Gianrico Tedeschi. Un omaggio

Non volendo, sorprende.

Alla stretta di mano ferma, alla voce di timbro profondo. Una voce in fondo solida, seria, come si poteva esser seri prima: senza obbligarsi all’autoironia. Dentro quel corpo cosi magro, in parte trasparente, quel tono grave, ampio, è un fatto.

Tra i camerini di un teatro Franco Parenti di andazzo domenicale e spopolato, accasciato silenziosamente su una panca dietro la Sala Grande, Gianrico Tedeschi aspetta. Aspetta che la moglie, Marinella Laszlo, che legge un romanzo in greco moderno – per mantenere il vocabolario, che le lingue se non le pratichi – si prenda un caffè.

Sono le tre. In scena alle quattro meno un quarto. E voi? Chiede la moglie. Noi alle tre e mezza. Ah. È un peccato non vedersi mai… Già.

 

 

Ma io, lui, l’ho visto.

Cioè, ho vista una filata.

Che è un tipo di spettacolo al tempo maggiore e minore di quello col pubblico vero. È una prova che ambisce a spettacolo. E sono belle le filate perche hanno un movimento specifico, una tensione unica, verso la cosa che ancora non è. Agiscono in quel luogo assoluto del momento prima: una filata ha un doppio tempo interno, quello dello spettacolo e quello che lo precede.

 

La filata con Tedeschi aveva anche un terzo tempo interno: il suo.

Imprevedibile, pensieroso, credibile, mai scontato, sensibilmente vicino a ogni cosa che dice, fa, agisce, stando sdraiato in un letto e semplicemente parlando. Tedeschi controlla la cosa teatro da un luogo tutto suo.

E guardandolo in scena ho visto una cosa che per natura difficilmente ti si piazza sotto gli occhi: il senso. Nello specifico, il senso di fare teatro.

 

 

Gianrico Tedeschi ha 94 anni e ha perso in parte la memoria breve. Questo lo obbliga a stare in scena con un auricolare dove gli si sussurra la frase che dovrà dire un secondo dopo e che lui, se aiutato nell’attivazione della memoria breve da un sostegno esterno, in fondo ha già assimilato nella memoria seconda, come ha assimilato e dimenticato l’intero testo.

 

Questo costante ricordare una dimenticanza saputa e questo suo calcare le scene da una vita, che oramai si sovrappongono, lo rendono speciale allo sguardo e all’ascolto: intento in modo assoluto. Infatti quando poi parla la sua voce, la sua faccia e il suo corpo che tutti dicono cose, lo fanno dal luogo del pensiero e del senso. Non dell’ascolto e della ripetizione. Lui ha questa capacità: interpretazione immediata e giusta.

 

 

Lui sa, sapeva, ha saputo, poi ha dimenticato e ricordato e ogni sera dimenticato per poi ricordare di nuovo e dimenticare. E allora in questo infinito movimento tra memoria breve, lunga, nessuna memoria; tra fuori, dentro, fuori; tra respiro, ricordo e pensiero, niente è solo detto, tutto è profondo e abitato. Tutto è intenso e leggerissimo. Sempre e comunque attraversato da un soffio vitale spesso troppo assente dai vivi.

Praticamente una parte di te dubita che si tratti di uno spettacolo sebbene l’altra parte lo sappia perfettamente. Ma qualcuno in te si chiede: cosa sto guardando? Potrò stare qui? Come sono arrivata a casa di questo signore?

Ed è di questo che volevo parlare: dell’incantesimo Tedeschi.

 

Perché pur sapendo che c’è un suggeritore, dopo due minuti tu che guardi dimentichi auricolare e età, e subisci una cosa che a teatro quasi non subisci più: fascino.

Sono chiaramente di parte. Di parte sua.

Sono dalla parte di Gianrico Tedeschi, incondizionale, sfegatata.

Perché guardandolo mi sono ricordata di colpo perché uno fa teatro e perché uno lo va a vedere. Ho sentito quello che si dovrebbe sentire sempre, rispetto a questa vocazione e non solo mestiere, che francamente non si sente quasi più. Ho riconosciuto il desiderio fondante: trascendere.

 

 

E chissenefrega di essere oggettivi. Questa è una soggettiva su un oggetto che ha, semplicemente esistendo, a sua volta oggettivato un soggetto che lo guardava.

Perché mentre lui fa il suo su quel palco, riesce in quello che molti, inclusa chi scrive, non riescono sempre o forse mai: ti prende e ti porta con lui e non ti lascia mai, neanche un attimo, da solo con te stesso, nella tua testa, nelle tue ossessioni.

 

Oggi, a 94 anni suonati, ancora e sempre sul placo, è di quei rari artisti abitati pienamente da qualità transitive. Ti trasporta, ti sbatacchia, fa di te quello che gli pare. Ti sposta da lì.

Questa è una forza rara. Più comune nel traslocatore che nell’artista-attore oramai. Certo, uno non è che è artista sempre, è artista ogni tanto e nel mentre riempie di mestiere. Ma in lui arte e mestiere sono oramai tutt’uno.

Forse è sempre stato cosi, Gianrico Tedeschi, ma io questo non lo so.

 

 

So però con certezza che questo spettacolo va visto. Andrebbe visto e rivisto. Non studiato e osservato, solo visto, presenziato, perché quello che succede lì è più dell’ordine dell’esperienza sensibile che del ragionamento. Un’esperienza di teatro, percettiva, interna, estremamente profonda che dandoti sollievo da te, e parlando all’umano in te, in fondo, in qualche modo, all’uscita, ti rigenera.

E sebbene questa non sia una recensione ma un omaggio, è evidente che tutto questo non potrebbe chiaramente succedere se non ci fosse un contesto accorde e propizio.

 

La mia era una filata di Farà giorno, di Rosa A. Manduini e Roberto De Giorgi.

Un testo tutto scritto e sviluppato su un unico piano narrativo – cosa che io credevo a torto non si potesse più fare – che invece in tanti momenti, piano unico e tutto, ti prende e ti commuove. C’è poco da fare, il tuo spirito critico di fronte a questa prova, si arrende.

C’è anche da dire che è diretto con malie avvolgenti, calma e simpatia, agio assoluto e uno swing tutto suo, tra il magistrale e l’affettuoso direi, da Piero Maccarinelli.

E che la franca bravura degli altri attori in scena con lui, Alberto Onofrietti ed Elisabetta Femiano, compone l’equilibrio senza stonature di uno spettacolo che trova due volte pienamente il suo perché: prima accadendo e poi nel ricordo, nella profonda impressione che ne deriva.


 

Gianrico Tedeschi in Farà giorno, commedia in due atti di Rosa A. Menduni e Roberto De Giorgi con Elisabetta Femiano, Alberto Onofrietti, regia Piero Maccarinelli.

Dal 21 al 23 novembre a Napoli; dal 25 novembre al 7 dicembre a Ostia; dal 18 a 21 dicembre a Torino.

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