“Salve” per tutti

La colpa è certo delle mamme. Si sa com'erano le mamme d'un dì. Protettive e asfissianti come quelle d'oggi. A differenza di quelle d'oggi, però, direttive, educatrici, rigorose. E qual era uno dei primi insegnamenti sociali impartiti da una mamma alla propria creatura? La piccola Veronica ha due linee di febbre e il medico, anzi il dottore, viene a sera a visitarla: “Di' buonasera al dottore”. Si entra dal gelataio? “Di' buongiorno, Giannino”.

S'imparava e si cresceva così, con in testa una differenza. Da un lato, “Ciao”, informale e familiare. Adatto a compagni di scuola o di gioco, a coetanei incrociati per caso. Dall'altro, “Buongiorno”, “Buonasera” e così via. Differenziati in funzione del momento in cui li si proferiva. Abiti puliti e decorosi, per andarci a spasso per il mondo. Dovuti a persone meritevoli di un segno di cortesia, ma anche di una distanza reciproca e rispettosa.

 

Poi, le mamme devono avere smesso. Non si sa perché. Deve essere successo qualcosa già all'altezza dell'infanzia della generazione oggi tra i quaranta e i cinquanta. Al girare del secolo, nella vita quotidiana ha cominciato a dilagare un inopinato “Salve”. Quello che, letterario e latineggiante, si leggeva a scuola, si ascoltava in parrocchia e stava scritto sugli stoini. 

Con il “Salve” d'oggi il latino non c'entra. La prova? Se un giovanotto vi incontra per le scale in compagnia di una signora, non attendetevi che vi dica “Salvete”, come dovrebbe, visto che siete in due. D'altra parte, è credibile che mamme a milioni si siano prodotte in didattici “Di' salve al dottore”? No. Sulla pratica educativa, insomma, deve essere scesa la notte. Alle povere creature, rimase solo la TV.

 

Lì appresero forme di saluto diverse da “Ciao”. La TV: con l'italiano improbabile di telefilm americani e cartoni animati giapponesi. I “Salve” vi si sprecavano. A dirci perché dovrebbero essere gli esperti di doppiaggio. 

Ma una lingua può mutare, si dirà, una cosa tanto socialmente importante, come il saluto, per una ragione così bislacca? Pare di sì. Lo spirito del tempo splende e si manifesta nelle ragioni bislacche. Dove, altrimenti? E poi, chissà se il cambiamento ci sarà sul serio. Attendiamo notizie da chi leggerà queste righe tra cento anni. Gli si vuole lasciare un segnale, però. 

“Salve”, sappia, è formula di un saluto indeterminato. La nebbia di tale indeterminatezza offusca le differenze. Dire “Ciao” o dire “Buongiorno”, “Buonasera” era assumersi un peso e una responsabilità. E un ruolo preciso in un'interazione sociale. Fosse rispetto, fosse cortesia, fosse pure violenza, a dire “Ciao” o a dire “Buongiorno”, “Buonasera”, si mostrava consapevolezza delle proprie azioni. Nulla escludeva che tali azioni fossero infami. Tale fu talvolta il “Ciao” non reciproco che, fuori dei contesti appropriati, si sentiva rivolgere a chi si voleva tenere per inferiore e diverso. Ma anche a riparare casi del genere, un “Salve” basta oggi a fare le veci di un doveroso e rispettoso “Buongiorno”? No.

 

 

Perché “Salve” è un saluto pelosamente democratico e fintamente affettuoso. Falsa anticaglia, latino taroccato e autentica patacca. Appiattisce ogni persona che incontra e chiunque lo proferisca. Come appiattisce del resto il momento in cui lo si proferisce. “Salve” è il baratro del nulla che si spalanca oggi al di là del “Ciao”. Ma è l'andazzo. Contro un andazzo non c'è ragione che tenga.

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