25 aprile | Poesia e memoria della Resistenza

Quando si pensa alla letteratura della Resistenza, viene subito alla mente la prosa narrativa o memorialistica; solo in un secondo momento la poesia. Forse perché, come dice Calvino nell’introduzione a Il sentiero dei nidi di ragno, in tutti vi era una “smania di raccontare”, di farsi storytellers sui treni, nelle osterie, sulla pagina. Manca del resto un poeta che si sia completamente identificato con la Resistenza, come potrebbe essere Fenoglio per il racconto. O ancora un libro di poesia della Resistenza paragonabile a L’Allegria di Ungaretti che è il libro di poesia della Grande Guerra.

E tuttavia un buon numero di grandi poeti del secondo novecento ha fatto il partigiano o ha fiancheggiato attivamente i gruppi clandestini: Zanzotto, Caproni, Fortini, Gatto, Solmi. I primi due hanno preferito rielaborare la propria esperienza post ’43 nella narrazione breve, mentre in poesia se ne rinviene traccia nella centralità del paesaggio per il primo, o, per il secondo, negli inseguimenti spaesati e nelle cacce caratterizzanti le ultime raccolte.

 

Quanto agli altri, forse per essenza stessa della poesia, poche sono le liriche che mostrano l’azione: Valdossola di Fortini che preannuncia la caduta della Repubblica Partigiana esordendo con “E il tuo fucile sopra l’erba del pascolo/ Qui siamo giunti/ Siamo gli ultimi noi”; Cronaca contadina n°16 di Crovi: “I messaggi cifrati, le guance smorte/ il coraggio del colpo alla nuca:/ sbarrare ai fascisti la bocca e le porte.” Talvolta è presente il nemico straniero con la sua dominanza pervasiva nelle città e nelle coscienze: “[…] ascolta il passo/ delle guardie di ferro. È loro il mondo/ che non dice più nulla, che non lascia/ indugi alla pietà, tregua più all’ira.” (Gatto). E quello indigeno, ormai condannato alla sconfitta, ma sempre più sguaiato e feroce: “E lì, bej ‘nsavunâà, dal pel rasâ,/ sentâ süj cass de legn, o, ‘m’i ganassa,/ ranfiâ, ch’i sten par ténder caressà,/ o che, tra n’ rìd e un dìss, üsmen cress j ödi/ de la camisa nera i carimâ,/ vün füma, ‘n òlter pissa, un ters saracca,/ e ‘n crìbben, cul so fa de pien de merda,/ man rosa ai fianch el cerca j öcc nià…” (Loi, …piassa Luret, serva del Titanus). O ancora, colto con pietà, quale caduto: “la tomba di sassi” del soldato tedesco su cui bisbigliano gli “angeli tutelari” (Bassani, Storie di poveri amanti); il fascista che, sparati per due ore i suoi colpi, si consegna con “modi distinti” al suo destino (Fortini, Quel giovane tedesco).

 

Un luogo della lotta ben fermato in versi è il carcere. Dal quaderno di Mario Rossetti di Solmi leggiamo alcuni dei testi più riusciti in assoluto della poesia resistenziale. L’isolamento che, forzando all’inazione, stimola sensazioni, sogni e pensieri, pare particolarmente consono allo scavo poetico nell’io, se non addirittura una sua metafora. La poesia intitolata come la raccolta rappresenta una sintesi scorciata ed esemplare di tutto il percorso partigiano a partire dalla scelta iniziale (“L’avvenimento ci somiglia”); Risveglio dell’evaso, attraverso l’incertezza del detenuto sul proprio destino, restituisce la fragilità dell’uomo stesso: “Dubitosi come te/ l’ore prossime e i giorni, e tutto, affanno/ e timore e speranza, addensa il tempo/ sull’instabile libra.”

Nella resa delle vicende che portano alla Liberazione sono piuttosto esigui anche i testi relativi al momento conclusivo del 25 aprile. Gatto, nell’omonima poesia, ne comunica la pienezza del ritorno alla vita da un inferno di violenza, sopraffazione e morte: “E fummo vivi, insorti con il taglio/ ridente della bocca, pieni gli occhi/ piena la mano nel suo pugno: il cuore/ d’improvviso c’apparve in mezzo al petto.” Crovi vi aggiunge una rivendicazione severa e come presaga delle accuse mosse ai partigiani: “Ma quelli che scontato hanno l’errore/ dell’innocenza e ne hanno memoria/ sanno che la violenza non è sempre terrore/ qualche volta è sostanza della storia” (n°28). La vittoria e la libertà raggiunta dopo vent’anni di buio sono controbilanciati dalla delusione nei confronti della democrazia concretizzatasi nel dopoguerra; smarrita la possibilità di ogni mutamento radicale resta allora l’elegia (“Fu un amore, amici,/ che doveva finire”; Tobino, Il clandestino) o l’invettiva (come nel Saba descritto da Sereni che, dopo le elezioni del ’48, “Porca”, andava vociferando per strada all’Italia, “come a una donna che ignara o no a morte ci ha ferito”).

 

Una buona parte di questa produzione sulla Resistenza più che della Resistenza, come sottolineava Fortini ad aggiungere un altro motivo che complica volutamente le cose, si lega al problema della memoria, proprio oggi il più sensibile ed attuale. Si parte con la presenza dei morti – “i nomi per l’eterno abbandonati” (Caproni, I lamenti III) – che sempre vivifica la lotta e dovrebbe alimentare il ricordo. E dunque I morti di piazzale Loreto e l’anonimo ragazzo che cade sulla neve di Gatto o colui che affronta la morte restando come “un cencio” a insanguinare l’avida terra (Pavese, Tu non sai le colline). Quindi si transita a singole figure emblematiche quali i fratelli Cervi o, di nuovo, I quindici di Piazzale Loreto, nominati però uno per uno in apertura di poesia da Quasimodo. Ma anche ad affetti più privati come il fratello di Pasolini che con il suo “riso, il pudore, l’innocenza” viene ritratto voglioso “di testimoniare/ con forza giovanile/ il tormento,/ con la violenza la pietà.” (La passione del ‘45), e Leone Ginzburg di cui la moglie Natalia piange l’assenza nella vita ritrovata del dopoguerra: “Se cammini per strada nessuno ti è accanto,/ se hai paura nessuno ti prende per mano./ E non è tua la strada, non è tua la città./ Non è tua la città illuminata. La città illuminata è degli altri […]” (Memoria).

 

Più tardi, quando sono ormai spenti i fuochi della lotta, vibrano dentro il paesaggio sottili e inquietanti presenze come ne I rastrellatori di Bertolucci, quando il passaggio di uccelli migratori sugli Appennini d’agosto fanno venire alla mente “coloro che furono qui in transito/ […] soldati scomparsi dalla memoria di tutti.”. Gli stessi fantasmi potrebbero tornare nell’indefinito 19** di Raboni, che beffardo avverte “[…] niente abbracci/ al baritono negro, allo scienziato/ ebreo per parte di madre, niente fiori/ sulle fosse o rimproveri sgarbati/ agli aguzzini. Quando più te l’aspetti/ torna a tirare un’aria di cappucci.” Oppure si deve constatare come “Quelli che restano hanno i capelli bianchi/ e raccontano ai figli dei figli”, sopravvivono con magre pensioni, “diffidenti l’uno dell’altro, queruli, ombrosi”; ed allora Levi in Partigia li esorta a continuare una fratturata ma indomita testimonianza “In piedi, vecchi, nemici di voi stessi:/ la nostra guerra non è mai finita”. Simile esortazione formula Turoldo in Torniamo ai giorni del rischio, come se quella stagione lontana potesse ancora essere ispiratrice di rigenerazione morale e di cambiamenti collettivi: “Torniamo a sperare/ come primavera torna/ ogni anno a fiorire.”

 

Avvicinandosi al presente prevale l’impressione di una memoria della Resistenza maltrattata per motivi di cronaca politica, attraverso un revisionismo ora subdolo e penetrante ora sfacciato e grossolano che si è voluto fare senso comune: “[…]Poi un giorno/ ne sale un altro e grida: è stato un gioco,/ uno scherzetto innocuo. (E le forche,/ e le fosse, e quell’impura/ tempesta di purezza e di rapina?) Più neppure/ un’ombra di imbarazzo lo disturba […]” (Pusterla, Settembre 2003, nuovo anno zero). A ciò la poesia oppone con semplicità la sua naturale essenza memoriale, a patto che si continui a scrivere su questo nodo decisivo della nostra storia e, soprattutto, si continui a leggere versi.

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