Il rapimento di Europa

Si parte dalla mitologia greca per arrivare alla più stretta attualità nella quale siamo immersi. Per renderci conto che poi tutta questa distanza forse non c’è. È una riflessione che viene abbastanza naturale dopo che si è visto Il ratto d’Europa, in scena fino all’undici maggio al Teatro Argentina di Roma. È uno spettacolo davvero sui generis e lo è per molti aspetti: per la genesi che si porta dietro, per il suo percorso produttivo, ma anche per l’utilizzo degli spazi del teatro. Gli attori irrompono spesso nella platea e sbucano dai palchetti di ogni ordine creando scompiglio tra gli abbonati e i tanti studenti presenti in sala.

 


Tutto inizia nell’estate del 2011 dall’incontro di idee del regista Claudio Longhi e di Pietro Valenti, direttore di Emilia Romagna Teatro e coproduttore assieme al Teatro di Roma. Punto di partenza della ricerca è l’orientamento verso una nuova drammaturgia e verso processi creativi innovativi e inconsueti. È il momento storico in cui, nelle case degli italiani, entra la parola spread, con la prepotenza che gli affari economici sanno avere, ed è anche l’estate in cui l’ombra del commissariamento da parte delle istituzioni europee aleggia pesantemente sul nostro paese. In questo scenario Longhi decide di mettere al centro del suo nuovo spettacolo l’idea di Europa. “Nel momento in cui abbiamo deciso di affrontare questo tema, la chiave che abbiamo utilizzato è stata quella dell’apertura, ossia di non prendere una posizione dogmatica, pre-concetta, per cui ci si schierava pro o contro l’Unione, ma in qualche modo di mantenere un’apertura di sguardo che consentisse di interrogarsi il più liberamente possibile rispetto al tema dell’UE” afferma Longhi.

 


Il sipario si apre su un palcoscenico dove gli attori si presentano in tenuta da notte, ognuno con un peluche a rappresentarne la personalità. Sulla scena irrompe dall’alto un enorme topo-peluche dagli occhi giganti. Il palco è abitato da materassi colorati e da un televisore le cui immagini sono duplicate in un grande schermo da proiezione. Qui passeranno vecchi spezzoni televisivi, dalle signorine buonasera alla sigla dell’Eurovisione fino a stralci di telegiornali che ci riportano ai giorni nostri e alla sciagurata crisi della tanto vicina Grecia. Molto presto si delinea la struttura precisa (a volte forse troppo didascalica) che contraddistingue l’intero spettacolo, articolato in una sequenza di prove che i nostri protagonisti dovranno affrontare con l’escamotage (divertente) di quel modello oramai lontano nel tempo dei Giochi Senza Frontiere. Il fine è provare a creare una coesione di quell’Europa dilaniata oggi da silenziosi e rumorosi conflitti per dimostrare che ancora una certa vitalità del “contenitore Europa” è possibile. Ed è molto interessante il parallelismo che si crea tra il fine dello spettacolo, la creazione di una immaginaria coesione europea (o il perfezionamento dell’integrazione fin qui raggiunta, a seconda dei punti di vista), e l’unione che nasce tra i singoli attori che, allo stesso modo, debbono rendere forte e solido il loro “fare gruppo” per abitare insieme la  scena.

 

 

Dall’articolazione delle numerose prove è facilmente rintracciabile il percorso di drammaturgia collettiva svolto, a Modena e a Roma, attraverso due anni di laboratori teatrali, incontri e conferenze con persone di differenti fasce di età, di orientamento religioso e con rappresentanti del mondo delle professioni. A tutti questi soggetti è stata chiesta una riflessione su cosa significhi “Europa” e su cosa significhi “Europa oggi”. Inoltre, ogni sera, a dare un proprio punto di vista, sono chiamate su palco personalità diverse del mondo non solo della politica: dalla ex ministra Kyenge a Daniel Radcliff fino a Ennio Morricone.


Le parole chiave che danno i titoli alle prove attraversano la storia europea in maniera trasversale e vanno a scavare nella memoria di un Vecchio Continente che dopo secoli e secoli è arrivato fino a oggi. È un modo particolare di raccontare come l’Europa sia vista e vissuta nel nostro paese: si va da luoghi comuni come l’Erasmus o le differenze linguistiche fino a temi rispetto ai quali continua a esserci scontro. Penso alle questioni dei confini, ai muri costruiti e alle guerre. A questo proposito è emozionante e probabilmente è uno dei momenti più teatralmente riusciti dello spettacolo il tragico elenco di cinquanta guerre che hanno seminato vittime e dolori, a partire da quelle romane fino agli scontri più attuali.


Il regista si aggrappa a un mito per riflettere sul nostro oggi: il mito della bella Europa rapita da Zeus, lei che era una principessa fenicia che veniva dall’Asia (sic!). E questo fa traballare le nostre certezze. Secondo Longhi, allora “è come se il mito ci dicesse che Europa non è un concetto definito, ma Europa è un qualcosa che va cercato, che va trovato. Il mito parla dell’Europa anche come avventura: è qualcosa che si dà nel suo farsi”. E di quel farsi noi siamo i testimoni e gli attori.

Lo spettacolo, premio speciale Ubu 2013, è in scena fino all’11 maggio al teatro Argentina di Roma

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