Da ragazzo ho fumato. Sigarette offerte dagli amici. Poi ho cominciato a comprare i pacchetti. Erano le MS, una specie di Marlboro, solo più economiche. Poi di colpo, anni dopo, ho smesso. Non so perché, ma non mi piaceva più. Forse ero diventato grande e non ne avevo più bisogno. Le sigarette mi erano servite a fare società, a entrare nel gruppo, in una compagnia, a far parte di una setta. Non solo maschile, perché alla mia epoca anche le donne fumavano. Insieme ai maschi. Si fumava e si scambiavano parole. Si amoreggiava tra un tiro e l’altro. Avete presente la bellissima fotografia di Mario Dondero, quella dei ragazzi irlandesi che stanno fumando appoggiati a un muretto? Ragazzini. Fumare faceva diventare grandi. Poi di colpo, è arrivato il proibizionismo. Fumare faceva male, malissimo. È accaduto negli anni Novanta. Niente più fumo da nessuna parte. Tutto questo mi viene in mente leggendo e guardando il bellissimo libro di John Berger e Selçuk Demirel, Smoke (tr. it. di Maria Nadotti, € 9). Sono poche frasi che accompagnano le tavole del disegnatore turco, collaboratore di quotidiani, illustratore. O piuttosto il contrario: sono le frasi di Berger ad accompagnare i disegni, perché questi formano un racconto parallelo e convergente con quello dello scrittore inglese. Cosa dice Berger?

 

Una cosa banale: un tempo uomini, donne, persino i bambini, fumavano. Ricordo i primi tentativi con le foglie arrotolate e i fiammiferi svedesi presi a casa. Poi le cicche scartate dai grandi, fumate di nascosto in una capanna: pochi tiri e senza aspirare. Vero. Mentre si fumava ci si scambiava le proprie vedute sul mondo, scrive Berger. Anche questo è vero. Ricordo i muratori di fronte a casa, nel palazzo in costruzione, che nelle pause si radunavano vicino alla betoniera per accendere le loro sigarette. Poi, anni dopo, gli operai davanti alla fabbrica, in sciopero. Tutti ciccavano alla grande. “Ci raccontavamo i viaggi”. Vero. “Discutevamo della lotta di classe”. Verissimo. Selçuk Demirel ha raffigurato due uomini in riva al mare da cui si levano due nubi nerastre di fumo e una nave che passa: dalla ciminiera altro fumo, identico. Poi una città con ciminiere che emettono fili neri e gru e un gran nero e grigio sopra nel cielo. La città come luogo della lotta di classe. Tutto questo aveva a che fare con il fumo. “Ci scambiavamo i sogni”: e nel disegno il fumo delle ciminiere compone un corpo femminile e si addensa sino a formare i peli del pube. Se c’è una cosa che non si può dire di Berger, è che sia politicamente corretto. Politicamente scorretto! Si fumava dappertutto, ricorda. In treno, in aereo, al cinema. Si viveva in mezzo al fumo delle sigarette. C’è un’altra fotografia che adoro: Roland Barthes che fuma. La sigaretta gli pende dalla bocca, da un lato. Fuma come fumavano gli uomini della sua generazione.

 

Diversi da quelli della generazione precedente, che tenevano la sigaretta dentro il cavo della mano, la punta accesa rivolta all’indentro, per non consumarla troppo in fretta e boccate avide e lunghe (forse questo l’ho letto proprio in un testo di Barthes, ma non ricordo più dove). Il portacenere era “un segno di ospitalità”. Chi conserva ancora i portacenere a casa? Erano un genere ricercato. Si rubavano negli alberghi e nei bar, come souvenir nei viaggi. Adesso quando mia figlia Anna fuma con i suoi amici, usano dei barattoli di vetro e li trovo ricolmi di cicche sulla finestra della veranda. Non ci sono più portacenere da nessuna parte, solo fuori dai ristoranti, e sono delle pilette piuttosto brutte. Poi qualcosa è cambiato, scrive Berger. Già. Il fumo è stato messo fuorilegge. Era letale. Bellissime qui le tavole di Selçuk Demirel (non le descrivo, meglio vederle in originale). Peggio, aggiunge lo scrittore: “Il fumo diventò una minaccia sociale”. I fumatori si trasformarono in “killer accidentali”. Mettevano a rischio, oltre se stessi – orrore! –, anche chi si trovava vicino a loro: in particolare i bambini – triplo orrore. Qui comincia la crociata e accade il cambio di paradigma. Proprio così, e a questo riguardo c’è il passaggio geniale del libretto di Berger: “Fumare diventò una perversione solitaria”.

 

 

Due pagine di disegni stupendi con omini stilizzati. Da contemplare per capire cosa è la fantasia quando si trasforma in segno: rasentano l’onirico. La perversione ha che fare con il sogno? O con l’incubo? Fatto sta che da rito collettivo, dopo la crociata salutista, il fumo si è trasformato in un vizio privato, una perversione appunto. Tutto ora è così. Azzardo: persino il sesso. Ma questo non lo possono ancora proibire, se no ci estinguiamo. Prima o poi ci arriveremo: fa male! Ci sarà allora una macchina per inseminare, un sistema per farlo senza il sesso, trasformato in una perversione individuale (ma è solo un’immaginazione, forse un incubo, non so, forse esagero,però…). Fatto sta mentre vengono perseguiti a termini di legge i fumatori, il pianeta è invaso dai fumi dei gas industriali. Si riscalda sempre più. A Pechino non respirano più. Sono sicuro che il neopresidente americano, Donald Trump, che non farà nulla contro i gas di scarico di automobili, anzi li moltiplicherà, non fuma. Lui deve essere un salutista, uno di quei tipi che per campare a lungo hanno messo al bando il fumo. L’aspetto di vizioso, per via dei capelli tinti, e non solo, ce l’ha, ma credo proprio che non fumi. Gli interessa più il sesso, e almeno per questo siamo sicuri che non lo proibirà (o forse no, come i dittatori proibirà in pubblico quello che coltiva in privato). Berger ha una parola anche per la Volkswagen: “mentiva sui gas di scarico delle sue automobili”. Finale: i fumatori ostinati, banditi dai luoghi pubblici, sia all’aperto che al chiuso, vagavano verso gli stessi nascondigli, ed erano felici di incontrarsi come fuorilegge.

 

Giusto il tempo per una sigaretta e una storia…”. Hanno sempre fumato operai e intellettuali, uomini semplici e geni. Ricordate Hannah Arendt con la sigaretta eternamente in bocca? E Jean Paul Sartre? Se fumavano loro, perché non possiamo farlo noi? No! Non si fa. Fa male. Vero, ma perché siamo entrati in questa spirale persecutoria, perché ci colpevolizziamo a vicenda, perché il Potere persegue i fumatori? Ci vogliamo conservare per vivere più a lungo. Poco olio, molta insalatina. Niente carne, niente salumi. E tutto il resto, fumo compreso. Berger lo dice in modo chiaro ed efficace. Siamo sempre più longevi, ma anche sempre più soli. Quasi quasi torno a fumare, se serve per stare insieme, per scambiarci pareri, racconti di viaggi reali e immaginari, se serve per pensare alla lotta di classe che hanno abolito da mo’ e nessuno sa più cosa sia. Vedi Trump, e poi muori.

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