Rimini Protokoll a Milano

Perché accontentarsi della finzione quando la realtà ha così tante storie da raccontare?

Sembrano pensarla così i tedeschi Rimini Protokoll, collettivo di registi fondato nel 2000 da Helgard Haug, Stefan Kaegi e Daniel Wetzel e premiato nel 2010 dal Leone d’Argento della nostra Biennale.

Da Bangalore a San Pietroburgo, da Atene a San Paolo, nelle (molte) creazioni dei Rimini Protokoll i presupposti restano coerenti: l’idea è quella di scegliere alcuni segmenti di realtà e di offrirli allo sguardo del pubblico sotto una lente di ingrandimento. Una simile operazione ha, naturalmente, una vigorosa valenza politica e i segmenti selezionati sono spesso quelli più dolenti, problematici, contraddittori del nostro contemporaneo: in Sabenation: Go Home & Follow the News i protagonisti sono i controllori di volo licenziati della Sabena Airline; in Cargo va in scena la vita ripetitiva e alienante dei conducenti dei camion per il trasporto merci; in Call-Cutta il pubblico è chiamato a interagire con gli operatori dei call-center indiani.

 

Rimini Protokoll, Ph. Luca Meola

 

All’eclissi - o alla trasformazione - del concetto stesso di rappresentazione si accompagna, inevitabilmente, un ripensamento profondo dello spazio scenico: il palco diventa, per lo più, una sezione dello spazio urbano appositamente selezionata, o un luogo chiave per l’argomento trattato (in una delle versioni di Call-Cutta ogni spettatore è solo in un ufficio impersonale).

Non sono molte in Italia le occasioni per entrare in contatto con il lavoro rigoroso dei Rimini Protokoll, capace di aprire voragini e panorami inediti nella nostra pigra percezione delle cose, dell’ambiente, delle relazioni: per questo è da non perdere l’appuntamento con Remote Milano (ancora fino al 9 novembre) organizzato da ZonaK, una piccola realtà milanese attenta alle esperienze di contaminazione tra le arti.

 

Si tratta di una camminata di un’ora e mezza per Milano cui possono prendere parte cinquanta spettatori comandati in remoto (da qui il titolo) attraverso l’uso di una cuffia: una voce elettronica, forse una qualche forma di intelligenza artificiale, diviene la guida per esplorare la città. Ogni partecipante ha in principio l’impressione di vivere un’esperienza di intimità e riflessione; il Cimitero Monumentale – suggestivo punto di partenza per il percorso – offre l’opportunità di un viaggio pensoso tra lapidi e statue, mentre il dispositivo ci invita a ragionare sulla morte o a soffermare lo guardo su una qualche fotografia tombale.

 

Rimini Protokoll, Ph. Luca Meola

 

Ma Remote Milano è anche un esperimento di coabitazione forzata, come appare chiaro dallo sviluppo della drammaturgia: nel partecipare alla performance siamo chiamati a entrare in relazione con gli altri spettatori, e ci percepiamo presto come parte di un gruppo (o, per dirla con i Rimini Protokoll, di un’“orda”). Poi, come in un gioco di scatole cinesi, quel gruppo si scopre a sua volta inscritto in un insieme più ampio: quello dei milanesi che condividono lo stesso palcoscenico fatto di incroci, stazioni, semafori e che guardano l’orda perplessi o divertiti. La città diventa un gigantesco videogioco che gli spettatori sono invitati ad animare ballando, correndo, sedendosi e alzandosi: sono i cittadini a essere spettatori di un bizzarro flashmob, o sono i partecipanti a guardare con altri occhi uno spettacolo che hanno davanti ogni giorno?

 

Rimini Protokoll, Ph. Luca Meola

 

Con Remote Milano emerge chiara la volontà dei Rimini Protokoll di ripensare il ruolo del pubblico: non semplice insieme di ascoltatori ma corpus di utenti attivi, consapevoli, con possibilità di scelta. Si tratta di una tendenza non certo inedita, che sta proliferando anche nella scena italiana; dai percorsi sensoriali, alle cene condivise, a perfomance per un solo spettatore che instaurano uno scambio paritario con il performer, il teatro cerca una propria dimensione 2.0.

 

Rimini Protokoll, Ph. Luca Meola

 

Alcuni gruppi lavorano con serietà in questa direzione (basti qui citare Cuocolo/Bosetti, il Teatro delle Ariette o il Teatro del Lemming); ma in altri casi si ha la sensazione che la sollecitazione diretta sia una scorciatoia, un gioco volto a ottenere attenzione, una formula che seduce ma che non veicola contenuti significativi. È ben chiaro che la proposta dei Rimini Protokoll si colloca a un alto grado di consapevolezza e che la drammaturgia è pensata in stretta relazione con il dispositivo scenico. I temi chiave qui accennati – i rapporti oppositivi uomo/macchina, realtà/finzione, individuo/gruppo – sono esplorati senza superficialità e sottolineati da passaggi di testo aguzzi. “Presto diventerò la tua migliore amica”, promette (o minaccia?) la voce in cuffia; e non si può fare a meno di pensare a certe inquietanti derive del progresso tecnologico, come il rapporto personale che siamo invitati ad avere con Siri, l’assistente vocale di Apple.

 

Rimini Protokoll, Ph. Luca Meola

 

Remote Milano può sembrare un gioco di immediata godibilità e può risultare facilmente coinvolgente anche per un pubblico insofferente al teatro; ma a uno sguardo più attento non sfugge l’indagine sottile su alcune delle crepe più profonde del nostro contemporaneo. A fare la differenza in questo come in altri lavori dei Rimini Protokoll sono il rigore e la fortissima e percepibile coscienza politica: due elementi troppo spesso assenti dalle nostre scene.

 

Si replica fino al 9 novembre. Partenza dall’ingresso principale del Cimitero Monumentale (dal martedì al venerdì ore 15.00, sabato e domenica ore 11.30 e 15.00). 

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