Scrittore o intellettuale? Intervista a Javier Cercas

Javier Cercas ha appena pubblicato Il sovrano delle ombre (Guanda), tradotto ottimamente da Bruno Arpaia,  romanzo dedicato a Manuel Mena, un giovane spagnolo  morto diciannovenne nella battaglia dell’Ebro durante la guerra civile il 21 settembre 1938. Era lo zio della madre, un falangista che combatteva nelle file dell’esercito di Francisco Franco. Manuel, come Javier, era nato a Ibahrnando, un piccolo paese dell’Estremadura, regione poverissima della Spagna, da cui lo scrittore se n’è andato da bambino per trasferirsi con i genitori a Gerona. Si tratta di una vera e propria inchiesta storica, la ricostruzione della vita di questo giovanotto che ha combattuto dalla parte sbagliata della storia, e si è immolato per valori come la Patria, la famiglia, la solidarietà. Cercas ha posto sotto il titolo del suo libro la parola “romanzo”. Ed è davvero un romanzo, nei modi e nello stile che lo scrittore spagnolo ci ha resi consueti con Anatomia di un istante, dedicato al fallito colpo di stato del colonnello Tejero, un capolavoro, e L’impostore, romanzo dedicato alla figura di Enric Marco, un uomo che si è finto deportato in un campo nazista ed è diventato uno dei personaggi più in vista della società civile spagnola, tanto da dirigere un’associazione di ex deportati: impostore, appunto. Sono tre opere strettamente legate, poiché ruotano tutti intorno a tre momenti della vita politica e sociale spagnola. Al centro la guerra civile, che è anche l’argomento del libro che l’ha fatto conoscere nel panorama letterario internazionale, Soldati di Salamina. Cercas non è solo uno scrittore, ma anche un intellettuale. Scrive su “El Paìs” con regolarità, interviene su argomenti che riguardano non solo la letteratura ma anche la politica e la società; si è schierato contro l’indipendenza della Catalogna, la regione dove vive e dove insegna letteratura spagnola presso l’Università di Gerona. Lo incontro in un albergo di Milano dove è venuto a presentare Il sovrano delle ombre. La conversazione non riguarda tanto o solo il libro che ha scritto, ma la sua doppia identità di scrittore e intellettuale, di cui ha scritto in un recente libro di saggi, Il punto cieco (Guanda), dove cerca di spiegare il ruolo che hanno queste due figure differenti e tuttavia convergenti nella sua persona (il saggio si intitola: L’uomo che dice no). Cercas inizia parlando della memoria, un tema a lui molto caro, che ha un ruolo importante in questo ultimo romanzo, il quale contiene fotografie di documenti storici e una puntigliosa ricostruzione dei luoghi della battaglia in cui morì il suo prozio falangista.

 

 

Siamo nella dittatura del presente. La gente, i giovani in particolare, pensano che il momento che viviamo oggi in Europa, e non solo, sia qualcosa di molto nuovo, un momento antisistema, radicale. In realtà non è che una riedizione del fascismo, una sua riconfigurazione. Il fascismo è stato una forma di populismo. Quando parlo in pubblico del Sovrano delle ombre mi rendo conto che le persone hanno dimenticato tutto. Viviamo in un’epoca paradossale: c’è la sacralizzazione della memoria e insieme tutto si dimentica più rapidamente che mai. Per questo dico che viviamo in una dittatura del presente. Si pensa che il fascismo fosse una cosa unica. Non è così; il fascismo era la moda, non solo in Italia, non solo in Spagna, ma in tutta l’Europa. Era un movimento antisistema. Era l’avanguardia, il Futurismo. Il mondo è stato affascinato dal fascismo nelle sue diverse forme. Cos’era negli anni Trenta la democrazia? Una cosa da vecchi. Unamuno lo chiamava il ciarlamentarismo: bla bla bla. Quello che era nuovo era proprio questo. Oggi c’è il ritorno al passato.

 

Le figure dei nuovi leader come si spiegano in questo quadro che descrivi?

Sono le figure carismatiche, che possiedono la capacità magica di risolvere i problemi. Indicano i colpevoli della situazione attuale: gli ebrei, i migranti, la Merkel, l’Europa. Si dice: la storia non si ripete mai. Ma è falso. La storia si ripete sempre, ma in forme sempre diverse, con maschere diverse. Dopo Trump e Brexit è ovvio che stiamo ritornando a una situazione simile a quella che è seguita la grande crisi economica del 1929. Se non si capisce questo non si comprende il presente. Si pensa che sia una novità: Grillo, Podemos. Questo è successo sempre. Non è nuovo. I vecchi corrotti degli anni Trenta avevano ragione contro quella novità che era il Fascismo.

 

Ma i vecchi politici degli anni Venti hanno perso.

Hanno perso. Questo è il problema. Vediamo cosa succede oggi. Abbiamo dei vantaggi. Abbiamo l’Europa, questa burocrazia dei vecchi, come si dice, ma è una garanzia. Non so cosa pensi tu, ma ogni giorno sono sempre più convinto che le cose che dice oggi uno scrittore devono essere delle verità non popolari, scomode, quelle che la gente non vuole ascoltare. Dire, ad esempio, che questi movimenti popolari, questo ritorno dei nazionalismi, sono una forma di ripetizione del passato. La gente non lo vuole ascoltare. Vogliono dei discorsi falsi. Questo è proprio il compito di uno scrittore. Penso che bisogna tornare alla vecchia idea dell’intellettuale.

 

L’intellettuale come direttore di coscienza?

No. Ho riflettuto su questo in Il punto cieco, nel saggio che s’intitola L’uomo che dice no. Vi dico che la mia generazione – sono nato nel 1962 – è arrivata alla vita intellettuale con una forma di diffidenza assoluta verso la figura dell’intellettuale. Sartre era il modello universale dell’intellettuale, ma per noi era proprio l’esempio negativo. Questo uomo che sapeva di tutto, che era un demagogo, cheera il grande direttore di coscienza. C’era stata una corruzione dell’idea d’intellettuale che comincia invece con Voltaire o con Kant. L’intellettuale era l’uomo che insegna agli uomini a utilizzare la ragione. Non è uno che dice cosa è bene e cosa è male: insegna a utilizzare la luce della ragione. C’è stata una corruzione di questa idea dell’intellettuale, per questo aveva perso di prestigio. Gli intellettuali hanno appoggiato cose orribili come il nazismo, il comunismo, il maoismo. Per questo era sorta una vera diffidenza verso la politica. Bisogna rinnovare l’idea di intellettuale.

 

E Pasolini?

Pasolini è un personaggio positivo. Non conosco tutta la sua opera, e neanche il suo ruolo, molto complesso, nella società italiana. Era però controcorrente: era l’uomo che dice no. L’uomo in rivolta di Camus. Dobbiamo ripensare questa figura caduta in disgrazia. Una cosa fondamentale per me è l’indipendenza.

 

Cosa intendi per indipendenza?

Dai partiti politici, per esempio.

 

 

Ma gli intellettuali oggi non ci sono nei partiti politici oggi? Oppure no? Podemos sono dei giovani professori universitari, per esempio.

Podemos è una cosa diversa. I dirigenti sono degli intellettuali e hanno degli intellettuali nelle loro fila. Non gli piace per niente che ci siano degli intellettuali che dissentano da loro, ad esempio io.

 

Grillo non ha intellettuali, anzi li disprezza…

Questa è una differenza fra i grillini e Podemos. Essere indipendenti significa non appartenere a un partito.

 

C’è però il problema del riconoscimento o meglio della reputazione. Gli intellettuali non dicono cose scomode.

Ecco, uno scrittore, un intellettuale, deve vendere i suoi libri, per questo è docile verso le opinioni correnti.

 

Pasolini dimostrava il contrario, la sua posizione era sempre contro le opinioni correnti, dominanti, diceva delle cose scandalose, per questo i suoi libri erano letti e i suoi film visti…

Vero.

 


C’era di mezzo il tema del sesso, l’omosessualità, per quanto riguarda Pasolini. Forse la sua omosessualità, l’amore per i ragazzi, era un motivo che lo spingeva a essere controcorrente. Gli Scritti corsari sono ispirati a una poetica, a una visione del mondo che oggi definiremmo pedofilia. Questo era già uno scandalo, che lo rendevano diverso dagli scrittori e intellettuali. Ma se uno scrittore non possiede questa diversità, o un’altra, dove sta la radice della sua antitesi al Sistema?

Dire no, per cominciare, significa dire no alla tua gente, a quelli che la pensano come te. Io sono un uomo di sinistra e scrivo su “El País”; lì si può criticare la destra, ma non m’interessa. La destra non è la mia gente. Quello che è difficile è criticare la tua parte. Quando tutto il mondo va in una direzione bisogna dire no.

 

In Spagna cosa vuol dire questo?

L’indipendentismo catalano, per esempio. A un certo punto è sembrato che tutto il mondo fosse indipendentista. Ci sono discorsi dominanti tra la tua gente. Bisogna essere capaci di dire no, se tu credi onestamente che devi dire no. La conseguenza di questo è che tu diventi un nemico del popolo, come dice Ibsen. L’uomo che è capace di dire no, proprio lui diventa il nemico del popolo.

 

Questo è anche un tema dei tuoi libri…

A partire da Soldati di Salamina sono una riflessione su cosa è un eroe. Ci sono vari tipi di eroi, naturalmente, come gli eroi del tradimento, poi l’eroe puro, diversi modi di essere eroi. Quando mi domando quale sia la condizione di un eroe, mi rispondo: l’uomo che è capace di dire no. Questa è la condizione minima. Un uomo che deve uccidere un altro uomo, e dice no. Il mio nemico, un fascista, come in Soldati di Salamina, deve essere ucciso, e l’eroe dice no. Quando tutto cospira che faccia questo, egli si nega. Come i protagonisti di Anatomia di un istante durante il colpo di stato, quando i soldati sparano in parlamento e tutti si gettano a terra, questi dicono: No, io non mi nascondo. Questa è la prima condizione.

 

Quindi l’intellettuale che si comporta così è destinato alla solitudine?

È un uomo solo.

 

La tua solitudine d’intellettuale, di scrittore, in cosa consiste?

Non dico di essere l’intellettuale ideale. Sarebbe presuntuoso. Ci sono due cose. Quando scrivo sul giornale, quando scrivo di politica, è una cosa. La mia opinione. Un’altra cosa è il romanziere. Anche il romanziere parla delle cose più scomode, come faceva Pasolini e tanti altri, ma è sempre un uomo conflittuale, perché scrive delle cose che la gente non vuole sentire. Un grande romanziere per me è qualcuno che non conferma le mie certezze, ma fa il contrario.

 

A chi pensi dicendo questo?

A tutti i grandi scrittori, Kafka per esempio. Ne parlo in Il punto cieco. Kafka il giorno della dichiarazione di guerra della Germania alla Russia, nella Prima guerra mondiale, scrive laconicamente nel suo diario della cosa, e poi aggiunge: sono andato a nuotare. Sembra una presa di distanza. Kafka invece partecipa, come ha raccontato uno scrittore suo contemporaneo, alla manifestazione di protesta contro l’esecuzione dell’anarchico Liabeuf a Parigi; e interviene la polizia che scioglie la manifestazione e lo porta al commissariato. Quando scrive sono andato a nuotare vuol dire che vuole riflettere.

 

E tra i contemporanei?

Ti faccio un altro nome, Coetzee, che è un grande romanziere. Ha scritto sugli animali. Mio padre era un veterinario, e io non avevo mai pensato agli animali in quel modo, in cui lui ne ha scritto. Poi leggi Elisabeth Costello e cominci a vederli in un altro modo. Va controcorrente. Una cosa che non sembrava importante per te, di colpo dopo aver letto il libro lo diventa. Chi è capace di fare questo nella propria società è uno scrittore. Kafka lo definisce così: rompere il mare di ghiaccio che abbiamo dentro di noi. Quello che spesso la gente cerca nella finzione letteraria è una forma di pace, di tranquillità, di conferma. Questo significa fare una letteratura “impegnata”.

 

Il sovrano delle ombre è dunque il libro anche di un intellettuale. C’è un tema molto forte, un tema politico. Tu presenti Manuel Mena, un fascista, come un idealista, uno che ha combattuto ed è morto per una causa che riteneva giusta, non è dunque un assassino…

Insisto, sarebbe presuntuoso che io incarnassi la figura dell’intellettuale ideale; tuttavia i temi dei miei libri sono temi difficili, non comodi. Prendersi dei rischi quando si scrive è per me importante. Mi piace molto quello che dice Michel Leiris in La letteratura come tauromachia: lo scrittore è come un torero. Come persona posso essere codardo, ragionevole, ma come scrittore non posso esserlo. “Scrittore coraggioso” è un pleonasmo. “Scrittore codardo” è un ossimoro. Per me il tema del falangista che muore per un ideale è un tema molto difficile. Ci ho impiegato molto tempo prima di scriverlo, tutta la mia vita sin qui.

 

Negli ultimi libri che hai scritto cominci sempre dicendo: questo libro non volevo scriverlo. Poi lo scrivi.

Vero, in questo e nell’Impostore. Ma questo caso è diverso. La prima domanda che mi sono fatto è: perché un ragazzo di diciannove anni come Manuel Mena, che è nato in piccolo paesino poverissimo, da una famiglia di piccoli proprietari che avevano appena da mangiare, il primo ad aver studiato della famiglia, che faceva questo sacrificio perché lui studiasse, appena scoppia la guerra va a difendere una causa ingiusta, che oggi noi possiamo definire ingiusta? In quel momento non era molto facile capirlo. Dopo due anni di guerra muore nel lato sbagliato della storia. Perché? Perché per mia madre era un eroe? Lei me ne parlava così. Mia madre aveva sette anni quando lui è morto, per lei Manuel Mena era la persona che era andato a difendere la famiglia, la religione.

 

Certamente tu conosci Il sentiero dei nidi di ragno di Italo Calvino. Nel capitolo centrale del romanzo Kim, il comandante partigiano, ragiona sul fatto che entrambi, partigiani e fascisti si sentono dalla parte del giusto, ma solo uno schieramento lo è davvero, quello dei partigiani, e basta poco per cadere nella parte sbagliata della Storia, come capita ai giovani delle Brigate fascista. Questo mi ricorda la vicenda del tuo prozio. Lo sai che molti attori e artisti italiani aderirono alla Repubblica di Salò? C’erano Dario Fo, Albertazzi e tanti altri giovani, alcuni dei quali poi diventati comunisti dopo la guerra.

Lo stesso Primo Levi racconta che da ragazzo non era antifascista; il fascismo, ha scritto, dal punto di vista estetico non mi piaceva, ma fino alle Leggi razziali del 1938 non era antifascista. È molto facile dire che tutti i fascisti erano assassini, e che i repubblicani erano tutti eccellenti persone. Non è vero. Dire il contrario significa entrare in un terreno scomodo, nella zona grigia, come diceva Levi. Cosa racconta Il sovrano delle ombre? Una cosa molto importante, con cui la Spagna non ha fatto ancora i conti. E non è solo un libro sulla Spagna. I repubblicani spagnoli avevano la ragione dalla loro. Nel 1936 è accaduto un colpo di stato contro una Repubblica democratica. Non era una democrazia perfetta, non esiste una democrazia perfetta. La Repubblica aveva molti problemi. Tuttavia era democratica. La ragione l’avevano i repubblicani. La mia famiglia si è sbagliata, Manuel Mena si è sbagliato. Detto questo significa che tutti quelli che appoggiavano la Repubblica era gente meravigliosa? No. Ci sono le uccisioni di migliaia di sacerdoti e di suore. Questa gente non era buona gente. Avevano la ragione politica, ma non quella morale. E c’era gente che in buona fede ha creduto che in quel momento in Spagna, nel 1936, il falangismo fosse l’unica soluzione. Tutta la mia vita ho investigato intorno alla storia di questo ragazzo, Manuel Mena, e oggi non ho nessuna ragione per dire che questo ragazzo, che si è completamente sbagliato dal punto di vista politico, sia peggiore di me. Ho tutto le ragioni per credere che dal punto di vista morale, etico, questo ragazzo era meglio di me. Ha fatto cose che io non sono in grado di fare: andare a combattere per i valori in cui lui credeva. Questa è la zona grigia. La gente non vuole affrontare questo problema. L’obbligo che ha lo scrittore è di entrare in questa zona grigia, mostrare che la realtà è sempre più complessa di quello che appare.

 

Il punto di discrimine politico qual è tra il falangista e il repubblicano? Non credi che ci deve essere un punto di vista che non è determinato solo dalla buona fede e dall’idealismo?

Il punto di discrimine è che uno ha la ragione politica e l’altro ha quella morale. Tutti i repubblicani avevano la ragione politica, ma non tutti avevano la ragione morale. Questa gente che ha ucciso i religiosi e le suore non l’aveva la ragione morale. I franchisti, i fascisti, non avevano la ragione politica, ma non tutti si erano sbagliati dal punto di vista morale.

 


Non so se tu conosci la vicenda partigiana di Levi. Si forma la banda partigiana molto scalcagnata, sono poche persone. Poi accade che in quelle prime settimane di confusione due membri della banda, o almeno presunti tali, perché la vicenda non è stata del tutto chiarita nonostante i libri e il dibattito che ne è seguito, vengano uccisi dagli altri partigiani. Non è accaduto solo lì in Val d’Aosta, ma anche in altri luoghi. In queste settimane, a oltre settant’anni di distanza, sono usciti libri su storie analoghe di giovani militi fascisti che abbandonano le Brigate nere e vanno con i partigiani, ma spesso in situazioni non chiare, non definite. Insomma, Levi ha partecipato o almeno era a conoscenza di questa esecuzione dei due giovani ragazzi. Non si è appurato quale sia stata la causa dell’uccisione, cosa avevano fatto. Qualcosa che metteva a repentaglio la vita degli altri partigiani probabilmente. Levi ne parla in una poesia degli anni Cinquanta, rimasta a lungo inedita, dove fa parlare uno di questi ragazzi, come nelle poesie di Spoon River; gli fa dire che è stato ucciso “per mia non lieve colpa”. E poi ancora, negli anni Settanta, in un racconto intitolato Oro parla della sua cattura e accenna al “segreto brutto” che custodiva nel carcere fascista di Aosta prima di essere mandato a Fossoli, e poi ad Auschwitz. Dice che questa vicenda li aveva atterrati moralmente e anche psichicamente.

Si sentiva colpevole?

 

Non esattamente, ma qualcosa di simile: responsabile. Probabilmente il tema della zona grigia nasce anche da qui. Un discrimine, un confine, difficile da segnare durante una guerra civile.

Prima dell’indagine degli storici si sapeva che esisteva questo episodio?

 

Se ne parla in almeno due biografie di Levi uscite venti anni dopo la sua morte, ma non era stato scandagliato in profondità. E tuttavia non si sa ancora, nonostante il libro di Sergio Luzzatto e quello di Frediano Sessi, quali siano stati i motivi dell’uccisione.

Questo mostra che la guerra civile è terribile. Prima di tutto: non giudicare. Come scrittori abbiamo il compito di capire. Capire non è giustificare. Perché Manuel Mena ha aderito al falangismo ed è partito per la guerra? Perché la banda partigiana di Levi ha fatto questo? Capire significa avere gli strumenti per non ripetere gli stessi errori. L’unico modo per finire con l’orrore, ad esempio con il terrorismo suicida è capire questi giovani, perché lo fanno. Io credo all’utilità della letteratura. Se qualcuno, un genio, ci facesse capire Hitler sarebbe importantissimo. Non serve niente dire che era un assassino, ovviamente lo era; era un mostro, ma il problema è capire come questo uomo sia arrivato al potere affascinando uno dei paesi più colti del mondo. Cosa aveva Hitler nella sua testa? Se qualcuno ci spiegasse questo, noi saremmo preparati affinché non si ripeta. Noi siamo oggi indifesi contro questo. C’è una frase di Levi che mi ha colpito: noi non dobbiamo capire, perché è quasi giustificare. Una frase circa così. E questo mi ha colpito. Però tutta l’opera di Levi è il contrario. Tutto il suo sforzo è quello di capire.

 

Hai ragione. Levi ha cercato di capire e gli è costato moltissimo questo sforzo. Todorov dice che come vittima non avrebbe dovuto assumersi questo compito, un compito immane che l’ha schiacciato. Capire in quanto vittima significa identificarsi con gli aguzzini.

Le vittime non hanno l’obbligo di capire, ma noi sì.

 

La sua onestà intellettuale sta proprio in questo.

Certo. L’ha fatto prima di tutti gli altri.

 

Volevo dirti che nessuno sa chi è stato davvero a sparare ai due giovani, e probabilmente Levi non era neppure presente. Le indagini storiche non hanno appurato nulla al riguardo.

L’orrore della guerra civile è proprio questo. Non possiamo giudicare senza sapere tutto. La guerra comporta la vita e la morte, non ci sono sfumature. La cosa che mi fa più vergognare è che ci sono persone giovani che giudicano con grande frivolezza. Questo è la vera barbarie. Non si possono giudicare persone che sono state in bilico tra vita e morte. Manuel Mena è un fascista: questo giudizio è una barbarie. Tutto è più complesso. La sospensione del giudizio è indispensabile per uno scrittore. La grande letteratura, Dostoevskij e Shakespeare: noi siamo capaci di capire gli assassini attraverso la grande letteratura. Che gli uomini sono capaci del meglio e del peggio. Ci fornisce un’esperienza supplementare. Ti possono dire: tu difendi Mena, tu difendi un assassino…

 

Questo ti hanno detto in Spagna?

Sì. Questa non è però una discussione seria. Non c’è una discussione intellettuale, ma solo personale. Mi hanno accusato anche del contrario, di essere un comunista. I giornali della destra hanno detto che quello di Franco non era un colpo di stato: questo Cercas è un fanatico.

 

Nel tuo romanzo c’è la figura di tuo cugino Alejandro, che è diventato militante di sinistra, poi deputato al parlamento spagnolo, quindi deputato europeo. Ti dice: Javier la nostra famiglia era di destra, non è bello ma è così. Noi siamo gente di sinistra, non so se fai bene a scoprire cose della nostra storia famigliare. Cosa vuol dire essere oggi di sinistra?

Ho un grande sospetto verso le persone che, come i membri di Podemos, dicono: noi non siamo né di sinistra né di destra. Mi ricordo di Simone de Beauvoir che diceva: quelli che dicono che non sono né di destra né di sinistra sono di destra. Però anche la destra e la sinistra non sono un assoluto. Sono dei relativi, come il Nord e il Sud. La sinistra certamente esiste. Essere di sinistra significa credere che la democrazia serva. La sinistra ha commesso questo errore: credere che essere di sinistra sia incompatibile con la democrazia.  Non c’è sinistra senza democrazia. Ci sono dei valori di sinistra: libertà e uguaglianza, ma bisogna trovare un equilibro, ed è più importante l’uguaglianza. La libertà deve essere nell’uguaglianza. Bisogna che tutto il mondo abbia le stesse opportunità. Non sono contro la libertà economica, tuttavia ci vogliono eguali opportunità per tutti. La destra pensa che la libertà sia più importante. La sinistra è a favore di valori essenziali come la solidarietà. Non si può accettare la politica attuale contro i migranti. La sinistra non è nazionalista, è internazionalista, eccetera. Io non mi sento superiore alle persone della destra. Camus diceva: se la verità fosse di destra, io sarei di destra. Sono di sinistra perché credo che questi valori siano meglio. Non credo che chi la pensa diversamente sia malvagio. Ho argomenti per sostenere quello in cui credo. La destra e la sinistra esistono e ci sono valori differenti. Dire che non esiste la destra e la sinistra è proprio del populismo. Norberto Bobbio l’ha detto molto bene. La tolleranza è un valore di sinistra. La ragione, non l’irrazionalismo.

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