Jessica, Pina Bausch and me

Una conversazione con Cristiana Morganti

La memoria è una sposa che danza con il fuoco. Un sorriso da dentro il silenzio di parole che scavano nella gioia faticosa di una professione che lascia fratture indelebili sul corpo e nello sguardo. Cristiana Morganti, storica danzatrice del Tanztheather Wuppertal Pina Bausch, è sola in scena, ma la sua nuova creazione, Jessica and me, vista in anteprima al Funaro di Pistoia, non è tanto un assolo, quanto un passo a due con la sua storia. I momenti della sua formazione d’arte e di vita compongono i movimenti sul palco: il diploma in danza classica all’Accademia Nazionale di Danza di Roma, l’addio all’Italia, l’arrivo a Wuppertal nel 1993, la necessità di guardare oltre la scomparsa del Maestro.

 

ph. A. Carrara

 

Dopo Moving with Pina, una “conferenza danzata” omaggio alla Bausch, Cristiana Morganti con Jessica and me firma idea, coreografia e interpretazione di una “biografia spettacolo” che cerca la verità, tutta e nient’altro, delle radici e dell’eredità di essere se stessi. La collaborazione artistica è di Gloria Paris, la consulenza musicale di Kenji Takagi, le scene e i video sono opera di Connie Prantera, il disegno luci di Laurent P. Berger e la produzione è del Funaro, che è anche stato residenza artistica per la creazione (coproduzione della Fondazione I Teatri – Reggio Emilia). All’indomani dell’anteprima, siamo riusciti a raggiungere Morganti per telefono, quando già aveva la testa in Germania, ma i piedi ancora saldi al Funaro.

È stato più difficile raccontare Pina oppure se stessa?

È più facile parlare di qualcun altro. Quando ti guardi, vedi anche delle cose dolorose della tua vita: non l’avevo previsto, non volevo farlo, però è successo. Pina è una parte importante della mia vita, è presente nel mio presente perché sono ancora nel Tanztheather, però ho voluto parlare soprattutto di dove mi sento adesso, raccontare come sto cercando il mio percorso personale. La mia paura più grande, comunque, era di fare qualcosa di autocelebrativo e per questo ho lavorato molto sull’autoironia.

 

Pina Bausch, ph Spyros Staveris

Infatti, la spina dorsale di Jessica and me è la sua voce registrata che ci fa sentire i bizzarri pensieri di un danzatore mentre danza e le domande che le pone un mangianastri in un’esilarante intervista con se stessa in cui tritura i giornalisti che storpiano i nomi, sbagliano le date, in sostanza non sanno di cosa parlano, ma pretendono di dirlo lo stesso.

Io sono figlia unica e quando giocavo mi inventavo dei personaggi. Jessica era uno di questi: con lei facevo delle lunghe interviste. Pensando a quali testi potevano esserci sotto lo spettacolo, ho cominciato a lavorare con un registratore. Improvvisamente mi sono ricordata di quando ero bambina e ho trovato che poteva essere divertente questo gioco con me stessa.

Lo spettacolo inizia con la sua camminata in diagonale, attraverso un buio che si fa luce a poco a poco. Poi, verso metà spettacolo, la riprende muovendosi però dentro scarpe molto più grandi della sua misura. Quella linea sembra quasi la congiunzione tra chi è lei adesso e chi è stata fino a ieri: due punti paralleli, ma opposti, distanti. Che forza esprime la diagonale per lei?

In generale, nella danza la diagonale è un elemento dinamico, che tu la faccia lentamente o velocemente introduce subito del dinamismo nello spazio. A me serviva a creare un cliché di certi spettacoli che cominciano in questa maniera così solenne, andare verso un punto, chissà dove. Poi mi sono resa conto, è vero, che questa diagonale ha anche una forza drammaturgica. Così, quando ho deciso di utilizzare l’immagine delle scarpe sproporzionate, in cui è difficile camminare, ho immediatamente pensato di usare quella stessa diagonale.

 

ph. A. Carrara

Al mattino ci stiriamo per riprendere consapevolezza del nostro corpo. Solo allora possiamo iniziare il giorno: quando siamo tutti interi. Con Jessica and me si riapproria di tutto quello che ha vissuto?

Sì, questo è sicuramente giusto. Ho sempre dato la mia parte creativa a Pina: a volte teneva le mie idee così com’erano, a volte, invece, prima di metterle nei suoi spettacoli le stravolgeva, le modificava completamente. Dopo tanti anni con lo stesso creatore che ha una visione geniale del teatro, come aveva Pina, molto chiara, molto connotata, questo spettacolo mi è servito per prendere coscienza del mio materiale, per ricongiungermi con me, con chi sono io. Per esempio ho scelto, proprio in maniera forte, di mettermi i pantaloni. Non c’è un solo spettacolo di Pina dove le donne hanno i pantaloni, lei detestava le donne in pantaloni. Nel mio universo, invece, anche le donne li portano.

Quindi che cosa le ha dato e cosa, invece, le ha tolto Pina Bausch?

È impossibile fare una lista di tutto quello che Pina ha dato a me e a tutti i danzatori che hanno lavorato con lei. È immenso, è incommensurabile, direi, al di là delle parole. Quello che ci ha tolto è stato il fatto di essere autonomi. Credo, però, facesse parte della situazione, nel senso che tu decidevi di lavorare con Pina e lei decideva di lavorare con te: era un commitment della vita, non solo del lavoro. Eravamo una famiglia (in parte lo siamo anche adesso), protetti, viziati e in questa specie di bozzolo non avevi il tempo di fare la tua strada personale. Quando poi lei non c’è stata più, mi sono accorta che era come se avessi le gambe traballanti, come nella scena della camminata con le grandi scarpe di cui parlavamo prima, perché non avevo sviluppato proprio la muscolatura per star da sola. Tutto quello che dico nello spettacolo è vero: senza il suo famoso sguardo non sai bene che cosa sei. Parlo per me, naturalmente, non per i miei colleghi.

 

ph. A. Carrara

Gli spettacoli sono fatti dalle persone, ma anche dai luoghi. Quanto deve Jessica and me a uno spazio magico come il Funaro?

Mi sono sentita accolta, incoraggiata, tutte le mie richieste, anche le più assurde, sono state prese sul serio. Non è un teatro, una struttura come sono abituata a vivere, con tecnici, sarti e tutto il resto. Però a ogni piccolo problema hanno immediatamente reagito con grandissima disponibilità ed è stato impagabile, devo dire. Poi il Funaro è un posto vivo, c’è un via vai di bambini, ragazzi, gente che fa lezione: è stupendo che ci sia un interesse così forte per l’arte, per il teatro. Nel 2010, quando venni la prima volta per Moving with Pina [anche questo solo, il primo di Morganti, è stato prodotto dal Funaro, NdR] non era così, c’erano meno corsi, c’è stata una crescita fortissima. È importante che la vita continui a vivere vicino a te quando stai creando uno spettacolo, non ti senti isolata, non ti intristisci, se fossi stata un mese chiusa in una stanza sarei impazzita. Dall’altro lato, è chiaro che questa cosa ha anche un lato negativo, perché quando si avvicina il momento della première avresti bisogno di meno movimento intorno a te. L’altra cosa fondamentale per Jessica and me è l’aver provato e debuttato in una piccola sala: non potevo astrarmi, il pubblico si sente, è a un metro. Perciò, l’ho incluso subito nelle mie sensazioni, nella mia relazione con lo spazio. Spero che questo rapporto si manterrà anche in luoghi diversi.

 

ph. A. Carrara

Lo spettacolo sarà in debutto assoluto il prossimo 11 ottobre al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia, nell’ambito del “Festival Aperto” della Fondazione I Teatri. Si è già fatta tutte le domande e si è già data tutte le risposte oppure ha ancora qualcosa da scoprire?

Tutte tutte no, assolutamente no! Ho ancora tantissime domande, posso fare altri dieci spettacoli con tutte le interviste che questo mio alter ego mi ha fatto. Jessica and me sta nascendo, non è ancora nella sua forma definitiva. Sai quando ci sono le cicatrici che ancora le senti? La sfida grande per me è stata quella di creare uno spettacolo in cui sono fuori e dentro. Quindi devo digerire tutto quanto, rivederlo da fuori, mettere un po’ di distanza per capire cosa funziona e cosa no. Non è che lo sconvolgo, però penso che ci sarà una nuova fase di lavoro prima di presentarlo a Reggio Emilia.

 

ph. Anna van Kooij

I suoi colleghi del Tanztheater come vedono il suo percorso solista?

La compagnia era in tournée in Asia. Ho dovuto contrattare di non partecipare a uno spettacolo per poter fare questa creazione. Quindi tutti sanno che ero impegnata, però non sono l’unica che comincia a fare i suoi passi, i suoi tentativi, anche perché la compagnia si avvia a dei grossi, grossi cambiamenti strutturali. Abbiamo un nuovo direttore artistico, da quasi un anno, che è Lutz Förster [danzatore storico del Tanztheather, NdR]. Mi trovo molto bene con lui, ha una visione realistica della situazione, della compagnia, del repertorio, di tutto quello che si può ancora fare, di quanti danzatori nuovi bisogna prendere. Siamo in una situazione molto viva, in trasformazione: per Förster è normale che i danzatori facciano i loro tentativi, i loro piccoli o grandi progetti. Da cinque anni, da quando cioè è morta la Bausch, non abbiamo più creato, ma noi siamo tutti dei creativi, chi di più chi di meno, non siamo degli impiegati della danza, sennò non avremmo lavorato con Pina. Bisognerà vedere come andrà Jessica and me, se ci saranno molte date dovrò capire come organizzarmi con il Tanztheater. Però, insomma, sicuramente ci riuscirò.

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