Scissione PD

Quali sono le vere ragioni della recente scissione dal Partito Democratico? Alcuni dicono che non si tratti di una scissione quanto piuttosto di una disgregazione del PD. E colpa ne sarebbe l’incapacità di Matteo Renzi di mediare tra i vari leader e anime del partito. È probabile che Renzi abbia commesso errori e che manchi di talento mediatore, ma credo che il processo di frammentazione del PD vada al di là di meriti o demeriti di singoli: declina all’italiana un processo di crisi globale, che dall’esterno appare suicidario, della sinistra occidentale. 

Oggi la sinistra è fortemente divisa, e quindi perdente, nella maggior parte dei paesi. Negli USA molti che avevano votato Bernie Sanders, e che detestano Hillary Clinton come emblema dell’establishment, non hanno votato, permettendo così la vittoria di Trump (ma conosco personalmente vari americani che hanno votato per Sanders alle primarie e per Trump come presidente). In Gran Bretagna si approfondisce la spaccatura tra i deputati laburisti, che sono su posizioni di sinistra moderata, e la base del partito laburista, che appoggia il segretario socialist Jeremy Corbyn. In Francia per le presidenziali la sinistra schiera ben tre candidati: Jean-Luc Mélenchon, Benoît Hamon ed Emmanuel Macron. Insieme potrebbero superare al primo turno Marine Le Pen, ma così divisi nessuno di loro andrà al ballottaggio. In Spagna la frattura tra i socialisti del PSOE e Podemos di Pablo Iglesias ha riportato al potere i popolari di Rajoy. In Germania la sinistra è divisa in tre partiti, i socialisti (SPD), la Linke (Sinistra) e i Verdi. Quel che accade in Italia non è quindi affatto originale. Il vero fallimento di Renzi è stato di non aver creato un’eccezione al fallimento della sinistra occidentale. 

 

Sempre più questi due o tre pezzi di sinistra si sentono tra loro incompatibili. Quanti amici di sinistra ho sentito dire in questi anni “Renzi è peggio di Berlusconi!” L’odio contro Renzi di una parte della sinistra è implacabile e mi pare simile all’odio che nutriva la sinistra per Craxi negli anni ‘80; anche lui era considerato un traditore, ovvero, uno che pur dicendosi socialista non “diceva cose di sinistra” e tanto meno le faceva. 

Eppure i due o più pezzi della sinistra condividono certi valori importanti: vedono di buon occhio l’immigrazione nei nostri paesi, sostengono i diritti civili (unioni gay, diritto all’aborto, testamento biologico, ecc.) e il welfare state, rigettano ogni forma di xenofobia. Perché allora ciò che li divide risulta oggi ben più importante di ciò che li unisce? Credo che la risposta vada cercata in una dicotomia fondamentale che attraversa la sinistra, per cui abbiamo da una parte una sinistra identitaria (che in Italia va da Vendola a Bersani) e dall’altra una sinistra disincantata, quella che qui Renzi cerca di incarnare sulla scia di Tony Blair. Va detto comunque che sia la sinistra disincantata che quella identitaria sono in crisi, proprio perché divise.

 

Dal Dopoguerra in poi si è affermata l’idea che tra destra e sinistra in Occidente ci sia un gioco delle parti, che si articola nella famosa “alternanza”. La destra, puntando al laissez-faire in economia, promuoverebbe soprattutto l’accumulo della ricchezza di un paese; in effetti, tutti ormai sono convinti del fatto che un’economia capitalista crea più ricchezza di economie non capitaliste. La sinistra dovrebbe redistribuire questa ricchezza, giocando il ruolo di Robin Hood. Per un po’ governa la destra che accumula ricchezza, per un po’ governa una sinistra che la redistribuisce. E sui tempi lunghi tutti sarebbero felici e contenti. Ma purtroppo le cose non sono così semplici. Perché non si può solo accumulare da una parte, e solo redistribuire dall’altra. Le due funzioni si intersecano continuamente, spesso si elidono a vicenda, ragion per cui la destra quando governa è costretta spesso a fare “cose di sinistra” e la sinistra è costretta a fare spesso “cose di destra”. Ma questa seconda possibilità non è tollerata dalla sinistra identitaria, da qui una certa sintomatica riluttanza di questa sinistra a governare, la quale inconsciamente si sistema per perdere le elezioni o per sfasciare i governi in cui entra – come fece clamorosamente Bertinotti con il governo Prodi nel 1998. 

 

Umberto Eco ricordava un aneddoto. Quando nel 1996 la sinistra vinse le elezioni – per la prima volta nella storia italiana – in un incontro celebrativo una signora si avvicinò festosa a D’Alema e disse: “Compagno, adesso sì che potremo fare una vera opposizione!” Eco raccontava questa storia per evidenziare la mancanza di cultura di governo della sinistra, anche da parte del suo “popolo”. E questo perché quando si governa dal sogno si passa alla prosaica realtà, alla faticosa, caotica realtà.

Innanzitutto, quando si governa non si possono fare solo le cose che si vogliono fare; si devono fare cose che non piacciono, ma che sono purtuttavia necessarie. Un governo può anche essere pacifista, ma se il paese viene brutalmente attaccato da un altro, c’è poco da fare, occorre che faccia una guerra. D’altro canto, si potrebbero moltiplicare gli esempi del fatto che molti atti politici fatti con le migliori intenzioni producono effetti perversi. Quando si aiutano poveri da una parte, spesso, senza rendersene conto, si producono poveri da qualche altra parte.

 

Ad esempio, è bene accettare i flussi migratori verso di noi. Ma la massa migratoria va controllata, in modi ancora da trovare, perché una valanga incontenibile di immigrati creerebbe da parte della popolazione un rigetto lepenista dell’immigrazione (come del resto sta già accadendo). Inoltre, come sappiamo, gli immigrati fanno spesso i lavori più umili, ma ci sono italiani che vorrebbero fare questi lavori umili pur di lavorare. Ed è evidente che la forza lavoro migrante tende a far abbassare paghe e salari. Gli immigrati fanno molto comodo a chi è già benestante, ma non a chi non lo è. 

Si prenda l’esigenza, così di sinistra, di fissare un salario minimo non troppo basso. Esso appare una difesa di chi lavora. Ma molte imprese, soprattutto piccole, non sono in grado di pagare salari minimi troppo alti, per cui decidono di non assumere, contribuendo così al crescere della disoccupazione. E se proprio hanno bisogno di lavoro, ricorrono al mercato nero, o a qualche altro escamotage (l’ultimo dei quali è la sarabanda dei vouchers), dando di fatto compensi inferiori al salario minimo. Non basta fare buone leggi: le leggi vengono “interpretate” dal sistema sociale, e possono produrre più danni che benefici a chi vorrebbero favorire. Per questa ragione non credo nelle ricette fisse, assolute, eterne. Siano esse liberiste, marxiste, o socialdemocratiche. Non credo insomma che esistano ricette di sinistra che vanno sempre bene, o ricette di destra che andrebbero sempre bene. La società è un insieme tremendamente complesso. Rendersi conto della complessità della realtà è ciò che chiamo disincanto.

 

La sinistra ha i suoi totem, e la destra ha i propri. Totem sono quelle parole d’ordine fisse che marchiano uno come di sinistra, o uno come di destra. Una volta Nichi Vendola, dovendo scegliere tra i due candidati del centrosinistra nel 2013, disse che lui voleva sentire “un profumo di sinistra”. Appunto, essere di sinistra spesso si riduce a godere di un profumo. Un profumo di sinistra può in effetti coprire la puzza terribile di un mondo che non si controlla. 

Ad esempio, un totem della destra è “ridurre le tasse”, mentre la sinistra, anche senza dirlo, si augura che le tasse aumentino, almeno per i più ricchi. E quando Renzi fa proprio il progetto di ridurre le tasse, perché in Italia la tassazione è eccessiva per un paese che non decolla, questa parola d’ordine puzza di destra. “Renzi è come Berlusconi”. Ora, ci sono vari tipi di tasse, e abbassare le tasse non dovrebbe essere in sé un fatto di sinistra o di destra. Ma quel che conta in politica sono i significanti, come si dice in psicoanalisi.

 

Hollande ha fortemente alzato le tasse ai più ricchi in Francia, fino al 75% del loro reddito, ma questo non gli ha dato affatto più popolarità tra i più poveri; questi gli preferiscono Marine Le Pen, che non dice di voler tassare i più ricchi.

Di fronte alla crisi, la proposta della sinistra identitaria riprende in sostanza la strategia di F.D. Roosevelt all’epoca della grande Depressione: lo stato deve intervenire con opere di infrastrutture dando così lavoro alla gente. Idea che in teoria sembra buona. Ma si dà il caso che l’Italia abbia un debito enorme, il 133% del proprio PIL, per cui lo stato italiano deve centellinare quel che spende. Ma anche se il debito pubblico fosse molto minore, i lavori pubblici si pagano con quel che versano allo stato i contribuenti, i quali però già si lamentano di essere tartassati. Se per promuovere lavori pubblici lo stato aumentasse la pressione fiscale sulle imprese, queste potrebbero ridurre il personale, e così il gioco può risultare a somma zero.

Non voglio dire con questo che le questioni sono per lo più tecniche e non politiche. Un altro mantra della filosofia di sinistra è che presentare delle questioni come puramente tecniche sia una mistificazione ideologica, perché in realtà dietro misure tecniche ci sono sempre scelte politiche.

 

 

Questo è vero. Ma è vero anche il contrario: che le scelte politiche sono anche sempre scelte tecniche, ovvero sono condizionate da fattori su cui la politica ha scarsa presa. Di fatto, chiamiamo tecnica una scelta politica che incontra l’accordo quasi universale. Ad esempio, diciamo che per un municipio tappare i buchi delle strade e far funzionare la nettezza urbana siano misure tecniche perché nessuno vuole buchi nelle strade o la città sporca. Ma già se prendiamo il caso del controllo delle emissioni nell’atmosfera, si delineano subito due dottrine, una ecologista di sinistra che punta a combattere l’inquinamento, e un’altra di destra che considera l’effetto serra e l’inquinamento delle “bufale” (così le ha chiamate Trump). Quando il consenso universale manca, non parliamo più di misura tecnica ma di scelta politica. Per esempio, non esistono governi tecnici – fu spacciato come tale il governo di Mario Monti – perché nella misura in cui un governo sedicente tecnico compie delle scelte controverse, esse sono ipso facto politiche. Possiamo dire quindi che ciò che è tecnico è di fatto politico, ma tutto ciò che è politico è anche tecnico, e là le cose si complicano.

 

La verità è che quel che fa l’“identità” della sinistra è soprattutto una certa retorica. Non a caso si cita spesso la frase di un film di Nanni Moretti quando grida a D’Alema “di’ qualcosa di sinistra!” In effetti, essere di sinistra è soprattutto un dire di sinistra. Ma tra il dire politico e il fare governativo c’è di mezzo il mare della complessità. Vorrei chiedere a tanti che cosa veramente di sinistra hanno fatto i governi di sinistra in Italia dal 1996 in poi. Forse la sola cosa che ricordano fu il tentativo (fallito) di Prodi di liberalizzare alcuni settori, dai taxi alle farmacie, sottraendoli alla strozzatura corporativa. Ma possiamo dire che le liberalizzazioni siano cosa di sinistra? 

Partecipare a una certa retorica significa che magari ci si augura certe cose, e che magari si cerca di ottenerle per sé, ma che non bisogna dirle. Ad esempio, anche chi è di sinistra vuole la crescita economica, perché sa che senza crescita si allarga l’area della povertà e si redistribuirà miseria non ricchezza; ma guai a dire che la crescita economica è una priorità! Dirlo è discorso di destra. E si prenda la repressione della piccola criminalità, quella perpetrata da poveri ai danni di altri poveri, donne, pensionati… Anche chi è di sinistra ammette che è un problema, ma guai a farne oggetto di agenda politico! Chiedere più polizia è dire cosa di destra.

 

Perciò – con gran stupore di chi è fuori dal gioco – quei democratici si scindono dal PD non sulla base di una contrapposizione di programmi precisi. Gli scissionisti si erano opposti a molte iniziative del governo, agendo in tutto e per tutto come opposizione; ma quando decidono di andarsene dal partito, lo fanno senza alcun programma alternativo a quello della maggioranza, ammettendo che questo ne abbia uno. È la prova che la differenza è di retorica, non tra veri progetti. Ma è la retorica a identificare politicamente, non le misure politiche concrete, che sono spesso ambigue e poco identificanti. Certo alla base delle scissioni ci sono calcoli personali di alcuni leader, ma esse esprimono soprattutto un’incompatibilità tra retoriche.

Nel 2013 fece sognare la sinistra il film di Roberto Andò Viva la libertà. Si racconta di un pazzo che diventa leader del PD e riesce a galvanizzare tutti i militanti, e a portarlo verso la vittoria elettorale. Ora, quel che colpisce è che il pazzo del film, interpretato da Toni Servillo, parla molto bene, ma i suoi discorsi sono politicamente vuoti. Non c’è una sola proposta concreta, solo retorica. Viene persino il sospetto che gli autori del film abbiano fatto apposta a suscitare l’entusiasmo del pubblico di sinistra per il film, proprio per dimostrarne così la vacuità. 

 

Ma la sinistra disincantata non è messa meglio. Perché quel che smuove l’entusiasmo della gente è una certa retorica semplice, non il nuotare nei vortici o nelle paludi della complessità. Rinunciando alla retorica di sinistra e sposando invece una retorica dell’efficienza, del Buon Governo al di là della dicotomia sinistra versus destra, Renzi non ha certo conquistato un elettorato conservatore – chi è di destra non voterà mai il PD – perdendo però parte del proprio. Il disincanto non seduce, perché in politica si ha bisogno di incanto, ovvero di significanti identificanti. Anche Renzi per qualche mese ha goduto di molta popolarità grazie allo slogan della rottamazione, sottraendo voti alla protesta grillina. Ma quando Renzi ha adottato il linguaggio del Buon Governo, ha cessato di parlare ai cuori.

Contro i significanti tipici della sinistra, Renzi propone la California come ideale: un paese prospero, anti-Trump, che alberga alcune tra le migliori università al mondo, una grande industria culturale di massa e la punta dell’innovazione tecnologica. Ed è vero che molte persone di sinistra, soprattutto giovani, sognano di andare a vivere in California. Il punto però è che nessun cuore di sinistra può venire scaldato dallo slogan “Diventiamo come la California!” Una cosa è quel che si preferisce individualmente, altri sono i significanti politici che ci identificano. In effetti Trump ha vinto per aver puntato su alcuni significanti identificativi e mobilitativi; e in fondo anche Obama aveva vinto sulla base di un significante mobilitativo “un afroamericano alla Casa Bianca”. 

 

Per spiegare il declino economico italiano, suol dirsi che abbiamo troppa corruzione, la pubblica amministrazione funziona male, la giustizia è troppo lenta. Quindi qualsiasi governo dovrebbe combattere la corruzione, riformare la PA, sveltire la giustizia. Ma proprio perché si tratta di obiettivi da tutti condivisi, essi appaiono puramente tecnici. Ora, se Renzi dice che le priorità sono appunto quelle, tutto ciò non riscalda il cuore né degli elettori di destra né di quelli di sinistra. Non rientra nei totem identificanti.

La gente sa comunque che la sinistra, quando governa, non riesce a debellare la povertà; perché la sinistra, come del resto la destra, non ha alcuna ricetta miracolosa per eliminare la povertà. Le diseguaglianze si possono ridurre, ma questa riduzione non elimina le frange di povertà. Ma siccome la sinistra disincantata rinuncia in gran parte alla retorica identitaria della sinistra, essa appare come priva di identità. Molti quindi, soprattutto le persone meno dotate economicamente e culturalmente, scivolano dall’identitarismo di sinistra a quello xenofobo e razzista. La tematica egualitaria della sinistra non è più alla moda, prevale la tematica nazionalista (o regionalista) e protezionista.

 

Sempre più in Occidente i più poveri – di danaro e di cultura – sembrano disinteressarsi al “più eguaglianza” che identifica la sinistra, e sembrano sedotti piuttosto dal “difendeteci dagli altri poveri”, in primis dagli immigrati. Mi pare quindi difficile che i leader di Democrazia e Progresso riescano a recuperare una massa che già si è messa in testa “brutte idee”, come dice oggi ellitticamente Bersani. Idee brutte, perché molto lontane dai significanti della sinistra.

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