), Jugoslavismo oggi (1982), Lettere aperte (1985), si traferisce a Parigi dove insegna alla Sorbona.

Intanto, già questi suoi primi titoli indicano un legame indissolubile tra vita e letteratura, letteratura e politica. Ed è proprio questo a renderlo difficilmente collocabile, forse anche difficilmente comprensibile al suo milieu agramese (Agram è il nome austroungarico di Zagabria), abituato alla politica come professione, a governi comunque autoritari, inquietato dalla possibilità di un impegno individuale. Così, la sua lotta per i diritti civili è considerata spesso, anche da chi ne condivide le idee, quasi con sospetto, come un eccesso di protagonismo, mentre l’intellighenzia sprofonda nel “silenzio croato”. Oggi lo ricordano in pochi, ma Predrag si è battuto anche per chi la pensava diversamente, come Franjo Tuđman, Stjepan Mesić, il poeta Vlado Gotovac e tutti quelli che erano finiti in prigione dopo la «primavera croata» del 1971.

 

Erano gli anni bui della Guerra fredda: tra l’invasione della Cecoslovacchia dell’agosto ’68 − ironia della storia, è proprio il timore che anche la Jugoslavia, fuori dalla Nato e dal Patto di Varsavia, potesse essere invasa, a spingere Tito a creare una difesa territoriale e a rafforzare il ruolo militare della Bosnia, fattori che risulteranno decisivi nel futuro conflitto − e la firma degli accordi di Helsinki, dell’agosto del 1975, che segnano un parziale disgelo nei rapporti tra est e ovest e iniziano a introdurre, almeno sulla carta, anche oltrecortina, il rispetto della libertà di pensiero.

 

Attivissimo nella lotta per i diritti civili, nel Pen Club internazionale, scriverà per anni missive ai potenti del mondo socialista per chiedere la liberazione di Sacharov, Sinjavskij, Brodskij, ma queste “lettere russe” si intrecciano con il desiderio di portare a compimento l’impresa dei formalisti degli anni venti, e con una violenta requisitoria contro i residui dell’estetica ždanoviana.

Predrag proveniva da una famiglia modesta, era nato a Mostar nel 1932, il padre Vsevolod era un russo di Odessa, non aveva mai rinunciato alle sue idee bolsceviche, nonostante suo padre e il fratello avessero trovato la morte in un gulag. E proprio lo zio, ricordava, gli aveva chiesto di scrivere un libro sul pane, in nome di chi, morendo, pensava a una cosa sola: avere un tozzo di pane.

Nasce anche da questi racconti una sua presa di posizione, assolutamente minoritaria nella Jugoslavia socialista. Predrag si riteneva un uomo della sinistra, era però convinto della necessità di rendere omaggio alle vittime del gulag. Il suo rapporto con Miroslav Krleža (1893-1981) e il suo profondo legame di amicizia con Danilo Kiš (1935-1989) sono rafforzati da questa causa: la possibilità di parlare in pubblico dell’esistenza dei lager di sinistra – come quello dell’Isola Nuda che rimase per decenni un non luogo. E dopo la morte di Tito (1980) il tabù, come accadde per altri temi, fu infranto dalle pagine della letteratura.

 

Krleža è stato tra i primi, tra i “compagni di strada” del partito comunista, a credere nell’esistenza dei lager di sinistra; Kiš, a chi lo accusa di plagio per un libro geniale ma scomodo come Una tomba per Boris Davidović (1976), dove i protagonisti sono ebrei, e la storia non prevede magnifiche sorti progressive, ma è imparentata con la Storia universale dell’infamia borgesiana, risponde: “Per gli intellettuali di questo secolo, di questa nostra epoca, esiste solo un esame di coscienza, esistono solo due materie per le quali non si perde l’anno, ma si perde il diritto (morale) di parola una volta per tutte: il fascismo e lo stalinismo”. Si passa alle vie legali, l’accusa coinvolge anche Predrag, che difende Kiš.

Tra i due la solidarietà era dovuta all’uscita, nel 1971, di 7000 giorni in Siberia di Karl Štajner, una delle rare testimonianze di un comunista jugoslavo deportato in Unione Sovietica, di cui Kiš aveva scritto la prefazione (riprodotta anche nell’edizione italiana del 1985).

 

 

 

Intorno al libro di Kiš, che deciderà poi di lasciare Belgrado e trasferirsi in Francia, va in scena uno scontro ideale e culturale tra una visione cosmopolita (oggi di nuovo una parolaccia!) e una filosofia della palanka, espressione intraducibile che forse si potrebbe rendere liberamente con filosofia dei campanili.

Predrag si era formato in un impasto culturale, religioso e linguistico dove la peculiarità e la diversità possono convivere. La madre Angelina, di trent’anni più giovane del padre, era croata e lo aveva iscritto a una scuola elementare di suore − lui era quello che aveva imparato meglio il latino. Da qui la sua facilità di passare da una lingua all’altra: il francese, nel quale gli piace anche scrivere, è quella che ama di più. E la lingua è una delle protagoniste del Breviario Mediterraneo, una prima raffinata edizione è da Hefti, seguita da quella Garzanti del 1991, perché “il Mediterraneo e il discorso sul Mediterraneo sono inseparabili uno dall’altro”. E proprio in questo libro riesce a esprimere, in una forma letteraria inedita che scavalca i generi, la sua visione “geopoetica” fatta di carte e vedute, glosse lessicali e filologiche, ricette e parolacce.

“In ogni periodo, in ogni parte della costa, c’imbattiamo nelle contraddizioni del Mediterraneo: da un lato la chiarezza, la forma e l’ordine, la geometria e la logica, la legge e la giustizia, la scienza e la poetica, dall’altro lato tutto ciò che a questi riferimenti si contrapponeva ostinatamente. I libri sacri della pacificazione e dell’amore per il prossimo e le guerre dei crociati e le Jihad anticristiane. Lo spirito ecumenico e l’ostracismo. L’universalità e l’autarchia. L’agorà e il labirinto. L’entelechia e il letargo. Atene e Sparta. La gioia dionisiaca e il macigno di Sisifo”.

 

Il suo Breviario ha un pubblico vastissimo, se lo porta dietro il volontario che parte per Sarajevo, come, ancora oggi, chi decide di fare il giro delle isole Incoronate in barca. Nutrito dagli studi della longue durée di Braudel e della scuola delle Annales, Predrag trasforma il mare nostrum in una metafora della civiltà.

E qui ha anche una delle sue tante fortune. Perché il suo traduttore italiano è Silvio Ferrari, nato a Sali, sull’Isola Lunga, approdato nel dopoguerra con la madre a Camogli. Dunque Silvio Ferrari conosce bene il codice marinaro di entrambe le lingue e riesce a rendere al meglio il testo originale.

Fortuna sarà anche l’incontro con un altro grande traduttore, Lionello Costantini, a cui si devono le splendide traduzioni dei testi di Andrić, Selimović, Tišma, Kiš. Sul letto di morte Costantini esprime il desiderio che sia Predrag a ereditare la sua cattedra alla Sapienza, dove infatti poi insegnerà dal 1994 al 2007. Sono gli anni della sua presenza assidua sulle riviste e i giornali italiani, con interventi che accompagnano e commentano l’inesorabile work in progress bellico dall’altra parte dell’Adriatico.

Predrag va e torna, dal suo bell’appartamento nel centro di Zagabria, ricco di quadri e libri, proprio all’angolo con la piazza che tutti continuano a chiamare della Repubblica, dopo che era diventata Piazza Josip Jelačić, secondo il nome del governatore del 1848, guida della rivolta antiungherese: ora la spada guardava a sud, puntava sul nemico della Serboslavia. Mentre si scatena la caccia a chi non si schiera, Predrag trova nella sua casella di posta un proiettile.

 

Anche se sono infinite le pagine letterarie che ha curato, si sentiva molto distante da quel gusto della violenza così presente in queste letterature. Nel Meridiano (2001) dedicato a Andrić, nel saggio introduttivo, scrive:

“Nelle prime pagine del Ponte sulla Drina appare una delle scene più crudeli della letteratura del Novecento. Lo scrittore descrive l’impalamento di un ribelle serbo sotto l’impero ottomano e lo fa senza remore, né pietà per il lettore”. E commenta: “Se ne possono immaginare a migliaia di questi esseri umani nel corso dei secoli, nei variopinti crocevia lungo i sentieri fangosi dei Balcani. La sofferenza così “incarnata”, il male “interiorizzato”, la rivolta o la vendetta che suscitano, tutto ciò non è “conservato” o “decantato” solo all’interno del corpo o nel fondo della memoria, ma anche da qualche altra parte: non sappiamo esattamente né dove né come! Accade che un giorno le circostanze risveglino questi stati torbidi e traumatizzanti e li attivino sotto forma di resistenza o di aggressione, di sacrificio o di crudeltà”.

Forse, Predrag era anche un tipo antropologico diverso. Bon vivant, elegante senza ricercatezza, era decisamente meno macho degli intellettuali della sua generazione, in una cultura balcanica che non prevedeva sfumature affettive ed emotive nella comunicazione, tanto più nello scambio tra uomini. Lui spiccava, seduttivo e seducente, a volte decisamente più ingenuo dei suoi interlocutori.

 

Il suo ritorno a Zagabria non è stato facile. Negli ultimi anni spesso si è ripetuto il copione di accuse, minacce, processi. Insieme alla sensazione di essere più stimato fuori − proprio da Umberto Eco e da Claudio Magris, che gli era molto amico, era partita la proposta di una sua candidatura al Nobel.

Ci sono altri testi della sua eredità intellettuale che andranno ripresi e ridiscussi (Il Mediterraneo e l’Europa, L’altra Venezia, I signori della guerra, Mondo ex e tempo del dopo), insieme a centinaia di pagine (articoli, racconti, interventi e prefazioni). Molti, compresa la sottoscritta, debbono alla sua generosità la scoperta di passi meno noti di una letteratura di cui poteva dire: “Forse tutta l’ho letta solo io!” E alludeva ai tomi delle Migrazioni di Crnjanski…

 

In un’intervista che gli ha fatto Mladen Pleše un anno fa, nella casa di cura dove era ricoverato, Predrag diceva: “Dato che non posso leggere, ascolto la radio per giornate intere. La mattina presto sento Radio Vaticana in croato. La seguo con soddisfazione, perché sostiene la politica di papa Francesco. Mi fa particolarmente piacere, perché papa Francesco e io abbiamo posizioni quasi identiche su molte questioni, lui come religioso, io come laico”.

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