Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band

La banda dei cuori solitari è sempre qui

Ho ricominciato ad ascoltare Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band su un vinile, una ristampa del 2000 che mi restituiva un poco le sensazioni della stupefacente cover apparsa il 1° giugno del 1967: i quattro Beatles in posa in grandi uniformi di banda Belle Époque vittoriana gialla, fucsia, azzurra e arancione; davanti una aiuola fioritissima con sforbiciato il loro nome: e tante sculture da giardino e qualcuna da tomba: un Buddha sorridente portafortuna, una dea Kali con la faccina più attonita che terrifica, una Biancaneve, Shirley Temple vicina a una bambolina stravaccata a lei identica con scritto sulla pancia «welcome The Rolling Stones» e tutti intorno ai Beatles una memorabile foto di gruppo (che oggi definiremmo selfie) che raccoglieva nel collage grafico di Peter Blake le più incredibili facce dei personaggi che in quel 1967 i Beatles volevano con loro per salutare dalla copertina di uno degli album più eccentrici e indefinibili di tutta la storia del pop; loro quattro giovinotti di Liverpool, Marlon Brando, Oscar Wilde, Stan Laurel, Marilyn Monroe, Yogananda, Oliver Hardy, Edgar Allan Poe, Karl Marx, Bob Dylan, Karl-Heinz Stockhausen, Dylan Thomas, Fred Astaire, Sigmund Freud e Gustav Jung (questi quelli che riconosco senza aiutino).

 

Poi mi è rimasto il vinile con la sua copertina anastatica, ma ho perso la testina del giradischi: il figlio deejay (26 anni) che mi ha prestato il disco si è ripreso l’attrezzo per farlo suonare vintage, perché questo disco esoterico infila e affonda, riemerge e sparisce da una generazione all’altra, e dopo 50 anni rimane perfettamente enigmatico, scanzonato, psichedelico e filosofico, anni Sessanta e non-si-sa-bene-che-anni; il giovane ne ha bisogno per il suo gruppo psichedelico e per la sua composizione elettronica, e venera Sgt Pepper pur essendo nato 22 anni dopo; così passo all’ascolto di mp3, riversati dal vinile. Non ho comprato o ascoltato il fantastico super cofanetto di cd con 34 inediti dalle sessioni di registrazione dirette da George Martin. E non ho visto nessuna anteprima del film che vi racconterà ogni sfumatura di Sgt Pepper (The Beatles: Sgt Pepper & Beyond, nelle sale dal 30 maggio al 2 giugno). Io che sono nato 8 anni prima di Sgt Pepper e continuo a non riuscire a prenderlo per la coda e a mettere in fila le sue infinite traiettorie sonore e testuali. Quindi metto a palla in auto l’album, ma il figlio 16enne regge con rispetto un brano ma al secondo – con permesso – fa subentrare il trap indubbiamente ipnotico e strafatto di 21Savage e Metro Boomin con le loro rhymes attorcigliate a bitch e fuck e Maserati e machismo inqualificabile ma ben espresso. Quindi non funziona per tutti il multiforme capolavoro.

 

 

Lo ascolto e riascolto ma non memorizzo un filo. Quindi, vado a destrutturarlo, perché qualcuno ha preso il puzzle delle devozioni e l’ha lanciato per aria, camuffandolo in canzoni deliziosamente semplici e memorabili che sono ricadute nella tracklist apparentemente strampalate. Freak Out! di Frank Zappa è del 1966 e Lennon e McCartney lo avevano certamente ascoltato (Zappa screanzato che poi parodierà la cover del Sgt Pepper); nel loro Pantheon Zappa non c’è, è un giovane collega come Dylan, e Dylan c’è ma il Madre delle Invenzioni no. Perché il primo screening è riservato proprio alla grande quantità di innesti sonori stranianti, di ritmi e citazioni continue, che spaccano molte canzoni, le disperdono, per poi sparire e lasciare tornare la melodia; in Sgt Pepper c’è davvero una orchestra di sonorità e cacofonie, di trattamenti della voce registrata, di cambi di ritmo… che in sequenza dalla prima canzone inanellano: valzerini di giostre, camminate saltellanti di soldatini da musical hollywoodiano, organetti di strada, un bric-à-brac da stanza dei giochi e dei ricordi di infanzia beatlesiana (gozzaniana diremmo noi), tornado di cacofonie in crescendo che si addensano fino all’insopportabile da impazzire e poi svaniscono nell’arcobaleno di una marcetta spensierata (due volte in A Day in the Life), frammenti di minimalismo vocale (Robert Ashley faceva già concerti in California dal 1961: lo avevano ascoltato?), clarinetti beffardi e cabarettistici, un po’ Kurt Weill (When I’m Sixty-Four), molti cori di ninfe “psichedeliche” (in particolare nell’acronimo LSD di Lucy in the Sky with Diamonds), chicchirichì di galli che salutano forse con una risata l’allegra caotica aia sbracata di questi farmers del pop, con finali miagolii nitriti barriti ruggiti cagnare caccia alla volpe, oca starnazzante… clavicembalotti, arpette, violoncellozzi, cori di vocette bianche…

 

Poi sboccia A Little Help from my Friends: pulita, perfetta, dolce, sbarazzina: «I want somebody to love».

Già, questa è la band dei Cuori Solitari. E le sue parole per musica piano piano dalla trama rimescolata con ironia beffarda da suoni e ritmi spiazzanti prendono a parlare di amore. Amore mio per te o amore di noi tutti per l’universo tutto? Se vogliamo circoscrivere l’India dei Beatles a un banale filone hippie degli anni Sessanta non capiamo che certo George (che collaborerà per decenni con Ravi Shankar imparando a suonare il sitar: lo splendido Chants of India è del 1997) e John Lennon avevano molto ben letto Yogananda e molto ben ascoltato Maharishi durante i loro soggiorni nel suo ashram.

 

 

Within You Without You di George Harrison pare la canzone più contemporanea: sarà parsa insopportabile negli anni del sogno rivoluzionario comunista, in cui Che Guevara era più virile del languido Lennon con la corona di fiori al collo e le gambe incrociate; ma dopo tante rapide ere la libertaria strada scelta da Lennon e la devota comprensione induista di Harrison in Within You Without You, in questo raga accorciato in canzone pop, sembrano le più credibili e le meno vintage:

 

Try to realize it's all within yourself, no-one else can make you change
and to see you're really only very small
and life flows on within you and without you

 

When you've seen beyond yourself then you may find peace of mind is waiting there
and the time will come when you see we're all one
and life flows on within you and without you.

 

visto che siamo ancora senza pace della mente qui, a cercare di imparare come non dannarci dietro tizia o caio per farla fluire, ‘sta vita, dentronoi o senza noi, Lonely Hearts incapaci di amare tutti gli esseri, senza ingordigia sessuale o opportunismo materiale.

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