Sopravviverà la Val d'Aosta fino al 2019?

C’era una volta (non moltissimo tempo fa, diciamo un secolo) una regione d’Italia collocata – per volere divino, certamente – agli estremi confini nordoccidentali del Regno. Con il più montuoso dei territori della penisola, con una popolazione abbastanza nettamente divisa fra piccola borghesia del fondovalle e contadini poveri delle valli laterali, con una minuscola capitale che ne riassumeva indole e storia. Valori di riferimento largamente condivisi: fede cattolica, fedeltà a Casa Savoia (di cui amava proclamarsi “figlia primogenita”), secolare tradizione francofona. Problema cruciale dell’epoca: una consistente emigrazione, verso i vicini paesi di lingua francese (Svizzera, Francia soprattutto) ma anche – più audacemente – verso le lontane Americhe. Nome ufficiale della regione: Valle d’Aosta-Vallée d’Aoste, Pays de la Doire. 

 

Se l’esodo di molti aveva iniziato sin dal secondo Ottocento a segnare in modo piuttosto rilevante la fino ad allora sostanziale immobilità culturale e demografica della regione, la Grande Guerra accentuava lo scossone portando (come in tutto il Regno) giovani contadini – altrimenti destinati a vivere e morire nello stesso villaggio – ad uscirne per luoghi – allora – favolosamente remoti.

Il primo dopoguerra, poi, aveva in serbo sorprese ancora maggiori: una intensa immigrazione – in particolare dalle province allora povere del nordest – si sarebbe riversata verso la regione, attratta da un’offerta crescente di lavoro industriale nel fondovalle. E l’arrivo del Fascismo avrebbe di lì a poco tentato di intaccare lo spirito autonomistico (non “citra” né “ultra” ma “intra montes”!) con le sue tonalità nazionalistiche e romanocentriche, arrivando a combattere tra l’altro l’uso (orale, scritto) del francese – lingua del dapprima potenziale, poi reale nemico del regime – nella scuola, negli uffici giudiziari, nei toponimi e, in prospettiva, nei cognomi stessi degli indigeni colpevoli di terminare non con una italianissima vocale ma con qualche barbara consonante. Furono propri questi attacchi – spesso velleitari e maldestri – ad eccitare (e a concretizzare, poi, con la caduta del Fascismo) una disposizione antitaliana che in Valle era stata fino ad allora minoritaria.

 

 

Tra il ’43 e il ’48 la Valle visse i suoi anni più caldi: fra guerra civile e incertezze del dopoguerra, fra proiezione verso la Francia gollista (non si diceva che Parigi fosse divenuta, per via dell’emigrazione, la più grande città valdostana?) e attaccamento alla nuova Italia. Fu in questo clima di rimessa in gioco di tutta la sua storia, che in Valle d’Aosta prese vita il movimento annessionista con cui si chiedeva – tramite un referendum popolare (“le plebiscite”) – di poter optare per il passaggio del territorio regionale alla Quatrième République francese. Malgrado la popolarità di questa prospettiva e malgrado l’acceso dibattito che suscitò tra filofrancesi e filoitaliani, alla celebrazione del referendum non si giunse mai: complicazioni locali e complicazioni internazionali lo fecero abortire lasciando in Valle un solco di delusioni e recriminazioni di lunga durata. Da parte sua, lo Stato italiano proponeva la concessione di un’autonomia che era, insieme, un riconoscimento della specificità regionale e un’offerta di prospettive economico-fiscali allettanti. D’altronde – sostenevano alcuni – alla tradizione accentratrice dello Stato francese (forte di una sua continuità monarchico-imperial-repubblicana) sarebbe stato difficile far digerire il riconoscimento di un’autonomia sia pur limitata del nuovo “département” d’oltralpe. Si arrivò così nel febbraio 1948 alla concessione dello Statuto Speciale che da allora regola i rapporti fra Repubblica Italiana ed entità regionale: vissuto dagli uni come compromesso al ribasso (ricatto autonomistico per addormentare le aspirazioni più profonde degli autoctoni) e dagli altri come occasione fertile per una rinascita (politica, culturale, economica ecc.) della Valle d’Aosta.

Questo il passato prossimo della storia regionale valdostana.

 

C’è ora una regione adusata da settant’anni alla sua autonomia: che in questi sette decenni la nostra condizione politico-amministrativa sia stata vissuta sempre più come un dato di fatto e sempre meno come una conquista da riconquistare ad ogni istante, è una verità difficile da contraddire. 

In questi settanta anni tutto (letteralmente: tutto) è mutato: la nuova onda migratoria degli anni ’50-’60 (proveniente questa volta dal Meridione d’Italia) ha messo a dura prova abitudini linguistiche e modi d’essere e sentire perlomeno secolari; il turismo di massa ha stravolto i rapporti tra fondovalle e montagna, tra residenti ed ambiente terremotando il concetto stesso di fonte di ricchezza; la burocrazia regionale si è viepiù consolidata; il sistema clientelare si è stabilmente installato; le “forze” politiche sono sempre più “debolezze” che tentano di sopravvivere a se stesse…I Valdostani, anche quelli di “vieille souche”, hanno nel frattempo, necessariamente mutato i loro “points de repère”: a Chiesa, Savoia e Francese si è sostituita la trinità Montagna-Autonomismo-Francoprovenzale, ma tutto è avvenuto nel segno di una maggiore debolezza, franosità, aleatorietà, tutto essendo ormai insidiato dall’inautentico, dall’“ufficializzato”, dal pre-disposto… 

 

In anni di maggiore vivacità culturale rispetto a questi nostri attuali, Pier Paolo Pasolini ci ha insegnato quanto la volontà politica, anche la più rigida, sia debole se paragonata alla potenza di Consumo, di Imborghesimento, di Mezzi di Comunicazione nell’opera di sradicamento di una cultura, di una lingua, di qualunque fede, di qualunque virtù. Di questa lezione pasoliniana la storia recente della Valle d’Aosta è una conferma così perfetta da sembrare caso da manuale: caratteri distintivi (“antropologici” nel senso pasoliniano della parola) rimasti intatti per secoli e solo intaccati dai provvedimenti politici del Ventennio, franarono allorché – nel dopoguerra – la libertà e la proclamata autonomia avrebbero dovuto salvaguardarli ed anzi rafforzarli. La sensazione diffusa della perdita irrimediabile di un’antica identità da parte della minoranza valdostana è all’origine di un disagio che aggiunge al vuoto di senso della nostra epoca, una connotazione specifica: di fronte all’“indifferenza” delle generazioni nate nel secondo dopoguerra e alla pressione dei miti più pacchiani del consumismo, nessuna istituzione, per quanto sacrosanta, dispone della forza per resistere. Si aggiunga che scandali e scandaloni e scandaletti non sono mancati in questi settant’anni neppure nell’“isola felice” intramontana, ma soprattutto che non è mancato il degrado del “politico” con continue rotture e ricomposizioni di alleanze tra partiti locali (o tra ciò che resta delle moribonde forme-partito) in un alternarsi di formule che niente hanno a che vedere con “linee politiche” e tanto meno con scelte “ideali” ma solo con il carrierismo ora di questo ora di quel leaderino locale.

 

“Piccoli popoli, abituati da secoli a governarsi da sé, popoli ricchi, come i loro fratelli di Svizzera, di tradizioni proprie, sviluppatesi in lunghi secoli di vita politica autonoma, popoli disciplinati nel loro spirito di libertà, fedeli al dovere sociale fino al sacrificio, si sono visti, in nome dello Stato italiano alla cui formazione avevano collaborato, privati di quelle autonomie politiche, che avevano custodito attraverso i secoli”: sono parole di Emile Chanoux morto in carcere il 19 Maggio 1944 e da allora considerato il padre nobile del nostro autonomismo. A riascoltarle in questo duemiladiciassette, un brivido trascorre il lettore sensibile, e una domanda: “È riservato un futuro a questa nostra forma di esistenza politica e amministrativa alla vigilia del suo settantesimo compleanno?” A poche settimane dai referendum nel Lombardo-Veneto, la questione non sa più di teorico ma acquista una sua urgenza molto, molto concreta. Cosa dovrà intendersi per “autonomia” qualora altre regioni italiane ne facciano più o meno legittima richiesta? E davvero tutte e quindici le regioni italiane finora “normali” potranno proclamarsi “speciali”? Domande che, in un paese serio, non avrebbero neppure senso ma che in uno Stato sempre pronto ad implodere come quello italiano possono essere “seriamente” poste…

 

Certo è che, se i “privilegi” dello Statuto Speciale valdostano e il benessere diffuso che ha comportato ci hanno tolto anima, il cittadino intellettualmente onesto si trova imbarazzato nel difenderlo. 

E siccome concedersi un sogno è ancora permesso ed è gratuito, mi concedo questo sogno: che, se un domani alla Piccola Patria tra le Alpi fossero sospesi gli onori della specialità, si trovasse ancora qualche Valdostano capace di rispondere a questo diniego con fierezza (quella per cui questa gente fu celebrata in passato), nulla chiedendo più e nulla elemosinando ma voltando le spalle a uno Stato insieme codardo e sbruffone, ricominciando da capo in altro modo (non nuovo ma antico), nulla delegando al politico, tutto affidando alle residue virtù dei singoli resistenti…

S’intende che i sogni, più sono improbabili, più sono innocenti.

 

Daniele Gorret vive a Châtillon. Scrittore, poeta e traduttore, tra i suoi ultimi libri: Malattie infantili di Anselmo Secòs, Pendragon; Errori giovanili di Anselmo Secòs, Italic; Quaranta citazioni di Anselmo Secòs, Lieto Colle; ha vinto di recente il Premio Carducci (2016) e il Premio Rubiana-Dino Campana (2017).

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