Romero morto vivente

La lunga sequenza iniziale dell’auto che percorre strade deserte con un commento musicale inquietante doveva essere presente a Stanley Kubrick quando concepì la sequenza iniziale di Shining, dodici anni dopo The Night of the Living Dead, che George Romero aveva girato con un budget molto limitato nel 1968 (114.000 dollari), scrivendolo, dirigendolo, fotografandolo, scegliendo la colonna sonora, montandolo con una febbre artigianale essenziale a un capolavoro del cinema indipendente.

 

Il film, nelle sale, ebbe un successo devastante, e incassò 18 milioni di dollari. Siamo al crepuscolo: la ragazza wasp, bionda, elegante, leggermente isterica, viaggia per una campagna deserta su una strada sinuosa al fianco di un giovane uomo, che capiamo essere suo fratello, uno stronzo; si stanno recando a omaggiare la tomba del padre, sprezzato dal figlio e invece onorato ancora dalla brava fanciulla americana. La ragazza fa una considerazione “romantica” sulla dolcezza inquietante di quel crepuscolo estivo in cui ancora alle 8pm resiste una luce. Ma quella luce è il giorno che finisce, e sta per iniziare “la notte dei morti viventi”. George Romero, morto nel sonno nella notte di domenica 16 luglio 2017 a Los Angeles, a 77 anni per un tumore ai polmoni, in varie occasioni ha parlato di quel suo film magistrale, ma anche ora che è morto non abbiamo una sufficiente sua rivendicazione della “politicità” di quel film, della sua forza metaforica di denuncia di una società intimamente terrorizzata, alienata, corrotta, e in dialogo con la morte di massa. Tra le cose che ha detto, c’era lo stupore per avere avuto una intera carriera cinematografica connotata dagli zombie: il vero orrore, per lui, erano sempre stati i vicini di casa («Nothing scarier than the neighbors!»). Romero riusciva a fare paura senza esagerare con gli effetti speciali: certo, dopo pochi minuti in Night of the Living Dead c’è lo schiaffo del primo piano di un teschio decomposto con un bulbo oculare prominente, ma l’essenza del suo crescendo di terrore consiste appunto nella diffidenza verso l’altro, del vivo che non conosci più che del morto vivente che almeno conosci.
 

 

Stephen King, Sam Raimi, Guillermo Del Toro, Eli Roth, maestri di ben diversi capolavori letterari e cinematografici horror, sono stati i primi a tweettare il proprio sincero cordoglio per la morte del maestro di origini cubane. Solo Stephen King appartiene pienamente al mondo in cui Romero si espresse, e precisamente The Dead Zone (1979) è il suo libro più affine alla “politicità” dell’orrore “ordinario” innestato nelle budella della società americana di allora e – potremmo dire – della nostra società occidentale di oggi. Oggi noi stessi comprendiamo quanto il nostro destino individuale sia totalmente precario non solo per accadimenti individuali (malattie, incidenti) ma anche per “epidemie di follia e di orrore”; il terrorismo islamista ormai introiettato nel nostro sistema di allerta è in grado (come abbiamo visto nella catastrofe di piazza San Carlo a Torino il mese scorso) di mettere in pochi secondi in pericolo di vita porzioni di massa, ovvero folle adunate per amene convention sociali. La psicosi dell’Altro può ucciderci in un baleno senza che l’Altro ci sia, nella piazza, perché l’Altro che potrebbe ucciderci è ormai un virus dentro il nostro sistema immunitario, pronto a scaricare adrenalina irrazionale e pericolosa.


Il vicino oggi è il medio oriente, o il ragazzo arabo di una banlieue, o un tipo con la barba un po’ incazzato con uno zainetto nella metro… Nel cimitero di campagna in Pennsylvania di Romero la radio nell’auto sta spiegando che qualcosa di strano sta capitando, ma il fratello stronzo (stronzo perché indifferente agli altri e quindi anche alla attualità dei notiziari) spegne la radio mentre stanno dicendo che una misteriosa epidemia si è diffusa dopo il rientro dallo spazio di una navicella dal pianeta Venere. Alien, per Romero, è piccolo come un virus, e non è ancora la feroce macchina da guerra divora-uomini che sarà in Alien di Ridley Scott. L’altro, l’alieno, infine nella casupola dove si rifugiano e barricano gli estranei costretti a condividere la lotta per la sopravvivenza è il “negro” Ben, il miglior personaggio di quel film: intelligente, intuitivo (lui per primo scopre che per eliminare un walking dead occorre macellargli il cervello), “caring”, è avversato da un bianco ignorante e idiota, che diffida di lui dopo aver visto lo sfacelo della propria famigliola perfetta al primo assalto zombie. Il decennio sovversivo dei giovani hippie libertari e sessuali, il decennio della battaglia per i diritti civili degli afroamericani, il decennio del Vietnam dove a morire andavano i giovani poveracci bianchi, neri e ispanici al comando di generali wasp, si infilano come mani voraci di zombie in quella casetta barricata che somiglia moltissimo a un dramma da camera di Arthur Miller.

 

 
Sesso e morte – diceva il Marquis de Sade –, sono poli di uno stesso estremo, e come in ogni horror anche in Night of the Living Dead scorre sottile una blanda vena erotica: la brava girl che correndo perde le scarpine come Cenerentola inseguita dalla mezzanotte e resta con collant smagliati; Ben il bell’uomo nero che si china ai suoi piedi feriti nel bunker di legno e li medica, la biondina isterica che urla nella crisi di terrore e il forte uomo afro che la stringe con forza e la placa… Il cannibalismo, anche quello dello zombie, ha una forte traccia ancestrale, perché affondare i denti in una carne viva (il titolo della sceneggiatura originale di Romero era Night of the flesh eaters) ha un suo che molto sessuale; non ci mordicchiamo e graffiamo all’apice di un amplesso che ci fa perdere il controllo? Non “assaltiamo” il corpo del nostro partner avidi di vita e della sua energia?


Il successo del 1968 portò a un primo e un secondo sequel della epopea zombie: Dawn of the dead nel 1978, consapevolmente o meno, rende lampante la critica sociale di Romero; ancora una epidemia catastrofica sfascia il mondo capitalista e consumista e regredisce la società alla preistoria selvaggia; uno degli ultimi baluardi, un elicottero di militari, atterra su un mall, su una grande magazzino; quando dal soffitto Romero inquadra in campo lungo dentro il supermercato vede noi, oggi, noi ancora oggi, vagare come zombie attraverso le corsie piene di carne surgelata, cibo surgelato, cibo bio cellofanato. Noi tutti siamo zombie, chiaramente significava Romero.

 

 

Quando recentemente ha incontrato Greg Nicotero, regista della lunga e fortunata serie tv The Walking Dead, Romero è stato quasi sgarbato: ha detto che ha apprezzato l’originale graphic novel di Robert Kirkman, ma che la serie tv non è che una infinita sequenza “gore”, ovvero uno “splatter” infinito, un noioso e interminabile virtuosismo di trucco e effetti speciali: come si potrebbe in una serie del genere, in mezzo a questi zombie, fare un discorso in qualche mondo “politico”? – ha detto.
È vero, ma come fan di The Walking Dead non possiamo che essere clementi: la catastrofe finale, l’epidemia devastante planetaria, lo studio accurato di serissimi manuali come quello del figlio di Mel Brooks, Max (Manuale per sopravvivere agli zombi) e di definitivamente scoraggianti romanzi e film come World War Z (ancora scritto da Max Brooks e prodotto e interpretato da Brad Pitt, dove gli zombie oltre che pullulanti sono pure maledettamente veloci come topi) per noi oggi è solo questione di attesa. Romero poteva ancora fare un film “politico” nel 1968 perché in qualche modo ipocrisia sociale, famiglia fittizia, moralismo sessuale, discriminazione razziale, degenerazione consumistica gli parevano ancora debellabili. Romero ha passato gli ultimi decenni della sua vita a sorridere coccolato nei festival cinematografici di tutto il mondo come un maestro.
Oggi, rivedendo The Night of the Living Dead, abbiamo di nuovo paura, e anche il nostro vicino di casa, così per bene (che ci saluti o no), a dirla tutta non ci convince per niente.

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