Rossana Rossanda. Questo corpo che mi abita

Mentre nel nostro belpaese infuria con tiepida e non solo maschile ipocrisia il cosiddetto dibattito sul caso Weinstein – artatamente sovrapposto al (confuso con il?) movimento femminile globale autobattezzatosi “#MeToo” – esce per i tipi della Bollati Boringhieri una piccola raccolta di scritti di Rossana Rossanda, intellettuale, politica e donna. Si intitola Questo corpo che mi abita ed è stato fortemente voluto e appassionatamente curato da Lea Melandri, che lo accompagna con una illuminante postfazione da leggere forse prima delle pagine di RR.

Di che cosa si tratta? Dal 1988 al 1997 – dieci anni esatti – uscì in Italia una rivista trimestrale dal titolo Lapis. Percorsi della riflessione femminile (oggi disponibile in formato digitale sul sito). Era diretta da Lea Melandri e aveva una redazione formata da donne di diversa formazione culturale e politica e variegata esperienza di vita. Tra loro Giovanna Grignaffini, Laura Kreyder, Paola Melchiori, Rosella Prezzo, Paola Redaelli, io stessa. Il suo intento non era di entrare nell’agone ‘femminista’, propugnando una propria linea sulla falsariga di altre riviste o aggregazioni di donne che si erano date strutture imparentate con gerarchie chiesastiche o partitiche evidentemente intrinseche al nostro italico dna. 

 

Per citare dalla bella prefazione di Paola Redaelli all’antologia Lapis. Incubi di pace (manifesto libri, 2000), intendevamo «lasciarci alle spalle le semplificazioni ideologiche, le restrizioni imposte dal dibattito politico, il contributo ricco ma specialistico delle studiose di questioni femminili in ogni campo; con l’obiettivo di verificare se mai rimanesse vero che donne apparentemente diversissime ancora avevano, o potevano avere, in comune, ‘fili di una parentela invisibile’. […] Una parentela invisibile ravvisabile certamente non nell’appartenenza a una nobilitante genealogia femminile radicata nel mito o nel riconoscimento di una differenza che spaccia per dato un soggetto femminile in tenzone con quello maschile sul suo stesso terreno, quanto piuttosto nell’essere ciascuna donna, col suo corpo concreto, segnata, marchiata, stretta in una visione dualistica pervasiva ma ineluttabilmente condivisa, che la delega a simboleggiare con le altre – e a pensare – la natura, la vita affettiva e la sessualità separate e lontane dalla cultura, dalla civiltà e dalla storia». 

 

 

Ho citato a lungo da quel testo perché è proprio lì che si incerniera l’amicizia politica che dà vita nel corso degli anni al dialogo a distanza tra Rossanda e Lapis, alla sua collaborazione alle pagine della nostra rivista, spesso in forma di vere e proprie lunghe missive, raccolte oggi nel libro appena dato alle stampe. Sua interlocutrice privilegiata è Melandri, instancabile tessitrice di confronti e scambi basati sull’interesse e la curiosità reciproci, su quell’attrazione che può nascere solo tra due soggetti, diversi e perfettamente individuati, mai sottomessi l’uno all’altro, mai deleganti, affidati, gregari. 

L’oggetto degli scritti di Rossanda e del suo audacissimo dirsi fuori dalle ‘maschere’ inscritte nella sua storia personale e nelle sue convinzioni politiche è il tentativo, anzi la volontà, di rispondere agli interrogativi posti da Melandri e dalla natura stessa della rivista. Ben decisa a difendere scelte d’azione e pensiero che le impongono di provare a contrapporsi al mondo così come è (all’idea che il mondo sia, per definizione, cosa da uomini) e tuttavia lucidamente consapevole del «diaframma culturale» che attraversa la vita dei due sessi condannandoli a un’asimmetria brutale e disumanante, Rossanda accetta la sfida di parlare di sé proprio a partire dal «corpo» che – con inversione geniale – la «abita». 

 

Basta ripercorrere i titoli e i temi degli articoli che Rossanda dona alla rivista per capire di che tipo di sfida si tratti: “Autodifesa di un io politico”, “Un ussaro di nome Speranza”, “Théroigne de Méricourt: né popolana né signora”, “Il profondo e la storia”, “Una soglia sul mistero”, “Lanterne rosse” e, appunto, “Questo corpo che mi abita”. Ragionamenti su dì sé e sul femminile spesso incardinati su figure di donna che, nel corso della storia, hanno scelto di vivere da uomini: Nadežda Durova, l’ussaro autrice delle Memorie del cavalier-pulzella, o Théroigne de Méricourt, un ‘soldato’ della Rivoluzione francese che finirà ‘pazza’ «per odio di altre donne che la riducono pubblicamente a femmina denudata e frustata». 

Concentrandosi su queste figure cangianti che scelgono di negare il corpo sessuato per praticare la propria libertà di esseri umani, ma anche sulle concubine del film di Zhang Yimou, asservite al desiderio maschile e straziate dalla gelosia, Rossanda sembra interrogarsi su di sé e porre a noi tutti una domanda che oggi sembra avere finalmente trafitto le società non solo occidentali. Che possibilità c’è, per chi abita un corpo femminile, di non farsene abitare? Come non essere ridotte a corpo già e sempre determinato (in falso bilico, come scrive RR, «tra maternità e seduzione») senza tuttavia negarlo o subordinarlo? Una faccenda enorme, tutta ancora da investigare, che spiega le goffaggini, i silenzi, le mosse maldestre di tante e tanti che non riescono a pensarsi fuori dai dualismi che hanno infestato secoli di storia sociale e politica. 

 

Curioso che sia proprio Rossanda, una «ragazza del secolo scorso» che aveva scelto di vivere a modo suo en travesti nel mondo degli uomini, a lasciarsi stimolare dalla provocazione politica e intellettuale delle donne e, nel nostro caso, da una specifica donna. Non sono molti i suoi pari di sesso maschile che lo hanno fatto o lo stanno facendo. Ed è un peccato. Ecco perché c’è da augurarsi che questo libro, oltre a d essere letto, sia contagioso.

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