L'Esegesi: il vangelo secondo Philip K. Dick

Sono passati poco meno di 42 anni da quel febbraio del 1974 che segnò in maniera indelebile una svolta decisiva nella produzione letteraria e filosofica, ma soprattutto nella vita personale, di quello che è stato con ogni probabilità (assieme a Isaac Asimov) il più grande romanziere di fantascienza del secolo scorso: Philip K. Dick. Durante quel mese di febbraio, infatti, l’autore di romanzi di fantascienza forse più saccheggiato della storia del cinema (suoi i romanzi e racconti alla base di Blade Runner e Total Recall, ma pure di Minority Report, Next per fare solo qualche nome) avrà un’esperienza a dir poco straordinaria, che secondo le categorie linguistiche correnti potrebbe essere definita solo in due modi: illuminazione o psicosi. Nei giorni immediatamente successivi all’uscita del suo romanzo Scorrete lacrime, disse il poliziotto, Dick, provato dai postumi di un’estrazione di denti, si faceva prescrivere degli antidolorifici dal proprio medico. Qualche ora dopo aver fatto ordinare dalla moglie una consegna di farmaci a domicilio, sentendo suonare il campanello della porta di casa Dick andò ad aprire: ecco apparire l’ennesima “black haired girl” della sua vita, un’affascinante commessa della farmacia, andata a consegnargli le medicine. Per farla trattenere qualche minuto, e perché affascinato in maniera quasi innaturale dal ciondolo a forma di pesce stilizzato che pendeva dalla sua catenina, Dick domandò alla ragazza che cosa questo rappresentasse. Si trattava del pesce acrostico, il simbolo a forma di pesce stilizzato utilizzato dai primi cristiani per indicare il nome di Cristo in maniera criptata (IΧΘΥΣ, il nome “pesce” in greco antico, è, infatti, una parola le cui iniziali formavano l’acrostico Ἰησοὺς Χριστὸς Θεοῦ Υἱὸς Σωτήρ, Gesù Cristo Salvatore Figlio di Dio), all’epoca delle persecuzioni.

 

       

 

 

Dopo questa breve chiarificazione, fornitagli dalla ragazza, Dick fu colpito da quella che può essere definita solamente nei termini di un’illuminazione. Come se il pesce acrostico fosse la chiave di un’anamnesi platonica in senso letterale – del riconoscimento di una verità da sempre saputa, eppure celata nei meandri della mente, della memoria e dell’inconscio – Dick da quel giorno, per settimane, passò intere notti investito da fasci di colori, da ricordi di un antico passato mai stato presente, da frammenti di messaggi in lingue antiche (in particolare greco e latino), da nozioni e dottrine prima di allora sconosciute. Dick cercherà costantemente, per tutto il resto della sua vita, di dare un senso a quegli eventi, arrivando a scrivere un enorme corpus di appunti, riflessioni, considerazioni, lettere, aforismi, in cui egli stesso cerca un’esegesi, un’autoesegesi, di se stesso e di quell’esperienza. I documenti che i curatori del lascito di Dick hanno offerto nel 2011 al pubblico internazionale in inglese sotto il titolo di Exegesis, e che di recente l’editore Fanucci – che in Italia ha pubblicato tutta la produzione romanzesca dickiana – ha meritoriamente fatto tradurre, rappresentano la formidabile testimonianza di quell’esperienza sconvolgente. Le paure, le ossessioni, le paranoie, le riflessioni, i deliri di grandezza e la disperazione di Dick fuoriescono da questo tentativo filosofico titanico di comprensione di un fenomeno che, come detto, secondo le categorie interpretative proprie del nostro universo linguistico e concettuale moderno può essere definito solo da due parole-chiave: “illuminazione” e “psicosi”.

 

 

 

L’esperienza di Dick, e l’incredibile lavoro (auto)esegetico tramite il quale essa ci è giunta, ci pongono di fronte a una questione che tocca i confini del nostro universo linguistico, e quindi – se prendiamo come valida l’asserzione del Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein secondo cui «i limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo» – i confini del nostro mondo cognitivo e concettuale. Quali parole possono descrivere, nel nostro universo linguistico, un’esperienza come quella avvenuta a Dick, oppure come quella – celeberrima – del presidente Schreber, a cui tra gli altri sia Sigmund Freud che Jacques Lacan hanno dedicato tanto spazio nelle proprie opere? Il vocabolario oscilla tra i termini “delirio”, “psicosi”, “nevrosi”: diagnosi, definizioni cliniche, determinazioni di malattie dell’anima. Qualsiasi tentativo di definizione che utilizzi un altro tipo di lessico si avvicina al polo del religioso e del metafisico: “illuminazione”, “esperienza mistica”, “visitazione”. Uno dei problemi maggiori per la comprensione storico-culturale dei fenomeni religiosi dell’antichità risiede proprio in questo tipo di problema linguistico: i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo. E questi limiti si fanno particolarmente evidenti laddove è in questione un’esperienza, come quella che Dick ebbe nel 1974, che sfugge in gran parte alle categorie espressive e descrittive che ci sono proprie.

 

Dick stesso si trovò, nel suo tentativo di spiegare e di spiegarsi la propria esperienza, sospeso su questo fragile ponticello teso tra illuminazione e psicosi. Di questa oscillazione tra due poli recano traccia molti luoghi delle Exegesis: qui spesso trovano spazio, giustapposte, due consapevolezze incompatibili, ma al contempo paradossalmente coesistenti: la consapevolezza tutta moderna – oggettiva – di non poter fare altro che ascrivere a un disturbo psichico esperienze di un certo tipo, e la certezza soggettiva del valore veritativo della propria regressione all’epoca della tardoantichità. Psicosi e illuminazione. Contro la logica dualista – bianco o nero, si o no, vero o falso, giusto o sbagliato, innocente o colpevole – su cui si fonda tutta l’onto-logica occidentale, l’esperienza di Dick si pone su di un piano di impossibile compresenza. La tragica consapevolezza di questa composizione di realtà contraddittorie attraversa tutto il corpus delle Exegesis dickiane. Ed è forse alla ricerca di una soluzione di questo dualismo espressivo che Dick ha elaborato una duplice risposta ai propri interrogativi esistenziali: da un lato la messa in forma narrativa della propria esperienza, attraverso la scrittura di romanzi profondamente legati al Marzo ’74 (che diventeranno poi la trilogia di VALIS, l’ultima grande opera di Dick), dall’altro la continua autoesegesi privata, durata fino alla morte. Ancora una volta: i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo.

 

 

In un mondo profondamente segnato dalle ricorrenze calendaristiche cristiane, pur nella sua frazione secolarizzata, il mese di Febbraio del 1974 rappresenta il possibile anno zero di una particolarissima religione cosmica alternativa, con un testo sacro, le Exegesis, un profeta, Philip K. Dick, una serie di testi divulgativi – di vangeli – , i romanzi che compongono la trilogia di VALIS (sigla per Vaste Active Living Intelligence System, il nome che Dick diede all’entità che secondo lui si era messa in contatto con la sua mente) … e un solo fedele, lo stesso Dick. Se il nome di Philip K. Dick oggi non affianca quello di Cristo, di Maometto o di Gautama l’Illuminato è perché egli, nelle Exegesis, parla un linguaggio a noi non più comprensibile, una lingua antica, troppo antica, che forse agli abitanti dell’anno 100 d.C. sarebbe stata comprensibile, e persino fonte di ispirazione, credenza e illuminazione, ma che nel lettore contemporaneo suscita solo un moto di stupore, al massimo di curiosità per la singolarità delle fantasie e le visioni di una mente sconvolta, o tutt’al più – nelle branche più liberali delle scienze letterarie e dei Cultural Studies – un interesse per le sorprendenti forme espressive e tournures filosofiche utilizzate.

 

Dick, per spiegare e per spiegarsi la propria peculiare esperienza, si riferisce in più punti della sua produzione letteraria ad un frammento del filosofo greco Eraclito, che recita: «La trama nascosta è più forte di quella manifesta». Il mondo che noi tutti vediamo, e in cui viviamo, sarebbe dunque solo un mondo apparente, un flusso illusorio, che cela la trama nascosta, quella vera, “più forte”, ma al contempo nascosta ai più. È questa la struttura del paradossale universo di VALIS: un universo in cui a una realtà immobile, immutabile, “più forte” e più vera, fa da schermo il mondo allucinatorio di un caleidoscopico divenire. È in questa struttura che possono andare paradossalmente insieme Eraclito e Parmenide, il divenire e l’essere, spesso accostati nel corpus delle Exegesis: immutabilità dell’essere ed eterno fluire vengono accostati in una costruzione monista, in cui il divenire è reale in quanto allucinatorio mondo in cui tutti viviamo, e al contempo è reale l’immutabilità dell’essere, ferma, atemporale, al di sotto del velo eracliteo. Ed è in questo universo profondamente monista, ma da cui non è affatto escluso il cambiamento, che ha luogo Il Vangelo secondo Dick. Questi si inserisce in questo universo in qualità di profeta, seguendone però le leggi messianiche del tutto peculiari: una rivelazione che si afferma nel rimanere nascosta, nel non affermarsi, nel non divenire universale religione aperta a tutti; questa è la «debole forza messianica» della rivelazione dickiana, per utilizzare una bella espressione di Walter Benjamin.

 

E questa debole forza messianica è del tutto organica al modo in cui si dà nell’universo ZEBRA, uno degli altri nomi di VALIS: come indica l’accostamento all’animale che vive nella savana, che fa della dissimulazione della sua presenza attraverso il mimetismo la propria caratteristica principale, la vera trama è mimetizzata, e così deve essere anche la sua rivelazione. Per questo di Eraclito parla anche il folle protagonista del romanzo Valis, che porta l’assurdo nome di Horselover Fat, una deformazione del nome e del cognome dello stesso Dick (Philip, che nella sua etimologia greca viene da filos, “amico” [lover], e hippos, “cavallo” [horse] e Dick, che in tedesco significa “grasso” [fat]) poco prima di finire rinchiuso in un ospedale psichiatrico. Dick, da buon profeta di ZEBRA, si nasconde in quanto apostolo dietro i suoi molti alter ego cartacei e dietro i loro patetici disturbi mentali (arrivando persino a sdoppiarsi, o meglio a tripartirsi, in Radio Libera Albemuth, dove compare egli stesso, col suo vero nome e cognome, come co-protagonista, ma dove anche il protagonista Nicholas Brady è in realtà Dick, come appare evidente confrontando le esperienze riportate nella prima parte del romanzo da Brady e quelle descritte da Dick nella sua corrispondenza privata nella sezione I delle Exegesis), dissimula il suo messaggio come una creazione di fantasia – di science fiction – e la sua credibilità dietro una dissacrante ironia di fondo (Fat finisce in manicomio), unita a una certa dose di cinismo narrativo. Ma, come detto, la trama nascosta è più forte della trama evidente, e Dick, come spesso sostiene nelle Exegesis, rilegge tutta la sua produzione, precedente e naturalmente successiva al Febbraio 1974, in funzione di quell’evento. In questo senso la diffusione dell’opera dickiana diventa un’opera apostolica, e la lettura dei testi dell’autore non un intrattenimento pop, come la letteratura di fantascienza ha sempre voluto essere, ma un’opera di evangelizzazione criptata, zebrata, destinata alle grandi masse. Come tutti i veri eroi dei suoi romanzi, da Joe Chip di Ubik a quel Timothy Archer che sarà il protagonista dell’ultimo volume della trilogia di Valis, Dick è un eroe debole, un profeta debole, che però, malgrado tutto, ci ha lasciato il suo messaggio, il quale, che noi lo decriptiamo o no, è comunque, tramite la sua scrittura, giunto al mondo, ha avuto effetti, ha prodotto una modificazione sulla trama manifesta.

 

L’esperienza di Dick del ’74 è un’esperienza-limite, e come tutte le esperienze-limite, tocca il confine del linguaggio, del dicibile e del possibile. È possibile – oggi – un’illuminazione? È possibile vedere e sentire Dio (o ZEBRA o VALIS)? Queste esperienze sono comunicabili? Esistono lenti interpretative non riduzioniste per questo genere di esperienze? Tutte queste domande, chiuse nel circolo argomentativo, nella relazione domanda-risposta, in una parola, nel linguaggio, sono destinate a restare senza una risposta soddisfacente. Per questo, forse, solo con la descrizione di un’esperienza è possibile suggerire una via che affianchi quella di Dick, e di chiunque volesse coglierla senza oggettivarla. Angosciato, in una lettera a Peter Fitting del 28 Giugno 1974, Dick esprime la sensazione che il mondo si stia trasformando in un suo romanzo: «This brings to my mind my strange and eerie feeling that my novels are coming true […] the word as come to rasemble a PKD novel […]. Other people have mentioned this, too, the feeling that more and more they are living in a PKD novel». La letteratura diventa mondo, il mondo è infettato dalla letteratura. L’opera di un autore cambia per sempre la trama della realtà, in maniera concreta, tangibile, pratica. In uno dei capolavori dickiani, Ubik, l’inafferabile sostanza-Ubik (Dio? Una delle manifestazioni di Valis? Una droga?) prende le forme più comuni, disparate, persino squallide: condimento per insalate, digestivo, deodorante, reggiseno. Ubik è il divino, il totalmente Altro che penetra nei meandri più quotidiani della nostra realtà, vero e proprio freudiano Unheimliche, cambiandola dall’interno attraverso uno spostamento minimo. È come se Ubik infettasse la realtà: una teofania minima, di grado zero, ma che come ogni teofania scardina per sempre il corso del tempo.

 

 

In questo preciso istante, mentre stiamo scrivendo, qualsiasi cliente della catena di supermercati italiana Iper può entrare in una delle filiali e acquistare un prodotto della linea VALIS. Barattoli di pomodori, calzini, pasta, jeans. Forse il mondo in cui viviamo è molto più dickiano di quanto chiunque di noi non sia disposto ad ammettere.

 

 

Il libro: Philip K. Dick, L'Esegesi. 2-3-74, a cura di Pamela Jackson e Jonathan Lethem, tr. it. Maurizio Nati, Fanucci Editore 2015, pp. 1312, € 50,00

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