Santiago Sierra. Il denaro e la colpa

In quest’epoca di crisi, di conflitti e di ascesa di nazionalismi, gli artisti o scelgono di disinteressarsi ai fatti del mondo ripiegandosi su loro stessi – e quindi, nei casi più felici, grandi narrazioni sull’io, sull’esistenza, sulla psicoanalisi – oppure, al contrario, operano una critica delle condizioni sociopolitiche del nostro tempo. Spesso il rischio è quello di scadere in una retorica buonista, quando non superficiale, oppure di produrre mostre densissime, complesse, cerebrali, forse più simili ad una tesi di laurea in Scienze Politiche. Pochi sono in grado di mettere a nudo i meccanismi del sistema dall’interno come Santiago Sierra (Madrid, 1966), con durezza e rigore, ma anche in maniera lineare.

 

Santiago Sierra, Black flag.


L’artista infatti individua un problema, una falla nel tessuto sociale, e lo mostra per quello che è. Spesso realizza performance controverse in cui sfrutta direttamente con quelle fasce di popolazione in cui si individua una criticità (come disoccupati, immigrati, prostitute) per dare loro voce. Offre loro un salario minimo per svolgere azioni spesso inutili quando non dolorose, come farsi tatuare una linea sulla schiena, come in “Riga di 250 cm tatuata su 6 persone retribuite”, realizzata nel 1999 a L’Avana. Di questi meccanismi di sfruttamento e di queste differenze sociali siamo tutti colpevoli. Ecco quindi due parole chiave della sua pratica artistica: il denaro e la colpa. 

 

Santiago Sierra, Burned word.


Ne ho discusso con Santiago Sierra, che ho incontrato al PAC in occasione di “Mea Culpa”, la sua prima mostra antologica in Italia. Restio a parlare, non è uno di quegli artisti che di norma rilascia interviste. Riusciamo a scambiare qualche parola dopo la conferenza stampa. Per prima cosa dice di essere felice della mostra perché ha potuto agire in totale libertà. Di norma è un lungo processo di negoziazione, di addomesticamento, mentre in questo caso ho fatto quello che volevo nonostante siano opere dense e problematiche. Questa non è una cosa normale e perciò è preziosa. Un pregio della mostra è quello di essere prevalentemente costituita dalla documentazione, a parte alcune opere sculturee, l’installazione al primo piano “21 moduli antropometrici di materia fecale umana realizzati dai membri di Sulabh International” e le due performance realizzate in occasione dell’opening (una con alcuni senzatetto di Milano su compenso pari a 10 euro, l’altra invece con un veterano di guerra pagato per stare in piedi rivolto contro a un muro).

 

Santiago Sierra, Cube of carrion, 2015.


In questo modo non viene snaturata la sua pratica artistica, cosa che sarebbe facilmente accaduta integrando nell’allestimento alcuni oggetti usati nelle sue azioni, unicamente come feticcio/reliquia. Chiedo a Santiago in che modo realizza le sue performance e con quale criterio sceglie le persone che vi partecipano: Le persone in realtà si scelgono da sole. Si rendono disponibili volontariamente e ciò che ne risulta è una sorta di tracciato della nazione. Il salario minimo mette a nudo una verità: chi è disposto a fare qualcosa per pochi soldi è perché sta male ed ha fame. Per “Forma di 600x57x52cm” sono stato anche tacciato di nazismo per questo, perché si erano rese disponibili solo persone di colore.

 

Egli stesso definisce la sua pratica “antitesi della partecipazione”, in quanto chi partecipa alle sue performance si limita a fare ciò per cui è pagato. Negli anni ’70 la partecipazione aveva un altro senso, significava partecipare all’evento culturale. Vi era un forte senso di partecipazione alla società. Oggi partecipazione significa vendere il proprio tempo a terzi. 

A questo proposito, nel suo saggio del 2004 “Antagonism and Relational Aesthetics”, Claire Bishop, dopo aver messo in luce la matrice marxista del lavoro di Santiago Sierra, afferma che la sua pratica è relazionale (in riferimento a Bourriaud) nel senso che problematizza la natura delle interazioni tra individui, che sono sempre spaccate in due e determinate da rapporti di potere. Non riconcilia nessuno, anzi amplifica la tensione: il conflitto resta irrisolto. Sfruttatore e sfruttato, vittima e carnefice sono entrambi parte del sistema, e perciò ciascuno è colpevole.

 

Santiago Sierra, Veteran ukraine.


La mostra inizia già dal titolo, che è stato scelto dai curatori Diego Sileo e Lutz Henke e permette una chiave interpretativa del mio lavoro. È una provocazione. La colpa in realtà non esiste. È una parola chiave che spiega il sistema: serve infatti al sistema per creare un colpevole. Probabilmente se avessi dovuto dare io il titolo alla mostra, avrei scelto qualcosa nelle mie corde di molto descrittivo come “Santiago Sierra: 50 lavori” oppure “Santiago Sierra: 50 opere”. Normalmente scelgo titoli descrittivi che riportano numeri, cifre. Sono titoli che non nascondono nulla, anzi rivelano, mentre “Mea culpa” invece interpella il visitatore. Non dà risposte, ma al contrario invita ad interrogarsi sulla struttura del sistema in cui viviamo. Ben consapevole del reale impatto della sua pratica artistica nel mondo reale, afferma: Io faccio l’artista perché non posso fare altro. Questo è un mondo dominato dal mercato e dalle guerre. Verrà poco influenzato da quello che faccio io.

 

Santiago Sierra. Mea Culpa, a cura di a cura di Diego Sileo e Lutz Henke, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea (29 Marzo 2017 - 04 Giugno 2017).

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