Virtù inutili?

Che cosa sono la pazienza e la perseveranza? A cosa servono? Sono ancora praticabili e utili oggi?

 

Prendono avvio da queste domande due brevi saggi, Pazienza e Perseveranza scritti, rispettivamente, da Gabriella Caramore, ideatrice e conduttrice della trasmissione di cultura religiosa di RAI3 Uomini e Profeti, e dal filosofo Salvatore Natoli, pubblicati dall'editrice il Mulino, in una nuova collana, Parole controtempo, che invita a ripensare la contemporaneità attraverso parole importanti e poliedriche, ma usurate e ora quasi inascoltabili.

 

Seguendo l'etimologia della parola, Gabriella Caramore ne mette in luce i significati e le sfumature e già nel titolo del primo capitolo, Homo sapiens Homo patiens, rileva come la pazienza sia indispensabile perché qualcosa prenda vita e si evolva. Titolo suggestivo, questo, che ne richiama un altro, Homo Patiens. Soffrire con dignità, (Queriniana, 2011), dello psicologo Viktor Frankl, fondatore di un metodo di cura, la 'logoterapia', basato sulla teoria che, insieme alla pulsione sessuale (Freud) e all'istinto di potenza (Adler), nell'uomo agisca anche un inconscio spirituale che ci spinge a cercare un senso in tutto quello che ci accade.

 

"Chi ha un perché, sopporta quasi ogni come", sostiene Frankl citando Nietzche, perciò il senso che si riesce a dare al proprio soffrire, il potere "ordinare a un fine il patire stesso", come afferma Salvatore Natoli (Perseveranza), è uno spazio estremo di libertà che rimane all'uomo anche nelle situazioni senza vie d'uscita, e che egli esercita scegliendo con quale atteggiamento affrontare l'ineluttabile.

 

E' questa la pazienza di Giobbe per Gabriella Caramore: non semplice sopportazione del male, ma tenace fiducia che ci sia sempre un senso, anche nel dolore; Giobbe, afferma, "si libera dalla triste pazienza di subire e assume quella, coraggiosa…di voler capire". Pazienza è anche il coraggio di Ulisse che ripetutamente trattiene l'ira, il dolore, il desiderio di vendetta per il bene dei suoi compagni, per senso di responsabilità, perché sia possibile ripristinare la giustizia.

 

E siccome la pazienza è una "qualità della durata" necessaria per ogni costruzione ben fatta – continua Caramore – è ancora lei che guida il lentissimo lavoro dell'evoluzione umana suggerito nel titolo citato: milioni di anni di attesa affinché noi potessimo emergere dalla natura e centinaia di migliaia perché potessimo produrre cultura. Di ogni forma di pazienza, poi, è fondamento e paradigma, per i credenti, l'attesa paziente di Dio, che ha scommesso sulla vita una volta per sempre e a questa scelta resta fedele.

 

Siccome a ogni virtù esercitata senza giusta misura corrisponde un vizio, la pazienza corre il rischio di diventare inerzia, passività; non sempre e non tutto deve essere sopportato, "un eccesso di pazienza – l'assenza di curiosità, di impeto di pretesa – può perdere per sempre la vita di un uomo", dice Caramore citando quale esempio di giusta impazienza Gesù di Nazareth.

 

Egli, infatti, ha sopportato non semplicemente per bontà, ma perché l'ha ritenuto necessario per compiere la sua missione: ha camminato senza sosta da un luogo all'altro sapendo di non avere molto tempo davanti a sé, spinto da un'urgenza che l'ha mosso a "parole spazientite e gesti pieni di collera" (su questo tema ha scritto di recente Ludwig Monti, Le parole dure di Gesù, edito da Qiqajon).

 

Sottolineando l'impazienza del Nazareno e le sue ragioni, Gabriella Caramore stigmatizza un'etica del dolore "che ha condizionato pesantemente l'eredità cristiana…Il Cristo che patisce sulla croce è diventato il modello da imitare nell'avvilimento dello spirito e del corpo. Ma all'ombra della croce si consuma un dramma che chiede infinita pietà e immensa responsabilità; non imitazione devota e dolorosa" (p. 98). I seguaci di quel crocefisso, prosegue, dovrebbero imitarne "l'impazienza nell'annunciare e nell'avvertire " e la pazienza "nell'aver cura e nel benedire", non desiderare la stessa sofferenza – peraltro da lui mai cercata – ma "operare perché altre croci non oscurino il cielo dei viventi". Perché alla fine – ed è questa la conclusione cui ci conduce Caramore attraverso questo breve viaggio nel profondo che guarda a ebraismo e cristianesimo, padri della chiesa e buddismo – la pazienza non è altro che tempo dedicato alla cura dell'altro, ingrediente fondamentale dell'amore e della solidarietà.

 

 

La pazienza si fonda sulla speranza, e questa è fiducia in qualcosa o in qualcuno: si pazienta perché si spera nella possibilità di un bene. Ma la speranza è uno stato d'animo, afferma Salvatore Natoli (Perseveranza) riprendendo un pensiero di Spinoza, pertanto è fluttuante, instabile al punto da poter essere pericolosa, in quanto poggia su qualcosa di vago, d'incerto, che ancora non c'è. La speranza è, sì, una virtù, ma non a prescindere da ciò in cui si spera, che solo può darle una certa solidità – di qui l'insistenza di san Paolo su Cristo fondamento di una speranza sensata. Per trasformarla da sentimento generico a reale possibilità è necessario "coltivarla nel presente, farla germogliare nel qui e ora, in mezzo ai disagi e alle difficoltà. Essere perseveranti significa proprio questo: se, infatti, sperare è un sentire, perseverare è un agire e come tale è virtù" (p. 18).

 

Perseveranza e pazienza sono inseparabili, come si potrebbe essere, infatti, perseveranti e impazienti? O, viceversa, pazienti e incostanti? Ma mentre la pazienza affronta un avversario esterno – malattia o nemico che sia – la seconda, avverte Natoli, deve combattere contro un nemico interno che assume, di volta in volta, i connotati della pigrizia, della scarsa convinzione, della demotivazione.

 

Parte da qui l'ultima parte del saggio, la più interessante, in cui Natoli tratta dell'accidia quale "vizio antagonista" della perseveranza. Molti pensatori hanno trattato, sin dall'antichità, il tema dell'accidia – vizio capitale, demone particolarmente aggressivo contro i monaci e tutti quelli che si dedicano alla vita spirituale e contemplativa, modernamente intesa spesso come depressione, malattia e fragilità degli spiriti più sensibili, che si esprime sostanzialmente in un'assoluta perdita del gusto di vivere e nell'incapacità di agire e mantenersi costanti nelle azioni.

 

Il primo a parlarne diffusamente nel IV secolo fu il padre del deserto del Evagrio Pontico, i cui suggerimenti su come riconoscerla e combatterla appaiono ancora attuali. Ai suoi insegnamenti si richiama Natoli sostenendo che il vizio dell'accidia si cura solo con la perseveranza: se l'accidia spinge ad abbandonare ciò cui normalmente si attende perché non se ne coglie più non soltanto il piacere che se ne ricavava, ma neppure il senso, solo il restare saldi e fedeli al proprio compito, alla scelta di vita operata può fare uscire dal circolo vizioso –inazione/disinteresse/inazione –.

 

In quanto "incapacità di bene", l'accidia non è solo passività, è vera incapacità di godere della vita e del bene stesso, "è un demone che ci abita e ci rende inidonei al bene", soffocandoci nella tristezza. Ma di nuovo, neppure la tristezza è solamente negativa, perché esiste una forma di tristezza buona, "segno di salute mentale", è quella che proviamo davanti al dolore degli altri, al male del mondo. Essa ci spinge all'azione, alla cura e all'attenzione, a perseverare nel bene partendo da noi stessi, perché siamo l'unica porzione di mondo su cui abbiamo davvero facoltà di agire.

 

Allora, alla domanda da cui siamo partiti – sono ancora possibili e necessarie oggi virtù antiche come la pazienza e la perseveranza, in controtendenza rispetto al nostro tempo così veloce e frettoloso? – dobbiamo rispondere senza dubbio di sì, perché se è vero che siamo uomini e donne per natura, diventiamo umani anche per scelta, percorrendo un itinerario di crescita intellettuale e spirituale orientato a quell'agire etico che consente una felicità umanamente possibile nella convivenza con gli altri.

 

E parlando di felicità Salvatore Natoli si riferisce all'ideale dei filosofi classici greci e latini, una felicità che è il premio di un agire virtuoso, che tiene conto del bene comune e di ciò che è buono in se stesso.

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