Tomaso Montanari. Le pietre e il popolo

Un tempo i nemici erano solo, si fa per dire, i tombaroli, i ladri, i trafficanti, la speculazione edilizia. Questi nemici ci sono ancora, ma adesso il patrimonio storico e artistico ne deve affrontare di nuovi e non meno minacciosi, con forme di aggressione in grande misura inedite.

 

   

 

L’attacco non è più diretto, come nei decenni scorsi, al solo profilo materiale, ma alla ragion d’essere del patrimonio, al suo stesso senso. Sono comparsi infatti i “vampiri del patrimonio” e gli “sciacalli” del passato di cui parla ora Tomaso Montanari in Le pietre e il popolo (Minimum fax); il titolo – tratto da un verso di Franco Fortini (da La città nemica, 1939) – vuole richiamare il “nesso tra patrimonio e cittadinanza, tra il passato e il futuro, tra le pietre e il popolo”.

 

 

In una sequenza incalzante e appassionata, Montanari entra nel vivo di una serie di casi recenti e recentissimi: le vicende dell'Opera della Metropolitana di Siena, il progetto di sostanziale privatizzazione della Pinacoteca di Brera a Milano, le disavventure (e i risvolti giudiziari) della Biblioteca dei Girolamini a Napoli, la risistemazione del Fondaco dei Tedeschi e l'ampliamento dell'Hotel Santa Chiara a Venezia, il progetto della torre di Pierre Cardin a Marghera, la ricostruzione mancata del centro storico dell'Aquila, il noleggio degli Uffizi da parte di Madonna, la raccolta di firme per il prestito della Gioconda di Leonardo, la vendita all’asta della biblioteca di Tommaso Corsini, l’idea di costruire la facciata di San Lorenzo a Firenze secondo il progetto di Michelangelo, l’acquisto da parte dello Stato di un crocifisso ligneo attribuito a Michelangelo e la caccia al fantasmatica Battaglia di Anghiari di Leonardo in Palazzo Vecchio a Firenze.

 

 

Che cosa accomuna questi episodi? Ciò che li accomuna è la visione del nostro patrimonio quale è emersa dagli anni Ottanta, al tempo del craxismo rampante, quando si cominciò ad affermare che “i beni culturali sono il nostro petrolio”. Quanto è accaduto da allora dimostra che, al di là delle dichiarazioni pompose e colme di buoni propositi, i beni culturali venivano sentiti sostanzialmente come un peso, se non addirittura come un impaccio; il problema vero era cioè metterli a rendita, per convincersi che, in fin dei conti, a qualcosa servivano. E’, come sostiene l’autore, la logica degli usufruttuari; Montanari propone questa immagine rifacendosi a un passo di Leopardi: agli occhi degli stranieri, gli Italiani del suo tempo apparivano già come “tanti custodi di un museo”, di un patrimonio culturale che non sentivano proprio, ma che tutt’al più amministravano, come usufruttuari appunto.
Il depositarsi della storia nelle nostre città e nel nostro paesaggio è diventato allora, prima di tutto, una questione di soldi; “valorizzazione” suona così come una parola d’ordine a senso unico, sempre più sinonimo di “monetizzazione”. Si apre la strada alla politica dei Grandi Eventi: monumenti e opere d’arte devono servire, come si dice, a far girare l’economia; magari, per alcuni politici, come strumenti per costruire consenso, se non addirittura per facilitare carriere personali. Ecco avviarsi la tanto deprecata, ma ancora perfettamente attiva macchina delle grandi mostre d'arte: contando sui meccanismi ben funzionanti del conformismo, si confezionano appuntamenti imperdibili “già visitati da migliaia di persone” attorno ai soliti temi di sicuro successo, senza alcun reale contributo alla conoscenza. Invece, sostiene Montanari, “le mostre dovrebbero servire a ricostruire i contesti storici e stilistici recisi dalla genesi accidentale delle raccolte museali (una missione sempre più negata dalle ostensioni di singoli ‘capolavori’)”; altro che Grandi Eventi: “sarebbe sano entrare in un museo per vedere un’opera precisa, o un gruppo di opere connesse tra loro, o una sala: proprio come si va in biblioteca per leggere un libro, o alcuni libri, e non un intero scaffale”. Succede però che nel museo della propria città ci si va una o due volte nella vita: non si deve perdere per nessuna ragione al mondo il Grande Evento, magari anche molto lontano.

 

 

La polemica che innerva tutto il libro non si fonda mai su quell’astratto, vago concetto di “Bellezza” tanto amato dai mezzi di comunicazione di massa; concetto prêt-à-porter, buono per tutte le stagioni e, non a caso, frequente nei discorsi dell'allora ministro Sandro Bondi. I valori su cui Tomaso Montanari costruisce la propria requisitoria sono, invece, quelli della Costituzione, in particolare l’art. 9, e del Codice dei Beni Culturali. Da qui il sottotitolo del libro Restituire ai cittadini l’arte e la storia delle città italiane, non “per dar loro un lusso superfluo”, ma per “attuare l’eguaglianza costituzionale e dare loro qualcosa per cui valga la pena vivere, e che sottragga almeno una parte della vita al dominio del denaro e del mercato”. Il patrimonio, dunque, come luogo per “educare alla complessità, alla varietà, alla meravigliosa densità della storia”. La lingua di ogni città, infatti, “ha il suo vocabolario, la sua grammatica e la sua sintassi: regole inscindibilmente etiche, civili, estetiche”.

 

A chi e a che cosa si devono gli episodi analizzati in Le pietre e il popolo? Montanari non si perde di certo in giri di parole o in tirate generiche; al contrario fa entrare in scena circostanze e persone precise: l'attuale ministro per i Beni e le Attività Culturali Lorenzo Ornaghi (“un incapace radicale”, “l'ombra-ministro”), Antonio Paolucci (“dimenticabile ministro dei Beni culturali”), Giovanna Melandri (“baby-pensionata di lusso del parco politico veltroniano”), Pietro Folena (da “politico comunista” a “produttore di mostre”); e poi Marco Goldin (“l'instancabile produttore di mostre blockbuster nel Nordest”), e tanti altri, fino a figure ineffabili come quella di Silvano Vinceti, “lo 'scopritore' delle ossa di Caravaggio a Porto Ercole” e delle iscrizioni negli occhi della Gioconda, pura fantasia.

 

 

Il vero protagonista (in negativo) del libro è senz’altro il sindaco di Firenze Matteo Renzi; non si tratta di una posizione pregiudizialmente contraria – Montanari fece un intervento alla convention del 2011 alla stazione Leopolda (riportato per intero a p. 119-120) – ma di un bilancio della sua politica culturale recente: “Renzi, il più incredibile portatore sano di cultura che si muova sulla scena della politica italiana: nel senso che ne parla in continuazione senza esserne minimamente affetto”. La sua retorica “è esattamente quella di un berlusconiano nativo”; “Renzi vede davvero la storia attraverso la lente di format come Voyager, considerandola cioè un vago pentolone di gossip, complotti e misteri”; “emozione nel lessico intellettuale renziano è il vero sinonimo di cultura”. Montanari se la prende, a ragione, con frasi come queste: “Gli Uffizi sono una macchina da soldi, se li facciamo gestire nel modo giusto” (novembre 2012) e con l’idea spettacolare e strumentale di patrimonio che in questi anni Renzi ha prospettato nella sua città.

 

 

Per fortuna non ci sono solo esempi negativi. Nella sventurata vicenda della biblioteca dei Girolamini a Napoli, ad esempio, “i fedeli servitori dello Stato non sono i dirigenti di un Ministero in parte complice e deviato, incapace perfino di costituirsi parte civile: ma due bibliotecari precari e sottopagati da decenni, perduti nella periferia del Ministero stesso. Il coraggio non l’ebbero i soprintendenti, i rettori, i vescovi, i sindaci. L’ebbero invece due comunissimi cittadini, due impiegati che credevano nel ‘loro’ Stato, nonostante tutto”. E nella stralunata storia della caccia alla Battaglia di Anghiari di Leonardo c'è per fortuna una funzionaria del Ministero per i Beni culturali che si mette di mezzo (Montanari riporta per intero la “lettera di rimostranza” a pp. 133-134, straordinaria nella sua doverosa, quanto impegnativa semplicità).

 

 

Nel panorama descritto da Tomaso Montanari manca, e non poteva essere altrimenti, un soggetto per definizione opaco e poco visibile: gli indifferenti. Lo sguardo miope, cinico, superficiale di molti amministratori è in realtà identico a quello di gran parte dei nostri concittadini. Nessuno è disposto a negare l’importanza delle opere d’arte, salvo poi leggerle secondo la cifra di un Bello inteso come Piacevole, Rassicurante, Edificante; ovunque dichiarazioni di amore per l’arte che nascondono un fondamentale disinteresse per la sorte del patrimonio. Venerazione esteriore per i supposti capolavori, sostanziale disprezzo per le testimonianze storiche e monumentali che si incontrano, in Italia, nei percorsi di ogni giorno. Come spiegare altrimenti che si possano tollerare, magari in uno stesso centro urbano, monumenti in disastroso abbandono accanto a brillanti interventi di restauro o a sfavillanti esposizioni?

 

Naturalmente il problema non è quello di distribuire colpe, ma di analizzare la situazione e possibilmente invertirne il tragitto. La cultura del “popolo” negli anni della poesia di Fortini,  quella stessa entro cui si formarono i padri della Costituzione non è più quella del “popolo” di oggi. Se per tradizione non intendiamo un inerziale attaccamento alle vecchie usanze, ma la “consegna” di pratiche e di idee che le generazioni passano le une alle altre, non possiamo che constatare come la tradizione culturale di quegli anni abbia subito negli ultimi decenni profonde lacerazioni. Se infatti una “consegna” c’è stata, sono stati i mezzi di comunicazione a governarla, secondo le loro logiche ovviamente, quelle della semplificazione, della banalizzazione, di un malinteso concetto di divulgazione. Nel frattempo la cultura umanistica (con l’atteggiamento che essa porta con sé rispetto al passato, non solo quello più antico) non è apparsa più come una cultura “legittima” (uso il termine nell'accezione proposta da Pierre Bourdieu), cioè come modello riconosciuto e approvato da tutti, chi la possiede e chi no.  

 

I risultati sono visibili quotidianamente e ovunque. Per fare solo un esempio, basta leggere le conclusioni di un saggio di Marxiano Melotti (Turismo archeologico. Dalle piramidi alle veneri di plastica, Bruno Mondadori 2008): ciò che colpisce nel panorama odierno è “la progressiva perdita di importanza dell’oggetto”, la ricerca “di sensazioni e di atmosfere”, di “esperienze puramente emozionali”. Se questo è lo scenario, ben si capisce il successo di mostre che stuzzicano il visitatore-spettatore facendogli credere di essere fronte a ” un'occasione irripetibile, a un'epifania epocale, insomma a un vero Evento; ben si capisce la posizione di amministratori che promettono mirabolanti scoperte artistiche o prodigiosi introiti dai musei pubblici.

 

 

Qualsiasi tentativo di invertire questa tendenza non può allora prescindere da un'analisi di quanto è accaduto negli ultimi decenni nella cultura del nostro paese; come è probabile, da questa analisi scaturirà inevitabilmente la domanda essenziale sul senso del patrimonio. Prendiamo ad esempio la frase che tante volte abbiamo usato: “il patrimonio storico, artistico e paesaggistico costituisce la nostra identità”. Che cosa può voler dire, esattamente, oggi? Concetti come questi vanno di nuovo caricati di significato, vanno alleggeriti della polvere della retorica, sottratti all'usura delle parole, vanno cioè detti di nuovo.

 

Un solo esempio. Una eredità – nel suo versante materiale e nel suo versante simbolico – si può accogliere, ma si può anche rifiutare; uno può considerare gli Uffizi uno spazio sacro, come quel contadino anarchico mugellano di cui parla Montanari, un altro può considerarli solo una macchina da soldi. Se uno rifiuta un'eredità (magnifica quanto impegnativa), ci può essere un altro che invece la fa propria: può accadere che un italiano non si accorga che il patrimonio appartiene anche a lui, ma può anche accadere che un figlio di immigrati, non importa se nato qui o meno, accetti come propria eredità il paesaggio, i monumenti, i musei italiani: non potranno costituire anche la sua identità?



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