Scrivere romanzi a Tehran

Sapere che circa un anno fa si è tenuta a Tehran la prima edizione del premio “40”, appunto dedicato agli scrittori con meno di quarant’anni, dovrebbe farci intuire qualcosa dell’attuale scenario letterario iraniano. La situazione demografica del paese, con tre quarti della popolazione nati durante o dopo la rivoluzione islamica del ’79, si riflette in modo esuberante anche sulla letteratura, tanto che nell’ultimo decennio gli esordienti sono spuntati come funghi e chi bazzica le librerie se getta l’occhio sulle novità si imbatte, nella maggior parte dei casi, nei nomi di perfetti sconosciuti più o meno trentenni. Queste nuove leve della letteratura persiana non hanno esperienza diretta della rivoluzione, conservano un ricordo sbiadito degli anni della guerra Iran-Iraq e hanno uno stile di vita non dissimile da quello dei coetanei sparsi in giro per il mondo occidentale. Tuttavia la loro generazione vive anche la frustrazione di non vedersi riconoscere molte libertà individuali e sociali, spesso coltiva il mito di una vita fuori dal proprio paese e idealizza il passato pre-rivoluzionario.

 

E sul passato sembrano interrogarsi soprattutto gli scrittori nati negli anni Settanta. Tra quelli selezionati dal “40”, ad esempio, Mohammad Tolouei e Mehdi Yazdani Khorram hanno esordito con un romanzo ambientato durante la seconda guerra mondiale, Hamed Esmailiun, invece, nella sua opera più conosciuta racconta gli anni Ottanta, quelli della guerra Iran-Iraq e dei rimescolamenti politici post-rivoluzione.

Una decade che rimbalza nell’ultima fatica letteraria di Mahsa Mohebali, Noi resisteremo (2016), dove il tentativo di metterne in luce la ricaduta sul presente è molto più esplicito. La protagonista è un’avvenente segretaria di trent’anni, una donna oggetto che deve compiacere il capo e soddisfare le aspettative della famiglia, quasi un cliché. Ma nell’odierna Tehran i personaggi più stereotipati possono nascondere un passato inaspettato, così man mano che la narrazione procede scopriamo che alle spalle di questa ragazza che sembra concentrata solo sui soldi e sul trucco c’è un’intricata vicenda familiare che affonda le radici proprio nei tumulti della rivoluzione e nel destino in cui scivolarono tanti militanti di sinistra.

 

Una libreria del centro di Tehran.


Tra le autrici e gli autori nati negli anni Settanta Mahsa Mohebali è forse quella ha saputo meglio intercettare l’attenzione delle generazioni più giovani. Nel 2008 aveva dato alle stampe un breve romanzo dal titolo Non ti preoccupare (da me tradotto per Ponte33) dove per la prima volta la vita dei ventenni di Tehran veniva raccontata adottando il loro punto di vista e senza mediazioni linguistiche. Il libro parlava il gergo sboccato dei suoi stessi protagonisti, un variegato gruppo di ragazzini dediti alle droghe e a una ribellione spesso fine a se stessa. “C’è chi scrive in giacca e cravatta, io preferisco stare in pigiama”, ha dichiarato Mohebali in un’intervista, “ricercare a tutti i costi una lingua elegante rischia di allontanarci dalla storia che raccontiamo”.

 

Sulle tracce di questa scrittrice, oggi, si muove già una piccola nicchia letteraria che negli ultimi due anni ha prodotto un vero e proprio filone di narrativa in slang, rinnestandosi su sperimentazioni che avevano animato la letteratura del pre-rivoluzione. Sono una fetta di quegli esordienti di cui accennavo all’inizio, quasi tutti nati nella seconda metà degli anni Ottanta. Tra i più promettenti ci sono Pejman Teymurtash, scrittore e regista, che con Chiudi gli occhi prima di morire (2015) ha raccontato la sottocultura dei bassifondi di Tehran attraverso le avventure di un coatto che per gioco scommette di passare un mese intero senza dormire. Oppure Mehdi Asadzadeh, che nel romanzo breve L’ariete (2014) fa parlare un soldato che per una delusione d’amore bigia due giorni di servizio militare e se ne va a zonzo per la capitale in una sequela di sfighe degne del giovane Holden.

 

Con l’autore dell’Ariete Nasim Marashi condivide l’età anagrafica e l’attenzione alle problematiche della propria generazione, anche se declinate al femminile ed espresse in uno stile completamente diverso. Il suo romanzo L’autunno è l’ultima stagione dell’anno (2014), appena pubblicato in Italia da Ponte33 nella traduzione di Parisa Nazari, racconta con una voce delicata e profonda il momento in cui tre giovani ragazze di Tehran si trovano a fare i conti con la necessità di definire i contorni della propria vita. Il linguaggio piano e intimista dell’autrice si riallaccia a quello di alcune grandi prosatrici della letteratura persiana contemporanea come Fariba Vafi e Zoya Pirzad, e nel giro di due anni L’autunno ha quasi raggiunto una ventina di ristampe, ricevuto diversi premi e gli elogi di uno scrittore navigato come Mostafa Mastur.

 

Marashi, originaria del Khuzestan e residente a Tehran, esce da un’altra fucina letteraria. Laureata in ingegneria, si è formata nella redazione del mensile “Dastan”, legato al maggiore quotidiano di Tehran “Hamshahri”, per cui si occupa della sezione di non-fiction. Inaugurata sette anni fa, “Dastan”, termine che potremmo tradurre con “Storie”, si è affermata in poco tempo come una delle più interessanti riviste letterarie del paese. Vi compaiono veterani e nuovi nomi della letteratura persiana accanto a traduzioni di autori internazionali, un laboratorio dove ci si cimenta nel racconto, nel memoir, nel reportage e in articoli di carattere storico, fino alla critica.

Nel 2015 la rivista si è fatta promotrice di un premio, in collaborazione col comune di Tehran. Scrittori professionisti e principianti sono stati invitati a inviare alla redazione un racconto ambientato nella capitale. Le adesioni sono state numerosissime, e hanno coinvolto non solo l’area metropolitana, ma anche le province: nella prima edizione sono pervenuti 1400 racconti e il dato è cresciuto in quelle successive.

 

Una foto di gruppo (dove compare qualche scrittore citato) scattata al museo della prigione Qasr nel 2014 in occasione del quinto anniversario del sito "Doshanbeh".


“L’idea fondante della rivista era proprio riaccendere l’interesse della società iraniana per la narrativa e formare nuovi lettori”, mi spiega Mohammad Tolouei, tra i redattori che hanno contribuito a lanciare il progetto di “Dastan”.

Lettori inseguiti anche al di fuori dei propri confini linguistici. Nel 2014, insieme a un gruppo di colleghi tra cui Mehdi Rabbi, Fereshteh Ahmadi e Peyman Esmaili, Tolouei aveva dato vita a un’associazione, “New Generation of Persian Writers” (Ngpw), con l’obiettivo di promuovere sul mercato internazionale alcune nuove voci della narrativa iraniana. Sebbene non abbia suscitato la simpatia delle istituzioni (dopo il 2014 l’associazione non ha più potuto partecipare alla fiera del libro di Tehran), la Ngpw resta comunque attiva online con un sito tuttora aggiornato. Questo desiderio di farsi conoscere nel mondo era stato interpretato anche dalla “Gazelle Agency”, un’agenzia letteraria lanciata nello stesso anno alla fiera del libro di Londra con un catalogo molto più ampio, che proponeva non solo giovani autori ma anche firme più consolidate, saggistica e libri per bambini.

 

Queste iniziative, ambiziose e dai risultati ancora incerti, evidenziano quanto oggi in Iran scrittori e intellettuali sentano l’esigenza di uscire da un isolamento asfissiante, dovuto sia alla mancanza di una normativa sul diritto d’autore, che permetta di inserire a pieno titolo l’editoria iraniana nel mercato globale, sia all’esiguità e alla discontinuità delle traduzioni nelle lingue occidentali. Lingue nelle quali, invece, hanno scelto di scrivere diversi autori della diaspora come Azar Nafisi, Abdolah Kader o la fumettista Marjane Satrapi. I loro libri hanno forse soddisfatto la sete di storie sull’Iran cresciuta in Europa e negli Stati Uniti dopo il ’79 e l’inasprirsi della situazione politica sotto il governo Ahmadinejad, ma non hanno contribuito a risolvere il ristagno d’interesse verso la letteratura dei loro connazionali prodotta direttamente in persiano, meno accessibile agli editori, scritta senza lo scopo di soddisfare le curiosità di un pubblico straniero, ma sicuramente espressione autentica del dinamismo culturale e dell’immaginario interno al paese.

 

In Italia negli ultimi anni si è registrata una lenta ma significativa ripresa degli sforzi tesi a colmare questo vuoto, perfino superiore rispetto ad altri paesi europei tradizionalmente più sensibili alle letterature meno battute, come la Francia. Nel 2010 nasce Ponte33, il primo progetto editoriale interamente dedicato alla traduzione di narrativa persiana contemporanea in italiano. Le fondatrici, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, hanno puntato soprattutto su autori giovani, provenienti da contesti urbani, e hanno espresso il desiderio di veicolare un immaginario diverso anche attraverso le copertine dei libri, disegnate a mano da un grafico iraniano. Una novità di quest’anno è invece la collana “Gli Altri” di Francesco Brioschi Editore, che avvalendosi della consulenza di Anna Vanzan, tra le prime a introdurre la letteratura persiana contemporanea in Italia, ha esordito con un romanzo che in Iran ha segnato più di una generazione di lettrici, La scelta di Sudabeh di Fattaneh Haj Seyed Javadi. Pubblicata alla fine degli anni Novanta, questa storia d’amore e di conflitti sociali, sebbene inizialmente snobbata dai critici per il suo carattere popolare, è stata tradotta con successo anche in tedesco e greco e si è guadagnata perfino un articolo sulla fondamentale Encyclopaedia Iranica.

 

Il catalogo, per ora tutto al femminile, prosegue con Nelle stanze della soffitta di Tahereh Alavi, tradotto da Roja Ebrahimi, e altri due romanzi delle giovanissime Leila Qasemi e Zahra Abdi, la cui pubblicazione è prevista per ottobre. E non è un caso che anche sei dei nove titoli pubblicati da Ponte33 siano stati scritti da donne, perché proprio loro sono le protagoniste del campo letterario iraniano, conquistato con una velocità vertiginosa se si pensa ai secoli in cui è stato quasi esclusivamente appannaggio maschile. Dal 1969, quando usciva il primo romanzo scritto da un’autrice persiana, Suvashun di Simin Daneshvar, le voci femminili si sono moltiplicate e oggi, ufficialmente, la Repubblica Islamica ne conta almeno quattrocento.

 

In un articolo del 2007 apparso sul New York Times Azadeh Moaveni raccontava la ripresa culturale dell’Iran dopo il governo Khatami. Malgrado riconoscesse l’apertura di nuovi spazi di incontro e discussione come caffè e librerie dall’arredamento accattivante, oltre a un incremento dell’offerta editoriale, la giornalista irano-statunitense manteneva una visione molto scettica dovuta sia alla sopravvivenza di una censura pervasiva sia ai dati poco incoraggianti sulla lettura. Per come la vedo io la cocciutaggine e la tenacia con cui la società civile difende e fa crescere le attività culturali, letterarie e artistiche, che non si sono fermate nemmeno nel buio della guerra Iran-Iraq, sono fragili ma ispirano fiducia. È una contraddizione in termini, certo, ma in molti l’Iran lo conoscono e lo apprezzano così, come un paese dove nascondersi spesso è una cosa seria, a volte un gioco, dove dilaga il gusto per l’implicito (e su questo non c’è censura che tenga) e tutto è il contrario di tutto.

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