Ricardo Piglia. Respirazione artificiale

“Sul telaio di quelle false illusioni si tendono le nostre sventure”.

I grandi libri bisogna saperli aspettare. Aspettare, cioè, il momento in cui si sia pronti ad accogliere tutto quello che un determinato numero di pagine ci potrà dare. Quando, per alcuni anni, si rimanda la lettura di un romanzo definito capolavoro – capolavoro sul serio, non tanto per dire, come spesso di questi tempi si fa – significa che da quella lettura ci si aspetta molto; e, ancora, si sa che quel libro non ha una data di scadenza, essendo il capolavoro, per definizione, senza tempo e senza spazio e che – per fortuna – non richieda un motivo. Io ho deciso che il tempo per questo libro fosse questo gennaio e che i luoghi dove lo avrei letto sarebbero stati Buenos Aires e Montevideo, posti di un viaggio dal quale sono appena rientrato. Il romanzo è Respirazione artificiale di Ricardo Piglia, ripubblicato in nuova edizione da Sur pochi giorni fa, per la traduzione di Gianni Guadalupi e introdotto, nell’edizione italiana, proprio da Piglia. Respirazione artificiale è un libro che dovrebbero leggere tutti quelli che abbiano a cuore le sorti della letteratura, tutti quelli che sanno cosa sia in grado di mostrare una frase scritta come si deve, e quanto sia in grado di celare.

 

Piglia nell’introduzione scrive “Lo scrissi in un monolocale sulla Calle Bartolomé Mitre all’angolo con Rodriguez Peña, prestatami da un’amica esiliata a Parigi. La finestra dava su Plaza del Congreso. Buenos Aires era una città oscura in quegli anni”. Gli anni di scrittura del libro sono più o meno tre, tra il 1977 e il 1980. Piglia scrive il suo romanzo sotto la dittatura militare di Videla, e del regime dissemina – tra le pagine –  tracce nascoste, piccole mappe, svelamenti; è chiaro che lo scrittore argentino voglia mostrarci quegli anni, quel terribile destino ma vuole farlo (e il suo talento glielo consente) creando un’architettura complessa e stratificata in cui ciò che avviene nel presente non viene nominato ma soltanto richiamato, fatto rimbalzare dentro altre storie, lasciato incombere come forza oscura, proprio come la definizione che dà Piglia di quegli anni.

E allora mentre leggevo la prima parte del libro sono passato all’angolo tra Mitre e Peña, sotto il cielo limpidissimo di Buenos Aires si stagliava il palazzo del Congresso, bellissimo, sembrava quasi senza peccato. Gli occhi alla piazza e poi all’insù, qual era la finestra, da dove lo guardavi il palazzo? A che piano stavi? Da questa sopra la mia testa o da quella più a sinistra vedevi i militari salire lungo il tappeto rosso? Ho cercato il possibile bar preferito di Piglia, ma a distanza di così tanto tempo ogni ipotesi sarebbe un azzardo, mi sono chiesto in quale edicola comprasse i giornali, e dove si trovasse quando ammazzarono Rodolfo Walsh. Sono tornato più volte a quell’incrocio, e ogni volta ho buttato lo sguardo verso il possibile monolocale dell’amica di Piglia. Intanto il romanzo finiva e mi lasciava in silenzio per molte ore, stupefatto dall’ammirazione.

 

“Non si deve permettere che ci cambino il passato”.

Questa frase secca e precisa, che è augurio e monito, è lo spiraglio giusto per introdurre la trama del libro, se di trama si può parlare al cospetto di una tale padronanza di linguaggio e di conoscenza storico/letteraria, perché Piglia le parole le domina e non ne spreca neanche una. Perché il passato e il futuro, la memoria e l’oblio sono i pilastri su cui innalza il suo castello narrativo. 

Emilio Renzi scrive un romanzo che narra le vicende della sua famiglia, uno dei familiari è Marcello Maggi, suo zio. Maggi legge il libro, si riconosce e gli scrive, pare voglia dargli consigli, vuole comunque un contatto. Cominciano una fitta corrispondenza, colta e misteriosa. Anche Maggi sta scrivendo un libro e gliene parla; sta scrivendo la storia di Enrique Ossorio, il segretario privato del dittatore Rosas. Dalle prime lettere queste tre vite tra passato presente e futuro si intrecciano. Si parla di codici, di cifrature, ma chi decifra cosa?

 

 

Maggi e Renzi si scrivono fino a decidere di incontrarsi, sarà Emilio a doverlo raggiungere, ma non lo troverà. Troverà Tardewsky, un polacco emigrato in Argentina allo scoppio della seconda guerra mondiale, come Witold Gombrowicz che questo personaggio in parte rispecchia, converserà con lui e con una serie di altri personaggi affascinanti durante una serata e una nottata che prenderanno tutta la seconda parte del libro. Il ritmo potrebbe essere quello del poliziesco, il passo quello del racconto familiare, che sono strumenti metaforici per celare il mostro che è la dittatura. Si va da Maggi senza trovarlo, lo si aspetta invano, ma ovunque ci sono i segni che ha disseminato, i suoi ricordi. Maggi è stato qui, ha detto questo, ha fatto quest’altro.

 

 “Patisco questa classica disavventura: aver voluto impadronirmi di quei documenti per decifrare la certezza di una vita, e scoprire che sono i documenti a essersi impadroniti di me e mi impongono i loro ritmi e la loro cronologia e la loro verità particolare”.

La classica disavventura dello storico e di chi cerca e paga la voglia di conoscenza, il desiderio di sapere. Le conversazioni tra Renzi, Tardeswsky e gli altri sono alta filosofia, dibattito acceso, processo storico, critica letteraria. Parleranno di Roberto Arlt, di Lugones, di Borges, naturalmente, come qui:

“Supponi che concordiamo nell’ignorare Borges, che sarebbe come se decidessimo di ignorare il fiume, e in una maniera che non indugerei a definire platonica decidessimo di andare in Uruguay a piedi, come se non ci fosse di mezzo l’acqua”.

E poi Wittgenstein, di cui Tardewsky è stato allievo, e di Kafka, che, secondo uno studio del polacco, conobbe Hitler quando questi si nascondeva a Praga per fuggire il servizio di leva. Tardewsky sostiene un’intrigante e, allo stesso tempo, terribile ipotesi storica secondo la quale Kafka si incuriosiva e inquietava ascoltando i discorsi del giovane Adolf tanto da riversare le sue impressioni in alcuni dei suoi racconti, e poi narra in parallelo gli ultimi giorni di vita di Kafka contemporanei a quelli in cui Hitler dettava il Mein Kampf

 

L’aspetto che io reputo più interessante di questo romanzo è quello del rapporto tra narratore e gli altri personaggi; Piglia congegna una trama fitta di conversazioni. Conversazioni sono gli scambi di lettere, uno scrive e l’altro risponde; e quando non risponde viene chiamato in causa dal narratore, viene evocato o ricordato. Conversazioni, come detto, sono quelle che reggono tutta la seconda parte del romanzo. I dialoghi sono forse la cosa più difficile da costruire, figuriamoci quando sono di un livello così alto e fatto di così tanti rimandi. Conversazioni sostenute, poi, da un ritmo che non cede mai anche quando Piglia fa fare un passo indietro al narratore mentre parla – ad esempio – Tardewsky, che cita Maggi, per poi farlo tornare con un “Mi disse Maggi, mi ha detto Tardewsky”, che richiama certe procedure di Thomas Bernhard. Piglia conversa con il lettore per tutto il romanzo e lo sfida, senza fare trucchi, gli dice da subito che il viaggio a cui lo sta invitando non sarà comodo, che la trama non sarà una vera trama, che alcuni dei protagonisti potrebbero non comparire. Il lettore dovrà essere disposto a qualche rinuncia a lasciare da parte qualche certezza, e, come quando si legge un poliziesco, saper cogliere gli indizi. 

Respirazione artificiale mette i brividi per bellezza e capacità evocativa. Mai i dittatori argentini sono stati così presenti e mai così poco nominati. E invece è costante la presenza dell’utopia, della sua costruzione e del suo abbandono; Piglia a un certo punto la sovrappone all’esilio. L’esilio è l’utopia. Non esiste quel luogo.

 

Ci appassioniamo in presenza di tale sfoggio letterario, auspichiamo che Renzi e Maggi si incontrino, anche se capiamo bene molto prima della fine che questo incontro non avverrà e non potrebbe avvenire. Renzi troverà le carte, i documenti; e le pagine scritte sono tutto. La scrittura di Piglia è figlia della grande tradizione argentina, con la realtà che incombe tra le pagine ma mai in maniera diretta. Il reale condiziona chi scrive ma sono la sua fantasia e la sua capacità di costruzione romanzesca che portano davanti al lettore il peso di quegli anni, facendogli però leggere un’altra storia. Una storia molto bella.

Ce ne andiamo da questo libro indimenticabile tenendo bene a mente un’altra frase che è la chiave primaria, il codice che Piglia ci fornisce.

“Quanto più siamo vicini agli avvenimenti, tanto più ci appaiono complessi e lontani. Eppure, in questo paese, tutto è chiaro come l’acqua cristallina”.

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