Sex & Revolution! Corpi ribelli

La nuova edizione di Fotografia Europea si pone sotto l’egida della  “rivoluzione dello sguardo e della visione” una delle conseguenze che proprio la nascita della fotografia ha determinato. Rivoluzioni. Ribellioni, cambiamenti, utopie è il tema portante della tredicesima edizione, curata dal Comitato Scientifico della Fondazione Palazzo Magnani.

 

Ho un ricordo, impreciso nel tempo (l’estate del 1979 o del 1980…), ma vivissimo nella sostanza. È la stagione nella quale gli italiani diventarono nudisti: e mi chiedo quanti condividano con me quel ricordo, perché la cosa – in mezzo ai tanti eventi di quegli anni feroci – sembrò “solo” un curioso fatto di costume. Quello che successe è che di colpo, senza preavviso, le spiagge (tutte le spiagge, e soprattutto quelle tradizionali) videro i litorali calpestati da masse di gente senza niente addosso. Non si trattava di giovani o di gruppi che si rifacevano in qualche modo alle nudità “di sinistra” emerse nel decennio precedente. Erano intere famiglie che si presentavano senza costume da bagno, o al massimo in topless. Sopra corpi di ogni età riconoscevi tipi sociali imprevedibili: casalinghe, salumieri, piccolo borghesi, manovali, commesse… La cosa fu così improvvisa e così di massa che la repressione fu semplicemente impossibile. Non c’erano abbastanza forze dell’ordine per arginare il fenomeno, che si svolgeva senza scandalo, con quella normalità un po’ ipocrita del “Beh? Che c’è? Non si può?” che si coglie anche in certe imprevedibili conversioni ideologiche dei politici italiani.

 

Aborto.


Mi ricordo che osservavo tutto questo in compagnia di un amico americano con cui passai l’estate, e forse me lo ricordo proprio per quello, perché ne discutemmo dal suo punto di vista (per lui una cosa del genere era incredibile); e perché vedemmo lo stesso comportamento dappertutto. Mi ricordo chiaramente anche un’altra cosa: in quell’esibizione di nudismo integrale c’era qualcosa che non andava. Non per l’aspetto morale, ci mancherebbe: ma proprio perché i corpi venivano all’improvviso mostrati in una banalissima quotidianità balneare – fuori da un contesto, da una motivazione culturale e/o politica, da una rivendicazione. E anche perché, almeno al mio occhio, quell’esposizione aveva poco di naturale, ma sembrava molto “consapevole”, costruita. Forse perché le signore borghesi erano sì nude, ma non rinunciavano ad abbellirsi con catenelle intorno alla vita, cavigliere d’argento, collane. E anche gli uomini portavano orologi o altri orpelli apparentemente fuori luogo.

 


Eica.


Oggi capisco che quell’estate segnava il passaggio – inconsapevole a chi lo osservava, ma anche a chi lo viveva – dalla stagione della rivoluzione sessuale a quella che Pasolini chiamava la “norma”. Il sesso, represso nel corso della prima metà del Novecento, era stato usato come forma di rivolta e di liberazione tra la fine degli anni ’50 e tutti i ’70, legandosi a una multiforme ribellione mondiale. Finita la parabola rivoluzionaria (che non era stata inutile, anzi; ma certo si era fermata ben al di qua della soglia dell’utopia), di quei comportamenti era rimasto solo l’involucro, la ripetizione del gesto.
È qualcosa le cui conseguenze sono oggi evidenti in maniera icastica. Se osservate qualsiasi immagine di gente nuda degli anni settanta, al di là di quel che rappresenta, risulta chiaro che si tratta di corpi di persone che si sono tolti i vestiti senza pensare tanto a cosa c’era sotto. È un’idea di nudità innocente, anche maldestra, contenta e convinta che il corpo non avesse bisogno d’altro che di se stesso; di essere visto, toccato, “condiviso”.

 


Gemelle Kessler.


Oggi sesso e nudità sono dovunque, ma non assomigliano a niente di quell’epoca. Oggi i corpi nudi sono un’altra forma di abito da indossare. I peli naturali dell’uomo e della donna sono stati radicalmente aboliti o consapevolmente elaborati in forme estetiche. L’odore spontaneo e cangiante del corpo è neutralizzato da un’infinità di profumi, deodoranti, antitraspiranti che assicurano “sicurezza a ogni ora del giorno”. Tatuaggi e piercing usano la pelle come una superficie per costruire l’immagine di un “altro da sé” che nasconda quello che c’è sotto. In generale, essere nudi è percepito come un’altra forma di essere presentabili alla società, secondo uno spettro che va dall’accettabilità standardizzata dei corpi “in forma” all’irraggiungibilità un po’ ridicola a cui si ispirano le posture di modelli maschi e femmine nella moda e della pubblicità. Niente di un più lontano dalle nudità “nude” della nostra giovinezza.
Quella stagione di fine decennio ambigua durò – mancò a dirlo – solo un’estate. Già l’anno successivo sulle spiagge non solo i vigili avrebbero vigilato, ma anche i diretti interessati avrebbero trattato i loro corpi con ben altra attenzione. Stavano arrivando gli anni Ottanta, definitivamente.

 

Rimmer.


***

 

Il ricordo, insieme privato e politico (ovvio…), mi è tornato alla mente visitando Sex & Revolution!, una delle mostre organizzate a Reggio Emilia nell’ambito di “Fotografia europea 018”, dedicata a Rivoluzioni – Ribellioni Cambiamenti Utopie. Nel cinquantenario del ’68, la tentazione era evidentemente irresistibile. In realtà, definire “mostra” quella curata da Pier Giorgio Carizzoni con la direzione scientifica di Pietro Adamo è improprio. Mi sembra che nell’esposizione a Palazzo Magnani di libri, copertine di dischi, pagine di riviste, fotografie, sequenze e manifesti di film non ci sia un intento classicamente scientifico (delegato semmai ai contributi del catalogo), quanto una specie di invito a visitare la collezione di memorabilia di un erotomane formatosi in quegli anni (un bel po’ delle cose esposte, peraltro, le possiedo anch’io e fanno parte del “bagaglio culturale” di chi aveva vent’anni o meno in quel periodo). Non a caso, uscendo dalla visita, il pubblico incontra una scritta programmatica: “Se non c’eravate, ora ci siete”.

 

Living theatre.


Ci siamo davvero? Difficile dirlo. Per un sessantenne gli oggetti esposti funzionano in effetti come tante madeleines proustiane (o come sorprese: ignoravo che perfino le gemelle Kessler, icone della tv perbenista, si fossero fatte fotografare senza veli nel 1975). Ma per un giovane contemporaneo è difficile immergersi in quell’atmosfera tagliando fuori, per forza di cose, proprio gli aspetti più fisici e corporei della “rivoluzione” di allora: gli odori, il tatto, il gusto. Mentre vista e udito, tramite film e dischi, hanno ipostatizzato un’epoca in maniera fin troppo epica e leggendaria (e, ahimè, nostalgica). Sarebbe un po’ come aver provato a profetizzare Facebook a un freak o a un hippy nel 1976. A essere onesti, l’effetto è proprio il contrario: e cioè la misura amara di quanto quell’utopia sia distante dalla realtà di oggi, in un ambiguo gioco tra liberazione e omologazione. È innegabile che quella stagione ha stravolto la società occidentale conservatrice, spingendola verso un progresso oggettivo: io, nato nel 1956, sono cresciuto in un paese che, fino a quando ho avuto vent’anni, riconosceva il delitto d’onore ma non il divorzio.

 

Man.


Ma è anche vero che una rivoluzione esiste solo mentre si compie; una volta avvenuta, diventa altro.
Il sesso, oggi, è certamente libero, ma non liberato. È libero nel senso del libero mercato. È un’attività non più regolata dalla morale pubblica, ma nemmeno dal principio del piacere che stava alla base dell’emancipazione sessuale, la radice che teneva insieme i Love-in degli hippies con le famiglie middle class che leggevano Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso… Il sesso oggi è tendenzialmente una forma di scambio normato da valori monetari; o, se gratuito tra liberi contraenti, dal galateo della performance. Non ci potrebbe essere maggiore differenza tra un’orgia giovanile “dionisiaca” anni ’70 e quello che succede oggi in un club per scambisti, dove è impossibile trovare il sentimento descritto da Mircea Eliade: “L’orgia scatena la confusione, la totalità prima della creazione della notte cosmica… gli hippies hanno riscoperto il profondo senso religioso della vita” (citato da Matteo Guarnaccia nel catalogo). Il “perverso polimorfo” di cui parlava Norman O. Brown in La vita contro la morte ha un grottesco corrispettivo nella curiosa nomenclatura con cui sono organizzati tassonomicamente i siti porno o nell’incredibile gergo che si incontra nelle chat degli utenti di escort (che pure non è privo di una sua lunare visionarietà).

 

Peace and love.


Il sesso non ha cambiato il capitalismo. Il capitalismo ha certamente cambiato il sesso. 

Forse bisogna solo prendere atto di una cosa: averlo liberato incrociandolo con l’utopia (sex & revolution, appunto…) ha caricato il sesso di aspettative che probabilmente non era e non è in grado di soddisfare. Depurato dalle paure legate al controllo religioso e insieme dalle speranze palingenetiche, il sesso finisce per essere una semplice attività umana, né buona né cattiva. La rivoluzione non consisteva nel restare nudi, ma nel gesto di togliersi i vestiti. 

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