Gianfranco Marrone. Addio alla Natura

Due sacchetti di biscotti biologici. Sono frollini. Sulla confezione di carta del primo c’è l’immagine dei biscotti contenuti in un vasetto di vetro, come si usava un tempo; sul secondo, invece, le immagini rendono conto del ciclo ideale del biscotto: dalle materie prime, i chicchi di segale e i fiocchi d’avena, alla farina sino ad arrivare ai biscotti stessi. Il primo prodotto ecologico punta sulla conservazione ideale del biscotto, il secondo sugli ingredienti naturali di cui è composto; nella banda superiore del sacchetto c’è scritto: Agricoltura biologica-Organic.

Le due confezioni di frollini appaiono nel quarto capitolo del libro di Gianfranco Marrone, Addio alla Natura (Einaudi), intitolato “Seneca al supermarket”. Cosa ci fa il filosofo romano in un supermercato? Marrone che è un semiologo, dopo averci spiegato l’idea di Natura dei filosofi classici, e non solo, dopo aver affrontato di petto e in modo critico il pensiero ecologista contemporaneo, dopo aver dato bordate decisive all’immagine corrente di Natura, ci conduce lungo gli scaffali di un ipermercato e ci fa sostare davanti al ripiano dei biscotti. Vuole farci intendere come gli oggetti di consumo siano portatori di discorsi, pareri, pensieri e norme di vita. Ovvero, rivelano ciò che noi pensiamo davvero della Natura, “oggetto” a cui ci rifacciamo continuamente nei nostri discorsi quotidiani.

 

Una precisazione. Marrone sostiene, a ragion veduta, che la nostra immagine di Natura, su cui si fonda il movimento ecologista (chi non si considera oggi ecologista?), è in realtà una costruzione linguistica e concettuale della Modernità: una nostra invenzione. Tra l’Organic promosso e venduto tra le file dei market e l’ecologismo, anche assolutista, c’è una continuità strettissima: “tra l’ipotesi economico-ecologica della decrescita e il ragù di soia, di kamut e le lettere di Seneca a Lucillo”, scrive, esiste infatti un solido legame. Il packaging è il punto in cui si manifestano tutte queste cose. 

Marrone è uno studioso di brand, della “marca”, probabilmente il più bravo che c’è oggi in Italia, certamente colui che continua a ragionare in modo laico su quanto avviene nei nostri atteggiamenti di consumatori. Meglio: su come i comportamenti si legano alle idee, e come entrambi si manifestano come segni. Un semiologo, appunto.

 

Gran parte della “naturalità” delle merci è oggi comunicata dalle loro confezioni, ci ricorda. Il consumo biologico è, in altre parole, una costruzione linguistica: segni e disegni, parole e immagini. Questo quarto capitolo del libro, intitolato Cattive abitudini, esplora l’universo del packaging biologico, e mostra come il nostro amore per la Natura sia tutto una costruzione linguistica, un gioco di etichette, in senso filosofico, oltre che merceologico. Il ritorno alla Natura è una strada tutta in salita. Non tanto perché impossibile, impedita com’è, secondo l’ideologia ecologista, dal capitalismo postindustriale, ma perché costituisce, per dirla con Marx, una “falsa coscienza”.

Marrone definisce il packaging ecologico dei sacchetti, delle etichette, frasi e disegni, una “retorica dell’ipocrisia” che nasce non tanto e non solo dalle tecniche di vendita del Capitale, quanto piuttosto da un’idea errata di Natura. Per liberarci da un ecologismo di maniera, oggi del tutto fagocitato dal marketing, bisogna partire da un’idea di fondo: Bye bye Natura! La Cultura, come ci ha insegnato Lévi-Strauss con le sue permanenze presso le tribù amazzoniche, negli anni Trenta del XX secolo, ha completamente inglobato la Natura, l’ha trasformata in qualcosa d’altro.

 

Quello di Marrone è senza dubbio un discorso polemico, ma rivelatore. In poco più di 130 pagine mette a nudo tanti luoghi comuni del nostro ecologismo d’accatto. Lo fa recuperando idee e pensieri di Bruno Latour, Michel Serres, Marshal Sahlins e molti altri. Un libro che fa pensare, che fa discutere, che rende pensosi. Non ti lascia con le medesime certezze di quando l’hai preso in mano per leggerlo. Non è poco.

 

Marco Belpoliti

 


 

La felicità dell’espressione e la sua apparente leggerezza non ingannino: è un libro tosto, letto il quale quel che siete abituati a vedere fuori dalla vostra finestra vi apparirà davvero diverso, e non più ovvio come prima. La Natura cui qui si dà il congedo è in realtà il naturalismo, vale a dire la monoontologica opzione per la quale la Natura viene concepita come qualcosa del tutto esterna e separata rispetto alla costruzione sociale, qualcosa di rigido e data una volta per tutte. Come dire che qui si fanno i conti con l’origine stessa dell’Occidente e del suo sapere, partendo da dove bisogna partire: dal motto di Eraclito per cui “la Natura ama nascondersi”, e dal mito platonico della caverna. Al cospetto della gravità della crisi ambientale si va dunque davvero alla radice, per concludere che “il testo della natura è scritto in caratteri semiotici”: variante ed insieme superamento del dettato galileiano che lo voleva semplicemente composto di circoli e triangoli.

 

Per chi, come scrive, pratica il sapere più antico del mondo cioè la geografia – quel tipo di filosofia in voga prima di Socrate che Giorgio Colli chiamava la “sapienza greca” – si tratta di un’acquisizione preziosa, che riporta direttamente all’inizio “dell’Occidente, Modernità, Capitalismo, Cultura borghese e simili”, tutti derivanti dalla riduzione di quel che esiste alla sua immagine tabulare, cartografica per dirla in termini moderni. E’ il prototipo di questa che fa velo alla Natura, come ancora si legge nel frammento di Ferecide sulle nozze tra il Cielo e la Terra: quello per cui una volta celebrata la cerimonia più nulla del corpo terrestre resta visibile, ma dei fiumi, dei monti, delle città si può scorgere soltanto l’immagine, ricamata sul mantello che lo sposo addossa alla sposa. Quanto alla parabola platonica: basta rileggerla per accorgersi che in fin dei conti dice, sotto il profilo che qui interessa, esattamente la stessa cosa.

 

E che di questo in sostanza si tratti è confermato dallo stesso autore nel capitolo, tra i più scintillanti ed originali, in cui procede alla critica del corso mediologico delle tecniche di neuroimaging, forma suprema perché tecnologicamente la più sofisticata, della trasformazione cartografica dell’esistente: critica quanto mai urgente e tempestiva, che riesce ad illuminare in maniera esemplare, pur senza farne apparentemente motto, la natura letteralmente micidiale dell’atto cartografico stesso. Un passo decisivo insomma verso la comprensione del fatto che fin qui la Natura è stata una mappa – ma che tale riduzione non può più durare a lungo.

   

Franco Farinelli

 


 

Leggi il primo capitolo



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Commenti: 3
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Alessio Mar, 05/07/2011 - 12:34

Premetto di non avere ancora letto il libro e di esprimermi partendo dalla sola recensione. condivido come molti italiani il gusto della buona tavola, partecipe di quella sensazione di "appartenenza" alla cucina italica in quanto elevatissima manifestazione della nostra cultura (regionale, prima che nazionale). mi trovo d'accordo nel dire che la natura (intesa come naturalità) nonostante l'ondata di strenui difensori della genuinità dei prodotti e via dicendo resta e resterà sempre un fattore secondario, travolto dal ben più importante racconto dal lavoro umano che sostiene la realizzazione del prodotto finale da consumare.

(E)semplifico partendo da un'esperienza personale: mi reco ad una rinomata "osteria" del mio paese natio sapendo di apprestarmi a consumare una cena che sarà, a partire dal prezzo, tutto fuorché low profile. Il cameriere passa la serata a illustrarmi i motivi per cui il menu, pur presentando piatti che mia nonna prepara più o meno ogni domenica, debba essere considerato speciale agli occhi del fortunatissimo e illuminatissimo cliente. Le ricette proposte sono della tradizione locale (nello specifico dell'alta Toscana) e soprattutto gli ingredienti arrivano da coltivatori e allevatori della zona. Il cosidetto prodotto "a chilometri 0". "Per mia fortuna", sostiene il cameriere, sono capitato nella settimana di raccolta dei fagiolini mangiatutto, che quindi diventano il contorno da privilegiare. Il pomodoro invece è ancora off-limits e se lo vuoi ti dovrai accontentare di quello in conserva prodotto dall'azienda familiare (c'era da specificarlo?!) del comune limitrofo. Alla fine la mia scelta cade sulla faraona fritta con contorno di fiori di zucca che, con buona pace del mio colesterolo, sono fritti a loro volta. "I fiori sono stati raccolti 1 giorno fa. Sapete che paghiamo il contadino che li produce un prezzo maggiorato per poter avere l'esclusiva? Lo conosco personalmente e mi fido solo di lui. Niente roba chimica, solo tanta attenzione!" esclama il cameriere nonché gestore del locale. E via così fino al dolce...

Un capolavoro della cucina? Un distillato di sapienza popolare che porta con sè il racconto di una società povera che ha saputo estrarre il meglio dalle poche disponibilità di un tempo? L'esemplificazione di una buona pratica che privilegia il rapporto con il territorio rispetto alle logiche economiche?

Ripensandoci a freddo la qualità della cena - indiscutibile, va detto - non deve e non può essere attribuita soltanto al boccone che ho portato alla bocca, ma alla retorica che lo circondava. Questa esperienza piuttosto comune mi ha confermato quali sono le cose che del cibo assaporiamo e valutiamo: la consistenza, l'equilibrio di sapidità, l'abbinamento, ma soprattutto il racconto, la storia e il modo in cui questa accompagna l'esperienza della tavola e dell'acquisto. Questioni che, proprio come la genuinità dei prodotti della terra, dobbiamo iniziare a valorizzare e forse proteggere nel modo giusto.

Tonio Cavilla Mer, 06/07/2011 - 13:57

Viene alla mente questo monologo di Gaber e Luporini. Un monologo del 1973. A costo di essere polemico, cosa c'è di nuovo?

Un tuff...flosh... Un tuff...flosh... Basta.
"La Natura è la vita". L'ha detto Rousseau.
"La Natura è la misura dell'Uomo". L'ha detto Schopenhauer.
"La Natura fa schifo". L'ho detto io.
Odio il sedano, diffido del cespuglio. Basta, è ora di dirlo: la natura è una cosa insopportabile. E anche quando è addomesticata come nei parchi (che è già meglio) dà pur sempre una specie di naturale angoscia al vero cittadino.
A loro no. Eppure sono di città, eh, vanno lì e... un tuff...flosh. Un tuffo... di testa. Sì, perché è un po' di testa. E giù che rotolano tra i carciofi, strisciano tra le foglie nudi, invischiati che sembrano lombrichi. I giornalisti e gli artisti poi sono il massimo. Quelli di città, si intende. Come vedono un po' di verde... un tuff...flosh...
E anche quando te ne stai tranquillo a Milano, lontano dal pericolo, c'è sempre in agguato il cibo genuino. Drin... Il solito cretino: "Andiamo tutti a cena Alle Vecchie Querce!". Maledizione. Ce ne sono rimaste due al Forlanini, tra i campi...terribile! Non c'è cosa più finta del cibo genuino. Che anche quando è servito nei modi più rispettosi dà pur sempre al vero cittadino un senso di incivile.
Mio nonno era generale ai tempi dell'Africa Orientale Italiana. L'Africa è piena di natura, bella... C'è chi ci va. Bella. Senz'acqua... non importa, chi ama la natura ama tutto della natura, anche il deserto: bello, grande... Mio nonno ha ammazzato qualche migliaio di indigeni... tum-tum! Amava molto la natura. Gli piacevano le serre, i roseti, i gerani. Non c'è nessuno a cui piacciano i fiori come ai generali! Si sa. Un tuff...

Piero Borzini Mer, 09/05/2012 - 12:38

Leggendo nell’ordine il capitolo sulle neuroscienze e quello sul packaging, ho dovuto riconsiderare retroattivamente tutto il capitolo sulle neuroscienze. La mia impressione (Marrone se vorrà mi smentirà) è che l’Autore abbia effettuato una notevole operazione di packaging o di re‐packaging, ri‐confezionando il materiale relativo alle neuroscienze. Ecco come si esprime Marrone sulla funzione del packaging: “ ... rivestirli [i prodotti] con una patina di segni e simboli, informazioni e immagini, decorazioni e marchi di ogni tipo, che servono a dotarli di senso, a immetterli in modo migliore nell’universo antropologico del consumo” (p. 69). Ho avuto l’impressione che con grande sapienza Marrone abbia impacchettato le neuroscienze in confezioni che da una parte facessero intravedere una certa realtà delle neuroscienze senza minimamente alterarne il contenuto e, dall’altra, facessero un poco confondere il contenuto delle neuroscienze con il confezionamento stesso, costruito in modo da creare consenso attorno alle sue tesi anti naturistiche. Un’operazione semiotica quindi, apprezzabile come tale ma forse un po’ troppo partigiana.

Per la recensione completa vedi http://www.methodologia.it/wp_files/WP_255.pdf

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