Il corpo di Andreotti

Ma Andreotti ha avuto un corpo? Al di là degli occhiali, delle orecchie, della “gobba”, cosa altro ha definito per quasi settant’anni di storia repubblicana la corporeità di uno dei suoi personaggi più celebri? Se la posa, come ha scritto Roland Barthes, è l’affermazione dell’essenza di un individuo, nel caso del Divo Giulio la postura ieratica è stata per molti decenni la prova provata che non possedeva un corpo, o meglio lo nascondeva con efficacia sotto il doppiopetto ministeriale democristiano, prima, e poi gli abiti grigi del nuovo look post-degasperiano di governi più o meno balneari, e di tanti altri incarichi ricoperti da Andreotti con lo stesso passo e la stessa gestualità che avevano i papi almeno fino a Pio XII e a Paolo VI, ultimi eredi di un potere spirituale, e insieme temporale, tutto racchiuso nei riti di Santa Romana Chiesa.

 

 

Si racconta che il primo incontro tra il giovane Giulio e il maturo leader tridentino, Alcide De Gasperi, sia avvenuto nelle sale della Biblioteca Vaticana, dove l’austero capo dei popolari aveva trovato rifugio dalla persecuzione del Fascismo. Ci era andato il futuro sottosegretario alla Presidenza del Consiglio per fare una ricerca sulla marina vaticana in piena Seconda guerra mondiale. “Ma lei non ha niente di meglio da fare?”, pare gli abbia chiesto De Gasperi. La scuola oratoria e gestuale cui entrambi si erano formati è quella misurata delle parrocchie e dei raduni di Azione Cattolica. Ma già il temperamento faceva la differenza, perché De Gasperi aveva la capacità gestuale dell’oratore ottocentesco, che alza il dito in segno di ammonizione nel corso del comizio, mentre Andreotti, più volte imitato con successo da comici e caratteristi, non muoveva troppo le braccia, tenendo gli avambracci ben vicini al tronco. Semmai il massimo della sua gestualità, segno del corpo che c’è, che esiste, che si manifesta comunque, era l’anello argomentativo, stretto tra pollice e indice, in cui l’intera schiera democristiana, Moro in primis, era specialista.

 

 

Il corpo del Divo ha sempre avuto un basso richiamo erotico, là dove invece negli ultimi trent’anni i politici ci hanno abituati a continue allusioni e manifestazioni corporali, persino eccessive e ridondanti. Nessun gestaccio, nessun movimento inatteso, come in Berlusconi e Bossi, e ora in Grillo (ma questi non è davvero un politico, solo un comico prestato alla politica, o qualcosa del genere). Il gesto più osé di Giulio è stato il baciamano, gesto antico, adatto ai cerimoniali di corte, magari pontificia, oltre che rinascimentale.

 

Il potere ha avuto in lui, invece che l’ostentazione del corpo, la sottrazione di ogni fisicità, come del resto è accaduto per Aldo Moro, consegnato alla storia con il suo corpo solo nella R4 brigatista. Ma se noi prendiamo per vera un’affermazione del filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, compagno di Sartre, grande interprete della fenomenologia, che “la parola è un gesto”, allora possiamo dire che il democristiano di lunghissimo corso Giulio Andreotti ha avuto un grande corpo, persino troppo manifesto, per via dei colpi di frusta, e persino di lancia e spada, con cui ha trafitto avversari, amici e colleghi. La parola è stata la vera veste terrena del Divo, la sua maggior manifestazione tangibile. Una parola a volte avvelenata, colma di battute memorabili che hanno fatto storia. Sia a voce che per iscritto, dal momento che il monumento fisico che Andreotti si è costruito è rappresentato dalle celebri agende e diari, dove ha appuntato fatti e misfatti di almeno due stagioni della Repubblica italiana.

 

 

Il Divo se ne va in un momento in cui, di colpo, sembra palesarsi un suo erede, in un’epoca che pare, almeno apparentemente, aver voltato le spalle a due decenni in cui il corpo del Capo, e dei suoi accoliti, ha occupato la scena mediatica. Il giovane Letta, fatte le dovute proporzioni, è il più andreottiano di tutti. Un Capo senza corpo, a suo modo ieratico, e molto molto democristiano.

 

 

Questo articolo è apparso oggi su La Stampa



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