Ristoricizzare la mitologia del Far West

Chi conosce il lavoro di Bruno Cartosio è abituato a saggi impegnativi dedicati principalmente alla dimensione sociale della storia degli Stati Uniti. Con Verso ovest. Storia e mitologia del Far West (Feltrinelli, maggio 2018, pagine 439, € 28) Cartosio presenta un altro lavoro ampio e ambizioso, proponendo una sintesi “alta” di trent’anni di ricerca nelle biblioteche universitarie e negli archivi del Sudovest e del Nordovest: Albuquerque e Santa Fe in New Mexico, Laramie in Wyoming e Denver in Colorado, nonché la Columbia University di New York. Il risultato è un volume unico nella storiografia italiana, ma non solo in quella.

Già in Da New York a Santa Fe. Terra, culture native, artisti e scrittori nel Sudovest (1846-1930), pubblicato da Giunti nel 1999, Cartosio aveva mostrato di avere una conoscenza diretta, d’archivio, della storia sociale e culturale del West; in quel caso il focus era costituito dal solo Sudovest e dagli artisti, scrittori e antropologi che dal secondo Ottocento al 1930 si erano spostati verso la terra affascinante del New Mexico. Nell’agile Contadini e operai in rivolta. Le Gorras blancas in New Mexico (Shake 2003) presentava lo studio di una conflittualità in genere poco nota, o addirittura negata, del West. Aveva fatto altre incursioni nel territorio della Western history in saggi sparsi, alcuni dei quali usciti su Ácoma, la rivista di studi americani che ha fondato con Alessandro Portelli nel 1994.

 

 

Verso ovest passa in rassegna tutti i grandi temi storici, politici e culturali della conquista imperialista del “Far West”, mettendo al centro del lavoro il ruolo cruciale che la costruzione mitologica ha avuto nella disseminazione delle ideologie americane del tardo Ottocento e del Novecento. Le 439 pagine sono più che giustificate: anzi, io avrei aggiunto anche un indice tematico. 

Ma perché un americanista italiano dovrebbe scrivere un libro su “Storia e mitologia del Far West”? Prima risposta: perché no? Seconda risposta, seria: per fare giustizia di una visione profondamente distorta di un periodo della storia USA che tanta fortuna ha avuto anche in Italia.

Negli Stati Uniti il lavoro dei “New Western Historians”, cioè di coloro che hanno cercato di riportare la costruzione mitica del West sul terreno dell’interpretazione storica documentata, ha continuato a scontrarsi con una doxa particolarmente resistente.

 

 

Se è vero che la serie di mistificazioni e spettacolarizzazioni, rese popolari dalla cultura di massa, sono state smascherate in modo abbastanza sistematico dopo gli anni Settanta del Novecento, tale lavoro critico controcorrente ha faticato a uscire dai circoli accademici e a incidere sulla fruizione delle forme del western che si sono susseguite nel tempo: il romanzo, dai dime novels (i romanzetti da dieci centesimi che invasero il mercato americano durante la Guerra civile) alle riviste pulp, fino ai libri tascabili e ai best-seller di Louis L’Amour; il cinema prima muto e poi sonoro, musical compreso, che portò al successo dei grandi western di Hollywood dopo Ombre rosse (1939); il teatro nelle sue varie forme, stabili e soprattutto itineranti; i radiodrammi western che, come accadde con The Lone Ranger, tenevano milioni di ascoltatori inchiodati in casa negli anni Trenta e Quaranta; le serie televisive, come Gunsmoke e Bonanza, che conquistarono il prime time nella seconda metà degli anni Cinquanta e dominarono per circa quindici anni; le varie forme di musica country western ancora oggi molto diffuse in buona parte del paese; la miriade di serie a fumetti. In tutti questi ambiti le voci dissenzienti sono state sempre presenti, ma decisamente minoritarie, anche se oggi hanno dato vita a un rigoglioso settore creativo chiamato “postwestern” o “neowestern”, che annovera scrittori del calibro di Cormac McCarthy, Larry McMurtry e Annie Proulx.

 

 

La struttura del volume di Cartosio e il suo stile lo rendono adatto anche a un lettore non specialista; tuttavia consiglierei di tenere a portata di mano una mappa degli Stati Uniti a ovest del Mississippi perché viene costantemente voglia di controllare i luoghi geografici citati (come pure di leggere le note, decisamente succose, sfortunatamente collocate in fondo al volume). 

Fin dall’inizio Cartosio chiarisce che “questo libro non è una storia degli indiani” (p. 11), ma la loro presenza (come pure quella delle altre minoranze) si percepisce per tutto il testo, denunciando il tentativo della cultura popolare e della storiografia tradizionale di falsificarne le caratteristiche e nasconderne le ragioni se non la stessa esistenza.

 

 

I primi tre capitoli spiegano come lo sguardo verso L’Ovest si sia trasformato in mitologia già nel secondo Ottocento, e come fosse sostenuto dall’idea di una missione civilizzatrice bianca (il “Manifest Destiny”, un destino voluto dal Dio dei Puritani); qui viene chiarito che fu il giovane storico Frederic Jackson Turner a sintetizzare “quello che fluttuava nell’aria”, titolo del capitolo 3, con “Il significato della Frontiera nella storia americana”, una conferenza presentata in occasione dell’esposizione mondiale di Chicago del 1893, poi divenuta il saggio più citato della storiografia statunitense.

L’impronta del saggio di Turner, per il quale la potenzialità dell’espansione verso ovest costituiva, in termini psicologistici, l’elemento distintivo del “carattere americano”, è passata al setaccio in tutte le sue sfaccettature storiche, politiche e ideologiche. Cartosio non manca di accostarlo a The Winning of the West (1889-1896), la quadrilogia del futuro presidente Theodore Roosevelt. Turner e Roosevelt, nonostante alcune importanti differenze sottolineate da Cartosio, furono entrambi fautori della “conquista del West”: i loro scritti ci permettono di comprendere il contesto sociale e ideologico che caratterizza quella “fase imperiale”, aggressiva, razzista e neo-marziale di un paese, gli Stati Uniti, impegnato a contenere la conflittualità sociale di fine secolo. 

 

 

La visione mitica del West (per la quale Cartosio ricorre a Roland Barthes, ma anche allo storico Richard Slotkin), viene esplorata prima nel campo della pittura (capitoli 4 e 5, in cui dispiace che i dipinti siano riprodotti in bianco e nero) e poi in quello della neonata fotografia (capitolo 6). In queste pagine emerge la grande diversificazione delle posizioni che oscillano dall’imperialismo più brutale a forme di nostalgia e di proto-ecologismo: quella che per alcuni è una “conquista” e una auspicabile forma di progresso e di “civilizzazione”, per altri è uno “sterminio” (degli indiani e dei bisonti). Come ha osservato Franco Moretti nella prima presentazione pubblica di Verso ovest, tenutasi all’Università di Bergamo il 24 maggio, quando Cartosio lavora sui testi mette costantemente a confronto il West e l’Ovest, la dimensione mitica e quella della realtà storica e materiale, mostrando peraltro come i due ambiti siano inscindibili: il mito del West fece e fa ancora parte della realtà dell’Ovest.

 

 

Una volta chiariti i modi di costruzione e di diffusione della “mitologia” del West, Cartosio passa in rassegna, nei capitoli dal 7 all’11, la “realtà” della vita in quelle regioni: esploratori, cacciatori, mercanti, cercatori di minerali preziosi e agenti senza scrupoli delle grandi compagnie ferroviarie, cioè di tutti gli attori sociali che si avventurarono nelle terre indiane trasformandone radicalmente l’economia. Analizzando la vita quotidiana all’Ovest, viene chiarito che la violenza “mitica” del West era certamente inferiore a quella dei centri urbani dell’Est (come racconta Martin Scorsese in Gangs of New York), e che l’esistenza dell’eroe del western, il cowboy, era durissima. L’“eroico” cowboy, cioè il “vaccaro”, era in realtà un lavoratore sfruttato, senza prospettive di migliorare la propria posizione sociale, inchiodato a un’attività che minava il fisico e per questo non poteva durare che pochissimi anni. Si scopre che il periodo dello spostamento delle grandi mandrie di bovini dal Sud (Texas) al Midwest (Kansas) oppure al Nord (Colorado, Wyoming e Montana), reso epico dal cinema, ebbe vita brevissima: una ventina d’anni, dalla fine della Guerra civile al gelido inverno del 1886-67.

 

 

Cartosio dedica i due capitoli finali (12 e 13) a “Letteratura popolare e dime novels” e a “Tre eroi: Kit Carson, Billy the Kid, Buffalo Bill”, mostrandoci le vie che seguirà la cultura popolare. Nel primo viene descritto come la macchina editoriale si fosse impossessata della mitologia western fin dalla Guerra civile. Nel secondo si chiarisce che la costruzione mitopoietica funzionava benissimo sia che gli eroi fossero frutto della fantasia (come Natty Bumppo di James Fenimore Cooper), sia che fossero personaggi storici inconsapevoli (Billy the Kid, morto troppo presto), parzialmente consapevoli (Kit Carson), o veri e propri promotori di se stessi (Buffalo Bill). Il Wild West Show di Buffalo Bill, che arrivò in Europa, Italia compresa (nel 1890 fu nel nostro paese per una breve tournée e nel 1906 andò in scena in più di cento spettacoli), rappresenta la prima straordinaria testimonianza dell’intreccio mito-storia sul piano commerciale e al tempo stesso della costruzione di una memoria storica basata su una clamorosa falsificazione. Le proporzioni del baraccone di Buffalo Bill (notevole era già stato quello di P.T. Barnum, privo però dell’ambientazione western) ci danno la misura della tendenza che ha l’America di mentire a se stessa o forse addirittura di trovare piacere nell’autoinganno, come sosteneva sarcasticamente Mark Twain. È nota l’affermazione oracolare di un giornalista nella scena finale di L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford (1962): “Quando la leggenda diventa realtà, vince la leggenda” (come recita il doppiaggio italiano…). Cartosio lavora alla ricerca della “realtà”, ricordandoci però che anche la leggenda appartiene, a pieno titolo, al mondo della “realtà”.  

 

 

Una breve osservazione conclusiva sullo stile espositivo di Cartosio. Negli ultimi due decenni si nota, nella saggistica accademica, una tendenza a citare i propri predecessori riassumendoli anche estesamente. Il lavoro è in genere utile, ma spesso noioso: troppe pagine prima di arrivare a una qualche ipotesi critica. Il testo di Cartosio va semmai nella direzione opposta. Infatti, pur citando vari studiosi importanti come Patricia Nelson Limerick, Richard White, William Goetzmann, e soprattutto Richard Slotkin, la narrazione segue sempre un percorso autonomo, acquisendo dalle ricerche altrui soltanto quanto serve a far proseguire la propria. 

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