Sorrentino: "Loro 1"

La prima ad apparire è una pecora. I suoi occhi semichiusi, poi aperti. La pecora avanza nel prato della villa che identifichiamo subito, grazie alla didascalia, come la magione di Berlusconi in Costa Smeralda. Sale i gradini ed entra in casa. Subito scatta l’aria condizionata. La temperatura scende a 3 gradi, poi a 2, a 1, e infine a 0. Cade tramortita a terra; nel gelo della stanza l’animale sacrificale non è sopravvissuto. Cosa rappresenta? L’innocenza perduta? Forse.

 

La seconda scena è ambientata in Puglia, in mezzo al mare. Seduto su un’imbarcazione Sergio Morra, interpretato da Riccardo Scamarcio, è insieme a un politico che governa gli appalti. Sul tavolino è apparecchiato il pasto, ma il politico non mangia. Discorrono della cura per l’emorroide della moglie del politico. Arriva un motoscafo e sale a bordo una ragazza in bikini. Una escort. Si capisce che Morra l’ha fatta venire per il politico, che ora si è tolto gli occhiali da sole da duro e manifesta un forte nervosismo. Morra ha chiesto al politico un aiuto per avere un appalto. Dice alla ragazza di togliersi la parte sotto del costume. Lei allarga le gambe e mostra al politico il suo sesso.

 

Cambio di scena. Morra è in piedi sulla barca e parla con una ragazza che con il motoscafo ha portato la giovane donna sin lì e ora versa fuori bordo l’acqua con una bottiglia di plastica tagliata. Sotto coperta il politico sta facendo sesso con l’escort: il corpo magro di lei e quello grasso di lui che la preme da sopra. Tutto è finito. La barca porta via l’uomo. Morra scende sotto coperta, sniffa cocaina con la ragazza e la prende da dietro. La macchina da presa indugia su un particolare della schiena di lei mentre fanno sesso: vi è tatuata la faccia di Silvio Berlusconi, in modo grossolano, ma ben evidente.

 

Così comincia l’ultimo film di Paolo Sorrentino, Loro 1, prima parte di un dittico dedicato a Silvio Berlusconi, Lui, come lo chiamano tutti nel film. Non c’è Silvio in questa prima parte. Non c’è il suo corpo e neppure il suo nome, per quasi un’ora. Ci sono invece i corpi di coloro che gli ruotano attorno, o vorrebbero: giovani ragazze, prostitute, megere, giovanotti tatuati, ministri. Un macello di natiche, seni, gambe, sessi, inclusa cocaina ed ecstasy. Musica a palla, televisione, esibizioni, scopate, conversazioni, minacce. Un sottomondo che solo chi è sceso agli inferi del demi-monde conosce bene, e che Sorrentino, grazie alla sua capacità visionaria, rende benissimo con un montaggio mozzafiato affidandosi soprattutto alla vista, perché questo è un film, e non un saggio su Silvio Berlusconi. Vuole colpirci e ci riesce. Interni ed esterni, notte e giorno, tutto fluttua a ritmo di canzoni e con musica a palla.

 

Altra scena: le ragazze di Morra-Tarantino, la pattuglia delle escort che ha assoldato per raggiungere Lui e diventarne amico, passeggiano nottetempo lungo i Fori imperiali deserti. Un camion dell’immondizia precipita dentro gli scavi. Si rovescia ed esplode; lancia in cielo i suoi rifiuti che atterrano nella scena successiva sotto forma di caramelle e cialde: coriandoli di MDMA. Morra ha messo a punto la sua scuderia di giovani accompagnatrici con il consiglio dell’Ape Regina, Kira, interpretata da Kasia Smutniak, per arrivare sino a Silvio. In questa prima parte del film c’è anche Tamara (Euridice Axen), la moglie di Sergio Morra, anche lei con un’inequivocabile vocazione al potere. L’avidità come molla di tutto. La coppia ha due figli e tira coca in casa. Lei gli è devota, l’ama; lui si scopa le ragazze che gli arrivano a tiro. Ma non è il sesso il motore mobile di tutto, bensì il potere: essere qualcuno. Stare vicino a Lui. Il sesso è solo un passepartout.

 

Sorrentino gioca con i nomi dei suoi protagonisti. La madamazza, che gestisce un salotto di destra, si chiama Cupa Ciafa. Siamo in pieno fellinismo, maestro dichiarato del regista napoletano. Tuttavia è già oltre il suo mentore. Gli anni Ottanta e Novanta sono l’epoca che questo film vuole sigillare con le sue due parti (la seconda esce il 10 maggio). Davvero è finita, come scrive il regista nella presentazione del film? Davvero il ciclo berlusconiano incubato negli anni ottanta è terminato, oppure l’eterno italiano che incarna è per sempre? Sorrentino cita Tarantino, Pulp fiction e non solo: montaggio al cardiopalma, tutto frammenti e dettagli, scomposto e insieme elegantissimo nella costruzione tra musica, ritmo visivo e simboli. Questi ultimi sono tantissimi, forse troppi, quasi inafferrabili nel vortice del racconto composto di scene e innumerevoli micro-scene. Ossessivo e ripetitivo, eppure icastico nel suo insistere, Sorrentino batte e ribatte sui medesimi elementi. Il sesso è dappertutto, ma anche da nessuna parte. Nessuna mitologia della fellatio della corte di Arcore, come nei gossip dei decenni scorsi; solo sesso pecoreccio: il culo come emblema della femminilità? I bunga bunga sono ripercorsi per vie esterne, senza entrare nelle stanze della residenza brianzola, almeno in questa prima parte.

 

 

Tutto è pugliese, e poi romano. La Roma barocca del cinema e delle terrazze, del gossip e della corruzione spicciola, più elegante dell’esordio pugliese, a Taranto, periferia d’Italia, da cui Sergio e Tamara hanno deciso di evadere. Il potere sta a Roma.

 

A questa prima parte caotica, vorticosa e tutta immagini e suoni, fa da corrispettivo una seconda parte più pacata, quasi sospesa e calma, in cui entra in scena Lui, Silvio Berlusconi. Vi compare nei panni di un’odalisca, travestito e truccato da donna. Vuole fare una sorpresa alla moglie, Veronica (interpretata da Elena Sofia Ricci, somigliantissima alla vera Veronica). Citazione tratta da un episodio della cronaca berlusconiana di qualche anno fa (sembra di leggere pagine della cronaca bizantina di Procopio di Cesarea), l’omaggio a sorpresa alla moglie che sta per perdere. Un travestitismo che ci regala un Berlusconi transessuale, in senso simbolico. La battuta che fa nel film è perfetta: io ho anche una parte gay, sono lesbica. Doppio giro intorno alla propria identità complessa. Questa seconda parte, più breve, si svolge nella villa sarda, tra prati all’inglese tosati da robot, camerieri e assistenti solerti. Silvio è impersonato da Toni Servillo, che recita con grande bravura un ruolo per nulla facile. Truccato in modo eccessivo, riproduce in modo sovrabbondante, e quindi in caricatura, il trucco dello stesso Berlusconi: denti bianchissimi e perfetti, occhietto malizioso, palpebre cadenti, rughe del viso, testa ricoperta da un tappetino di peli grigio-neri. Nella pace e serenità della villa abitata dalla coppia Silvio-Veronica, Lui diventa un cinico maestro per il nipote cui spiega gli arcani imperii della menzogna, quella di cui si ammanta il potere per essere tale: credenza, non verità, performatività. Interpretare piuttosto che negare. Il ragazzo apprende dal nonno la verità della sua vita: un Talleyrand postmoderno. Sorrentino rende umani i suoi personaggi, anche i peggiori, i più detestabili, i più miserabili e abietti.

 

Pensa in grande grazie ai dettagli del suo cinema, che cita e rifà di continuo, seppure in modo assai originale: il meta-cinema è per lui il solo cinema possibile per raccontare la realtà, quella che vediamo, ma non conosciamo, che non sappiamo bene cosa sia davvero. Il regista napoletano è elegante, forse anche troppo, insistito, maniacale, assillante. La verità del Berlusconi di Sorrentino è certamente nella sua umanità; personaggio quasi simpatico, accattivante, in realtà detestabile. Toni Servillo lo recita perfettamente, calato nel personaggio ne fornisce la giusta caratura: profondamente superficiale, insieme cinico e sentimentale. L’una è il rovescio dell’altra; sono facce della stessa medaglia. Non si capisce l’Italia senza questa coppia d’opposti. La musica di Apicella (interpretato da Giovanni Esposito) è questo: la sentimentalità esibita, necessaria, indispensabile. Tutta la parte con Veronica è dedicata alla sentimentalità, da distinguere dal sentimento: sentimentalità è il sentimento esibito come tale. Una serie di scene “sentimentali” verso la fine della prima parte: Silvio e Veronica sulla moto d’acqua abbracciati, i discorsi sul loro passato, la giostra verso cui corrono bagnati dalla pioggia come due attori di Fellini, la canzone del loro primo bacio (“Domenica bestiale”) cantata da Fabio Concato in persona, invecchiato come loro, il Duomo di Milano scintillante di luci nella notte estiva con Veronica giovanissima.Qui sta la chiave per accedere al segreto di Berlusconi, e dunque a quello di milioni di elettori che l’hanno votato, e lo continuano a votare? Ma è chi davvero Silvio? Nel testo che accompagna l’anteprima del film (“Sinossi e Note di Regia”) Sorrentino, che in quanto napoletano appartiene alla massima espressione di sentimentalità italiana, scrive che il film ha voluto raccontare “i sentimenti che muovono le giornate di Silvio Berlusconi”: le emozioni, le paure, le delusioni dell’uomo. Questo è il mistero “di cui si occupa il film”. Berlusconi è il primo politico che ha reso il potere incarnato, l’ha rappresentato con un corpo – il corpo del Capo –, il primo dopo Benito Mussolini. Questo fa di lui, scrive il regista, un mistero avvicinabile, e questo è in definitiva il suo film: la volontà di disvelare quel mistero. Nella prima parte del film c’è il sesso, nella seconda Berlusconi. Sono la stessa cosa, ma ancora si scrutano da distanza; in Loro 2 s’incontreranno di certo. Morra-Tarantini e Silvio sono destinati a questo.

 

Dopo l’orgia delle immagini di corpi nudi femminili, cosa ci riserverà Sorrentino? Il segreto del corpo del Capo è anch’esso un segreto di natura sessuale?

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